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01/08/2020

I camici e le chat «Fontana e Dini erano d’accordo»

QN - Il Giorno

di Anna Giorgi MILANO Fra Regione Lombardia e il cognato del governatore Attilio Fontana, Andrea Dini, ad di Dama spa, ci fu, per i magistrati, «un preordinato inadempimento contrattuale per effetto di un accordo retrostante nella vicenda dei 75mila camici inizialmente dati con affidamento diretto alla Dama spa dello stesso Dini per un valore di 513.000 euro». La convinzione dei giudici, riportata nelle carte del decreto di sequestro dei 25mila camici trovati nel magazzino dell'azienda, si basa su alcuni messaggi che Dini avrebbe scambiato su WhatsApp con Emanuela Crivellaro, la responsabile di Ponte del Sorriso, una Onlus varesina eventuale destinataria di una presunta vendita. Ce ne sarebbe in particolare uno a incastrare - per gli investigatori - i due interlocutori, mettendo in chiaro le reali intenzioni. Dini a Crivellaro: «Ciao, abbiamo ricevuto una bella partita di tessuto per camici. Li vendiamo a 9 euro, e poi ogni 1.000 venduti ne posso donare 100 al Ponte del Sorriso». Quel messaggio è stato inviato da Dini due ore prima di formulare ufficialmente per la prima volta l'offerta alla Regione Lombardia di trasformare la fornitura di camici in parziale donazione. Secondo l'accusa, questo significa che il cognato di Fontana già «offriva in vendita» all'interlocutrice «i camici non consegnati ad Aria spa» ancora prima di proporre alla Regione la donazione e, dunque, a maggior ragione senza sapere se sarebbe stata accettata. Dall'associazione Ponte del Sorriso fanno sapere che quel messaggio su WhatsApp era solo «una comunicazione generica» da parte di Dini e «non certo un invito a comprarli». Non la pensano così però i pm Luigi Furno, Paolo Filippini e Carlo Scalas e l'aggiunto Maurizio Romanelli, che indagano sul caso che sta scuotendo il Pirellone. Secondo i pm, Dini aveva intenzione di rivendere i camici per rientrare del mancato introito dovuto al contratto sfumato con la Regione. Una perdita economica a cui pure Fontana ha tentato goffamente di rimediare con un bonifico, poi bloccato dall'antiriciclaggio di Banca d'Italia come operazione sospetta. Fontana avrebbe tentato di risarcire il cognato con 250mila euro da un conto scudato in Svizzera. L'avvocato Giuseppe Iannaccone, difensore di Dini, fa sapere in una nota: «Il mio assistito non ha mai avuto intenzione di speculare ai danni della Regione. Nonostante l'elevatissima richiesta di quel materiale, i camici destinati alla Regione sono sempre rimasti in magazzino. Infatti è lì che sono stati sequestrati. La notizia che egli avrebbe tentato di rivenderli a mezzo mondo è falsa. Ho piena fiducia nell'autorità inquirente milanese - si legge ancora - ma auspico, per il futuro, un atteggiamento più sereno». © RIPRODUZIONE RISERVATA L'appalto diventa una donazione
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L'inchiesta sui camici che vede indagato Fontana nasce dalla decisione della Regione di affidare un appalto da 500mila euro alla Dama, società del cognato di Fontana. L'appalto per 75mila camici si è poi trasformato in una donazione, che però non è stata completata