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04/08/2020

fondi Ue e azione pubblica fra legalità e buon senso

Il Piccolo di Trieste - giovanni bellarosa

Volendo parlare della situazione politica, si rischia di dire sempre le stesse cose. Infatti nulla appare cambiato: dopo la fine della trattativa europea e la standing ovation, certamente impropria in un Parlamento nazionale ma gradita e cercata dal Presidente del Consiglio, si è tornati alla disputa sul Mes. Per un maggior realismo ed equilibrio sarebbe stato giusto anche valutare in quale misura la vittoria a Bruxelles sia dipesa dalla delegazione italiana o piuttosto dalla forza e dal pressing della Cancelliera Merkel e del Presidente Macron che hanno imposto l'intesa all'Olanda e all'Austria nell'interesse della Europa stessa, peraltro senza autocelebrarsi e dimostrando così un diverso stile personale ed istituzionale. Ora, ritornati al consueto quadro di litigiosità e protagonismo, appare di maggior interesse qualche riflessione sulle riforme da adottare, anche perché questo è oggi il tema ineludibile e non rinviabile: è sicuro infatti che, anche contro la nostra volontà o inerzia, le riforme verranno imposte e si dovranno fare, pena la perdita degli aiuti. Questi ultimi poi verranno dati con precise condizionalità perché mai un euro del bilancio comunitario è stato concesso senza precise regole, limiti, obiettivi e controlli, tanto più ora che il nostro Paese non gode di grande reputazione sulle sue capacità. Senza pretendere di fare una graduatoria tra le urgenze, certamente però la più grave ed attuale è quella economica, la ripresa della produzione e la creazione di posti di lavoro. Gli interventi per arginarla sono di due tipi: subito quelli di sostegno finanziario per frenare la recessione e poi, quelli strutturali. Per questi ultimi è indispensabile però disporre di uno Stato che funzioni in quanto non si può fare affidamento su un interlocutore pubblico frenato, da un lato, dalle difficoltà della politica e dall'altro, dalla lentezza della Amministrazione. Per la prima delle due, il rimedio più rapido e decisivo sarebbe, sia consentita la brutalità del concetto imposto però dallo stato di necessità, ridisegnare la compagine governativa e, se questo non risultasse possibile, rinnovare il Parlamento stesso, secondo quanto indica la Costituzione. Per la seconda, cioè la morsa della burocrazia, il lavoro è complesso dato che si tratta di por mano ad una situazione di progressiva sclerotizzazione dell'apparato pubblico che richiede interventi coraggiosi sulla sua struttura, comprendendovi naturalmente anche la giustizia. Questa riforma esige poi la competenza di professionisti che conoscano l'Amministrazione dal di dentro per avervi maturato le proprie esperienze, molto più degli specialisti, spesso sedicenti tali, che la studiano o la giudicano solo dal lato della teoria. Si deve iniziare dalle risorse umane: i dipendenti pubblici, secondo i dati Istat, sono tre milioni e mezzo (comprese anche le forze di polizia e le forze armate). In rapporto alla popolazione la percentuale italiana è tra le più basse, il che serve a sfatare un diffuso luogo comune. Lo stesso dicasi per il livello retributivo: se la sicurezza del posto è un indubbio vantaggio, il rapporto retribuzione-responsabilità non regge il paragone con l'impiego privato, quest'ultimo di gran lunga più remunerato a parità di prestazioni e soprattutto di responsabilità. Tanto per chiarire, il danno erariale perseguito dalla Corte dei conti e l'abuso di ufficio, anche se in parte attenuati dal decreto semplificazione, incombono solo sul personale pubblico. Ma l'inefficienza del sistema amministrativo italiano non dipende tanto dal fattore umano, quanto piuttosto da vizi intrinseci. Nel tempo si sono moltiplicate le disposizioni per regolamentare rigidamente l'azione amministrativa: l'intento era condivisibile, cioè assicurare l'imparzialità sottoponendo il lavoro a vincoli stretti per garantirne la legittimità. La conseguenza però è che così facendo ogni decisione, grande o poco significativa, può essere portata in giudizio anche per mere formalità, tanto più quando le norme sono mal scritte e poco chiare. La prova sta nel codice degli appalti, un mostro giuridico che ha determinato il blocco delle opere pubbliche, con l'aggravante delle interferenze esercitate dall'Anac che ha invece mancato il suo scopo di combattere la corruzione.Il punto centrale del ragionamento verte dunque sul rapporto tra attività vincolata della P.A. e discrezionalità amministrativa: la prima è fatta di canali rigidi, la seconda, ugualmente essenziale per il buon andamento dell'Amministrazione, consente margini di autonoma, ma sempre motivata, valutazione. Ciò non significa legittimare l'abuso ma la possibilità di intervenire (o non intervenire) con la soluzione più ragionevole per arrivare all'obiettivo nel modo più efficace, efficiente ed economico per la collettività. Sono le famose tre "E", aggettivi sui quali hanno discettato gli studiosi senza rendersi conto che queste "E" rimangono, come in effetti sono rimaste, parole inconcludenti sino a quando non si intervenga sulle regole attraverso la creazione di buone leggi e l'abrogazione di quelle, numerose, che non lo sono. La proliferazione normativa ha infatti ampliato a dismisura i vincoli alla Amministrazione in un intreccio di formalismi e di apparenti garanzie che rendono impossibile velocizzare le procedure. E' urgente perciò ritornare ad una azione pubblica che obbedisca a due fondamentali requisiti, "rettitudine" e "ragionevolezza", in un quadro di legalità non meramente formalistica. Del resto è quanto dice la Costituzione all'articolo 97 quando, con mirabile sintesi, chiede all'Amministrazione di assicurare l'"imparzialità" e nel contempo "il buon andamento". I vantaggi appaiono evidenti. Se qualcuno paventa che da questa più responsabile autonomia scaturisca un maggiore rischio di corruttela, la risposta sta nella contestuale e radicale riforma dei controlli, interni e giurisdizionali, e di chi li esercita istituzionalmente, in modo da renderli del tutto diversi e più efficienti rispetto a quelli che sin qui non hanno impedito, pur nell'attuale sistema vincolistico, il verificarsi di situazioni oltremodo preoccupanti. --© RIPRODUZIONE RISERVATA