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02/01/2019

Giggino e Dibba fanno i duri: meno soldi ai parlamentari

Libero - FAUSTO CARIOTI

ALTRE MINACCE
Crisi di consenso e padri chiacchierati: i due cercano di uscire dai guai giurando che taglieranno lo stipendio dei deputati. Salvini: prima flat tax e legittima difesa
■ Per i coltelli c'è tempo. Verrà il momento di infilzarsi a vicenda, ma ora bisogna farsi vedere insieme, d'amore e d'accordo. È vero, Luigi Di Maio ha puntato tutto su una legislatura che Alessandro Di Battista ha preferito saltare, convinto che nel frattempo l'altro avrebbe fallito. Ma dopo sette mesi di governo hanno realizzato di avere problemi più importanti della reciproca concorrenza. Il M5S continua a scendere nei sondaggi e alle Europee rischia di finire cinque, dieci punti sotto la Lega di Matteo Salvini: risultato che renderebbe inevitabile un rimpasto di governo in favore degli alleati, e a rimetterci sarebbe tutta la setta pentastellata. C'è l'avversario interno in comune, Roberto Fico, che dalla presidenza della Camera gioca ormai una partita in proprio e non lascia passare giorno senza ammiccare alla sinistra. Le pubbliche sventure dei genitori provvedono a fare il resto: indagato il padre di Di Maio, indebitato quello di Di Battista. Nulla, si sa, unisce più dei pericoli e delle disgrazie. Quanto al padre politico, Beppe Grillo, è ritenuto ormai un'anticaglia fuori moda, che meno si nota e meglio è. Giggino & Dibba come Boldi & De Sica, allora: "Amici come prima" e tuta da sci davanti alla telecamera. Tocca sorreggersi l'uno con l'altro e arrestare la caduta dei Cinque Stelle. Il videomessaggio congiunto inviato ieri da una località delle Dolomiti è prevedibile anche nel testo concordato con la Casaleggio Associati, iniziando dal nemico immaginario evocato per ricompattare i ranghi: la «classe privilegiata», la chiama il vicepremier, «che ci sta combattendo perché stiamo bloccando le pensioni d'oro». È la retorica che usano da anni, quella del movimento unico baluardo contro la casta, ormai poco credibile perché la casta di governo sono diventati loro e perché tra le pensioni «d'oro» colpite dalla manovra ci sono pure quelle da 1.500 euro al mese. Però nella cassetta degli attrezzi non si trova di meglio. «Vi regaleremo una bella legge che taglia gli stipendi a tutti i parlamentari della repubblica», è quindi la promessa di Di Maio, che se la rivende come nuova anche se si tratta del solito usato sicuro che torna puntuale nei momenti di difficoltà. IL CONTRATTO L'impegno siglato con la Lega, però, era diverso. «Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori», è scritto nel contratto di governo. Già adesso, imprenditori e professionisti affermati si guardano bene dal candidarsi, perché ci perderebbero troppi soldi. Tagliare le buste paga anziché i parlamentari significherebbe fare scendere ancora di più il livello, già infimo, della classe politica italiana. Il problema non riguarda però i grillini, provenienti in gran parte dal precariato e dalle liste di disoccupazione, e sforbiciare gli stipendi è assai più facile che ridurre il numero dei parlamentari, operazione che può essere fatta solo cambiando la Costituzione. Per il tandem Di Maio-Di Battista, intanto, l'importante è che se ne parli e che la proposta alzi un polverone sufficiente a coprire i disastri della manovra: il reddito di cittadinanza che da aprile pioverà su centinaia di migliaia di immigrati, i tagli alle pensioni, l'aumento dell'Iva per 23 miliardi di euro a partire dal 2020 e tutto il resto. POLEMICA Il primo risultato raggiunto è l'apertura di una nuova crepa con la Lega. Perché prima di tagliare gli stipendi dei parlamentari, ricorda Salvini ai due, ci sono altre cose da fare: «Avanti con il taglio delle tasse, estensione della Flat tax e della pace fiscale, taglio della burocrazia e revisione del Codice degli appalti, cancellazione definitiva della legge Fornero, approvazione dell'Autonomia e finalmente una legge nuova che garantisca il diritto alla legittima difesa». Ne vedremo molte di scene del genere, da qui al 26 maggio. Il resto sono bugie per gonzi. Come quando Di Maio, accanto al socio impegnato ad annuire, promette a chi li guarda che tutte le prossime scelte sull'ambiente, sulla politica estera e ogni altro tema saranno prese «insieme» alla base del movimento, «perché è sempre un percorso partecipato». Chiedere agli elettori pugliesi cui era stato garantito il blocco del gasdotto Tap in cambio del loro voto, o a quelli che credevano davvero nella riconversione dell'Ilva, quanto valgono simili impegni.