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22/05/2020

Grandi appalti, 15 anni per terminarli

Il Sole 24 Ore - G.Sa.

-Servizio a pagina 5

ROMA

A Palazzo Chigi prende corpo l'idea di una «fase 3» che parta dalla rottura delle attuali procedure per realizzare le infrastrutture. Una rottura che si affiderebbe a un largo uso del «modello Genova», commissari in deroga pesante dal codice appalti e dalle altre procedure ordinarie. Prima di avviare il confronto, che non si preannuncia facile, dentro il governo sulle regole, ci sono alcuni dati, raccolti in questi giorni dal sottosegretario alla programmazione di Palazzo Chigi, Mario Turco, che confermano una situazione drammatica dei tempi di realizzazione delle opere e del peso della burocrazia sull'iter. Questi dati contenuti nel «dossier Turco» saranno alla base dell'intervento legislativo che sarà uno dei pilastri del decreto semplificazioni entro una quindicina di giorni. L'altro sarà, appunto, la riforma del codice appalti.

Il primo numero del «dossier Turco» è quello dei ritardi delle opere. Si consolida una stima contenuti nei Rapporti del nucleo di valutazione dell'Agenzia per la coesione territoriale che sancisce una media di due anni e tre mesi per realizzare le opere anche piccolissime, sotto i 100 mila euro, e di 15 anni e 8 mesi per le grandi opere di importo superiore a 100 milioni.

Il dato più significativo di questo monitoraggio è però quello che riguarda le attese burocratiche: il 54,3% della durata dei lavori per un'opera se ne va in «tempi di attraversamento», pura inerzia burocratica che intercorre fra la fine di un procedimento e l'inizio di quello successivo. Su 15,7 anni che se ne vanno per una grande opera, circa otto derivano da questa inerzia. Questo conferma, in pieno, per altro, quanto più volte affermato dal sindaco di Genova e commissario per il Ponte, Marco Bucci, l'interprete del «modello Genova», secondo cui il dramma principale della burocrazia italiana è l'obbligo per l'amministrazione pubblica di eseguire i procedimenti in fila uno dopo l'altro, cominciarne uno solo quando quello prima è finito, dover procedere «in serie» senza poter procedere «in parallelo».

Ci sono altri numeri, però, che sono nel «dossier Turco» e che costituiranno una base decisionale nei prossimi giorni. Tre numeri per tre misure.

Il primo è che il 37% degli investimenti sottoposti oggi a monitoraggio da varie banche dati pubbliche, alla Ragioneria, al ministero delle Infrastrutture, all'Anac, non possono contare su dati e stato dell'arte aggiornati.

Da qui nasce il pressing di Palazzo Chigi - che troverà posto in una norma del decreto semplificazioni - per rivedere il sistema di monitoraggio delle opere pubbliche, rafforzando il ruolo del Dipe, il dipartimento per la programmazione economica che si trova a Palazzo Chigi. «Ma soprattutto - dice Turco - vogliamo far diventare il monitoraggio uno strumento di trasparenza: con gli open data, i cittadini sapranno tutto delle opere e a che punto sono».

Il secodo numero riguarda invece le riprogrammazioni dei fondi fermi. Si sta facendo un lavoro sia sul Fondo sviluppo coesione (Fsc) sia sui fondi ordinari in conto capitale non utilizzati nel bilancio statale. Sul primo fronte ci sono 14 miliardi da riprogrammare e presto il dossier arriverà alla cabina di regia di Palazzo Chigi per poi transitare al Cipe (qui la competenze è del ministro per il Mezzogiorno Provenzano), mentre sul secondo fronte il lavoro è in corso di ultimazione. Stesso obiettivo: arrivare a una cifra di risorse che possono essere spostate per definanziare opere incagliate da anni e finanziare invece interventi urgenti e immediatamente eseguibili. E il complesso di questi interventi strategici e immediatamente eseguibili, soprattutto locali e territoriali, finirà dentro un piano nazionale da varare nella seconda metà dell'anno.

Infine, l'ultimo numero del «dossier Turco»: il 35% delle opere ferme sono bloccate per crisi aziendali dell'impresa appaltatrice.

«Questo è un fenomeno molto grave - dice Turco - che può mettere a rischio anche il piano straordinario che noi intendiamo lanciare. Se spostiamo le risorse e poi affidiamo i lavori a una impresa che finisce in crisi da lì a qualche mese, il risultato sarà nullo. Per questo - continua Turco - pensiamo a una sorta di rating da assegnare alle imprese, uno screening del suo stato di salute economico-finanziario per decidere se ammettere o meno un'impresa a un appalto. Al tempo stesso - dice ancora Turco - pensiamo a incentivi alle imprese per accorparsi, in modo da potenziare un'offerta in questo campo che appare piuttosto debole sia sul fronte delle grandi imprese che su quello delle medie. Dobbiamo aiutare con incentivi che stiamo studiando le imprese medie, piccole e micro a crescere».

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