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02/04/2021

«I cantieri responsabili dello sfruttamento»

Il Tirreno - Ilaria Bonuccelli

«Ci ha dato solo le scarpe. Niente tute, niente guanti. Le mascherine dopo 15 giorni». In via Dorsale a Massa, dove piccole e medie aziende lavorano per i cantieri navali - i grandi cantieri navali - l'odore delle resine si sente anche a decine di metri dagli hangar. Il piccolo presidio dei pakistani appena licenziati è abituato all'odore acuto. Gli operai ammiccano con la testa verso il capannone della ex ditta: li ha messi in cassa integrazione con un messaggio su whatsapp a febbraio. Il licenziamento è diventato effettivo solo il 29 marzo e il 30 già non c'è già più l'insegna. Il lavoro della MsMc la srl "semplificata" - capitale sociale versato 500 euro - impegnata nella realizzazione di scafi di imbarcazioni da 30 metri è già passato ad altre ditte fotocopia. «Per la mancanza di sicurezza sul lavoro abbiamo già presentato una denuncia all'Asl - annuncia la Fiom Cgil - e risulta che ci siano indagini».Per lo «sfruttamento ottocentesco» - lo definisce Massimo Braccini, segretario regionale di Fiom Cgil - invece il contenzioso è appena iniziato: buste paga non consegnate; da 50 a 70 ore di straordinari non pagati ogni mese; ferie non liquidate; il licenziamento ingiustificato; sostituzione di sfruttati con altri sfruttati, secondo un sistema che viene da lontano». Il sistema è quello che i pakistani licenziati testimoniano con un presidio improvvisato dove fino a qualche settimana fa lavoravano «anche la domenica o il sabato fino a mezzanotte - dicono - non dormicchiando tanto. E per Natale». È un sistema che secondo Braccini deve essere smantellato. In cinque mosse: 1) risposta in solido dei cantieri che appaltano le barche; 2) concessioni demaniali vincolate «alla garanzia dei diritti dei lavoratori»; 3) concessioni vincolate al rispetto della sicurezza sul lavoro; 4) divieto di sub-appaltoappalto: «Quando cambia l'appaltatore, il nuovo mantiene gli addetti della ditta precedente». Braccini lei descrive un sistema ai limiti della legalità. «Parlo di un sistema consolidato, nato nel corso degli anni per ridurre i dipendenti diretti. Siamo passati dall'appalto di una o due lavorazioni all'appalto anche dell'intera produzione. C'è un grande cantiere che ha 160 dipendenti diretti, ma ogni mattina nella sua area entrano 1.500. 1-600 lavoratori: gli addetti alla produzione saranno sette o otto. Tutti gli altri sono di ditte appaltatrici: un sistema per ridurre i costi».Ma le normative in vigore non pongono limiti all'appalto della produzione?«Alcune leggi (come quella sull'intermediazione della manodopera) sono state abrogate. Oggi c'è il codice civile a regolare i contratti di appalto e la regola di base è chiara: chi prende un lavoro in appalto deve avere i mezzi e le persone per poterlo svolgere in autonomia. Se la ditta appaltatrice svolge solo la funzione di "gestione" del lavoro, i lavoratori hanno diritto di essere assunti dal committente (di fatto dal cantiere) perché l'appalto non è considerato "genuino". Questa possibilità è ribadita dalla legge 276 del 2003 che regolamenta il lavoro subordinato».Quindi come si può ovviare?«Già oggi ci rivolgiamo al giudice del lavoro per reclamare le assunzioni. Ma bisogna andare oltre».Oltre come?«Bisogna riportare al committente (al cantiere) le responsabilità di eventuali violazioni dei diritti dei lavoratori. Il cantiere non può fare finta che non esista lo sfruttamento emerso anche con il licenziamento degli operai pakistani a Massa: chiediamo una regola più chiara sulla responsabilità solidale dei committenti, non ignari dello sfruttamento».Ma come si chiamano a rispondere di questi comportamenti? «Costruendo una catena di appalti a certificazione etica, invece di continuare con gli appalti al ribasso».Gli operai pakistani, però, si sono tutelati. Hanno aperto un contenzioso contro l'azienda.«Era il minimo: hanno sopportato orari alterati, subito la mancanza di norme di sicurezza. E che cosa è successo quando hanno provato a tutelarsi? L'azienda è sparita. Ha chiuso i battenti, ma il lavoro non si è fermato. L' attività che loro svolgevano è già stata assegnato ad altri. Stiamo verificando: forse quelle produzioni verranno spostate sull'Adriatico. Non si sa a chi verranno assegnate. Ci vorrebbe, però, una norma in base alla quale chi subentra in un appalto deve assorbire chi svolgeva quella stessa attività in precedenza ed è stato licenziato».Difficile ottenere un risultato simile.«Ci vuole l'intervento della politica. Che non può più far finta di non vedere. I cantieri lavorano su terreno pubblico. Quindi gli enti hanno la possibilità di intervenire. Devono vincolare il rilascio (o il rinnovo) delle concessioni demaniali alla garanzia del rispetto dei diritti dei lavoratori. Diretti e non. Ci sono stranieri che vengono ricattati perfino con il rinnovo del permesso di soggiorno: se non accettano condizioni di lavoro intollerabili vengono mandati via e non si possono far rinnovare il permesso. Così sono costretti a tornare da dove vengono, magari Paesi in guerra».Parla di concessioni vincolate, ma non si riesce neppure a garantire la sicurezza sul lavoro.«Le concessioni demaniali dovrebbero essere condizionate anche alla sicurezza sul lavoro. Invece spesso abbiamo segnalazioni che mancano perfino i dispositivi di protezione in ambienti dove avvengono lavorazioni nocive. Oggi non si presta neppure più attenzione a effettuare queste lavorazioni in orari alternati. Spesso i lavoratori denunciano la mancanza di dispositivi di aerazione adeguati e perfino di addestramento. Ma peggio ancora si danno indicazioni generiche a persone che parlano a malapena l'italiano. O che non lo parlano. O addirittura si mettono insieme a lavorare persone che parlano lingue diverse e non si comprendono. E non potendo comunicare, non correttamente, sono causa, loro malgrado, di incidenti sul lavoro. E anche di questo i cantieri non possono dire di non sapere nulla». --(15 _ continua)© RIPRODUZIONE RISERVATA