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07/10/2018

Giudice trovata morta in casa a Roma Si occupo di Montecarlo e degli Spada

Il Tempo

Il magistrato Simonetta D'Alessandro molto probabilmente vittima di un malore
• Simonetta D'Alessandro, noto giudice del tribunale di Roma, e morta. E stato il figlio di 25 anni a trovare il corpo della donna. Era in casa, a Roma, in pieno centro storico, in via di Ripetta. Il ragazzo, anche lui laureato in giurisprudenza, non aveva notizie della madre da 48 ore. Allarmato, ieripomeriggio ha bussato alla porta dei carabinieri della stazione Prati. Entrati intorno alle 15,30 nell'appartamento della donna, con l'aiuto dei vigili del fuoco, i militari hanno solo potuto constatarne il decesso. Sul corpo non sembrerebbero essere stati riscontati segni di violenza. Quindi si indaga per capire se si sia trattato di un malore. Per questo la salma e stata messa a disposizione del magistrato di turno. Nata a Foggia nel 1960, il giudice era recentemente stata nominata Presidente della Decima Sezione Penale del Tribunale di piazzale Clodio. Il Consiglio Superiore della Magistratura non aveva avuto alcun dubbio, votando il provvedimento all'unanimita. Non un voto contrario, non un astenuto. Del resto la devozione al lavoro del giudice non puo essere messa in discussione. Cosi come la sua professionalita e il suo impegno. Per anni le finestre del suo studio, al quinto piano della palazzina A della cittadella giudiziaria, sono rimaste accese fino a tardi. All'interno Simonetta D'Alessandro lavorava, studiava gli atti, scriveva le ordinanze con accuratezza, misura e un uso sopraffino della lingua italiana. «Finche non finisco non sto tranquilla», amava ripetere. Anon stare tranquilli, grazie al suo lavoro, erano anche le associazioni a delinquere di stampo mafioso, i pedofili, i furbetti del fisco e i pubblici funzionari collusi. Portava la sua firma l'ordinanza grazie alla quale, nel gennaio scorso, gli inquirenti romani hanno potuto dare esecuzione all'operazione "Eclissi", la stessa che ha condotto all'arresto di 32 persone appartenenti al clan Spada. La D'Alessandro aveva voluto raccontare il «profondo degrado sul territorio» causato dalla criminalita. E «la compromissione del rapporto fisiologico tra economia (lecita) e pubblica amministrazione in seno al X Municipio proprio in ragione della pervasivita della criminalita organizzata». Il giudice era capace di cogliere il contesto, di valutare l'intero quadro probatorio e le sue conseguenze, rifuggendo da una visione atomizzata dei fatti. Come quando era stata chiamata a valutare le prove che i magistrati avevano raccolto sul «re della slot» Francesco Corallo, sull'ex presidente della Camera Gianfranco Fini (il caso Montecarlo) e gli altri indagati. Compravendite sospette, accordi sottobanco e macchinette mangiasoldi. I reati e i contesti evidenziati dai magistrati erano molteplici. Ma alla D'Alessandro non era sfuggita la visione d'insieme. Non aveva perso di vista la «contaminazione istituzionale» e «l'interferenza prezzolata sull'attivita parlamenPOLIZIAJriqill tare». «Non sfugge a questo giudice che, a fronte di chi ritiene che con l'acquisizione di vantaggio patrimoniale il parlamentare perde quella liberta di agire senza vincolo di mandato, e che questo contegno abbia matrice corruttiva, vi e anche chi considera che simili elargizioni siano frutto di attivita di lobbyng, frequenti, in forme meno primitive, nel mondo anglosassone e americano», scriveva con penna fine e onesta intellettuale. Severa, nel giudicare la comunita virtuale capace di rovinare la vita di bambini che in alcuni casi non avevano compiuto ancora 3 anni. Erano state 7 persone arrestate per aver sfruttato il web sommerso producendo e divulgando centinaia di migliaia di video pedopornografici. E ancora aveva lavorato all'ordinanza di custodia cautelare relativa al business degli abiti usati. Un mondo dove un'organizzazione criminale si fondava su un accordo tra societa e finte onlus che operavano nel settore del recupero rifiuti ripartendosi gli appalti distribuiti dall'Ama. E poi aveva esaminato i bilanci dei ristoratori furbetti del centro storico. E le azioni di chi, nell'estate 2014, aveva fatto parte del commando che provo a sequestrare e infine uccise Silvio Fanella. Aveva emesso sentenze fino a 20 anni di carcere in abbreviato, in merito alla vicenda che ruotava al broker ritenuto essere il cassiere di Gennaro Mokbel. Irreprensibile, conchi aveva asservito la sua funzione pubblica: «Non e generosita, ma mercimonio e corruzione», aveva scritto a proposito dei rapporti opachi tra un giudice e un generale. «La vicenda - diceva - palesa una patologica interrelazione» capace di «espropriare il vertice amministrativo di ogni reale potere». Ecco, per questo lavorava il giudice Simonetta D'Alessandro: per passione, giustizia e senso di responsabilita. And. Oss. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

A gennaio

Firmo l'ordinanza cautelare per 32 membri del clan


Foto: Lutto A sinistra Simonetta D'Alessandro. Adestra, la polizia mortuariasul posto

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