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02/06/2020

GIOVANNI TOTI «Stiamo attenti alle spinte neocentraliste»

La Verita' - DANIELE CAPEZZONE

Le interviste del lunedì
a pagina 8 • Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, è, anche secondo i sondaggi, tra i governatori che in assoluto escono meglio dall'emergenza coronavirus: gestione sanitaria efficace, nessun terrorismo psicologico, e anche nel dibattito pubblico una costante sollecitazione a ripartire, pur nella doverosa cautela. Governatore, ce l'abbiamo fatta. Finalmente dopodomani si riapre anche tra una regione e l'altra... «La vera notizia è che forse per una volta non si cambia idea, incrociando le dita per le prossime 36 ore. In pochi mesi, l'altalena comunicativa è stata notevole: siamo passati dal "non ci fermiamo" con gli aperitivi (quando non era il momento) al "chiudiamo tutto", fino alle urla contro gli "assembramenti" solo perché qualcuno la scorsa settimana era finalmente uscito di casa. Il fatto che adesso la linea di riapertura resista fa davvero capire che le cose vanno nel modo giusto. Le do un dato». Prego. «In Liguria, la prima settimana di maggio avevamo 40-45 nuovi ricoveri al giorno. Adesso siamo tra 1 e 4». Sospiro di sollievo. Però la sensazione è che restino i danni del clima di terrore che è stato creato. La Grecia chiude le porte ai nostri turisti. E diciamoci la verità: uno straniero, guardando i nostri media, poteva solo percepire l'autoflagellazione. «Eh, diciamo che alla pandemia clinica si è aggiunta una pandemia emotiva. Un conto è essere prudenti, altro conto è leggere anche i dati positivi in una luce negativa quasi con un piacere sottile... Mi chiedo come non si comprenda che questi atteggiamenti sono dannosi per un Paese che rischia di lasciare sull'altare del Covid 400 miliardi di Pil, ritrovandosi presto con un debito al 160%». Ci hanno messo del loro anche quei governatori del Sud che hanno usato parole poco caute nei confronti dei cittadini del Nord, quasi fossero untori. «Non tutte le strutture hanno retto allo sforzo emotivo. Certo, ci sono state giornate durissime: ricordo giornate con decine di vittime. Questo dovrebbe indurci anche a considerazioni più profonde sulla classe dirigente: ora c'è la prima generazione che non ha vissuto guerre, epidemie, carestie. Poi occorre anche aggiungere che in diverse regioni il sistema sanitario è oggettivamente più debole: e quindi alcune cautele erano un esercizio di consapevolezza rispetto ai possibili rischi». Le Regioni non escono meglio del governo nazionale da questa sfida? «Se abbiamo aperto con linee guida non da laboratorio impazzito, lo si deve alla spinta bipartisan delle Regioni. Quando sento spinte alla ipercentralizzazione o addirittura una messa in discussione del regionalismo, mi stupisco e mi chiedo: se non ci fosse stata la conferenza delle Regioni, a che punto saremmo oggi?». Riusciamo a porre rimedio per questa estate, oppure la frittata è fatta? «Per prenotare le vacanze, per far ripartire i consumi, per investire, la percezione del futuro è fondamentale. Se spargiamo incertezza, non si va da nessuna parte. A maggior ragione, se dobbiamo surrogare il turismo estero e incoraggiare quello interno, serve un'atmosfera di fiducia. E se dobbiamo sopperire alla mancanza di investimenti privati e quindi dobbiamo puntare sulla capacità di spesa della mano pubblica, non possiamo non interrogarci su meccanismi che, rispetto ai 100 miliardi stanziati, ne hanno effettivamente trasferiti ai cittadini sì e no il 10%». Lombardia. Le chiedo un giudizio sulla caccia alle streghe che è stata scatenata da due mesi. Ora che però anche la pubblica accusa, a Bergamo, nega che fosse compito della Regione istituire la zona rossa, e punta il dito sulle responsabilità del governo, si è improvvisamente fatto un gran silenzio su alcuni media... «Colpire il sistema Lombardia è qualcosa a cui un pezzo della politica italiana punta da tempo. Sussidiarietà e integrazione tra pubblico e privato sono cose che purtroppo alcuni odiano. Ci saranno magari stati errori, ma quella contro la Lombardia è stata una campagna oscena». Quadro economico. Il direttore dell'Ufficio studi Confcommercio ha lanciato dalla Verità un allarme fondato: se è vero che oltre l'8o% degli esercizi hanno riaperto, dimostrando speranza e buona volontà, il rischio è quello di ricavi più che dimezzati da qui a fine anno, con relativa chiusura definitiva. «Non c'è dubbio, purtroppo. Io vedo due piani di discussione necessari. Primo: rovesciare il clima di incertezza e terrore alimentato da troppi. In economia le aspettative valgono come i dati reali del Pil. Secondo: vedo una discussione spesso sterile e talora maliziosa su "dove prendiamo i soldi", mentre quasi nessuno si preoccupa delle effettive capacità di spesa del pubblico. Molti leoni da talk show pontificano contro la burocrazia e per la semplificazione, ma poi in Parlamento si esce sempre con una legge in più, anziché con una legge in meno... Tacito diceva: "Plurimae leges, corruptissima res publica"». Non le pare che nel decreto Rilancio, anziché puntare su una pioggerellina di bonus, occorresse potenziare la parte dei contributi a fondo perduto per chi è stato davvero danneggiato, cioè autonomi, partite Iva, commercianti, artigiani? «Esattamente. Tra gli effetti negativi del Covid, c'è l'amplificazione di un difetto di fondo della coalizione giallorossa. Una parte pensa che un Paese possa andare avanti con sussidi vari (che nemmeno arrivano), e un'altra esprime il peggio del suo antico pregiudizio anti impresa». Si discute molto del Recovery fund, che al momento è solo una proposta, e pure osteggiata da diversi Paesi, oltre che sottoposta alle forche caudine anticipate dall'ineffabile Dombrovskis. Ma, al di là del giudizio di merito, se mai scattasse, qualche risorsa arriverebbe a 2021 inoltrato, mentre il disastro economico si prospetta per l'autunno. «Sono ancora più preoccupato. Se anche dei fondi - e ovviamente ne dubito - arrivassero domattina, temo che non s a premmo come usarli. Sento che alcuni si riempiono la bocca parlando di 170 miliardi, ma non spiegano come mai non usiamo i fondi di cui disponiamo già. E non bastano piccoli accorgimenti: servono interventi poderosi, dal codice degli appalti alla legge fallimentare». Altro versante poco presidiato: le scuole. «Poco presidiato? Direi abbandonato! Abbiamo riaperto i centri estivi e i nidi estivi solo per lo sforzo di Regioni e Comuni. Quanto alle scuole, siamo gli unici in Europa a non aver riaperto e il "come" della riapertura è avvolto nel mistero. Parliamo tanto di pari opportunità, ma questa situazione costringerà le mamme (o uno dei due genitori) a usare i congedi parentali (che diventeranno una costrizione) 0 a essere ancora vincolati allo smartworking». La Liguria è una delle Regioni che va al voto. Quando bisognerebbe votare? «Prima che riaprano le scuole. Dal 3 al 15 giugno riapre tutto, anche cinema e teatri. Solo una campagna elettorale ordinata non si può fare? La scadenza fissa delle assemblee elettive è un principio inviolabile». Perché la data ipotizzata dal governo (20 o 27 settembre) non va bene? Non sarà che Giuseppe Conte pensa a blindarsi, per entrare subito in sessione di bilancio e rendere più complicata una sua sostituzione? «Sono ancora più malizioso. Se il capo dell'Istituto superiore di sanità va in Parlamento a parlare di nuove ondate autunnali, non vorrei che a qualcuno venisse in mente un rinvio sine die. E comunque ce la immaginiamo una riapertura delle scuole tra il 16 e il 20 settembre, e subito una sospensione per votare?». I contrari al voto a luglio obiettano che gli avversari dei governatori uscenti avrebbero poco tempo per la loro campagna elettorale... «Ma no, gli uscenti hanno pensato a governare, non hanno mica fatto campagna elettorale. Chi avrà fatto bene sarà premiato, e chi avrà fatto male sarà punito. Ci sarà una ragione se figure diverse come Zaia, come me, come De Luca, come Emiliano, come Ceriscioli, abbiamo posto lo stesso problema? L'ho detto anche al capo dello Stato: abbiamo bisogno di una campagna elettorale corta, seria, sobria. E se poi davvero ci fosse una nuova ondata senza prima aver votato, ci ritroviamo con governi regionali dotati di poteri assoluti sulla sanità ma delegittimati?». A proposito di avversari. Cosa e chi si aspetta in Liguria? Grillini e Pd si metteranno insieme, dopo tutti gli insulti che si sono detti per anni? «Ah, sono curioso. Forse alla fine si metteranno insieme: "Più che il dolor potè il digiuno...". Certo, già stiamo vedendo al governo nazionale l'incrocio tra queste due forze. Penso all'antica cultura della socialdemocrazia: chissà se uno come Willy Brandt, tornando in vita, vedesse un'alleanza con chi vuol mettere un parco giochi al posto dell'Uva e dice no alle infrastrutture... Penso a cose decisive per la Liguria, come la Gronda e le concessioni autostradali, bloccate da 6 anni. Il ministro De Micheli ha un progetto sul suo tavolo (che vale 4 miliardi di euro e 2.000 posti di lavoro) ma non firma perché altrimenti non sa come reagirebbe il suo viceministro grillino». Che situazione... «Ah certo. Con il Pd alleato dei grillini che vorrebbero le navi lontane dai porti, e le riparazioni fuori dal porto di Genova. Se lo immagina?».