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08/06/2021

Fincantieri, meno silenzi e più diritti

Corriere di Verona

●L'intercento/ 2
di Gabriele Scaramuzza* Poche vicende, come quella dei cantieri Fincantieri di Porto Marghera, coagulano il rischio e la realtà che vivono oggi i lavoratori della manifattura e della cantieristica in particolare. Un settore che costituisce senza dubbio un valore economico per il nostro Paese, ma che non può essere lasciato preda della peggiore deregulation. Su questo grumo, a porto Marghera, hanno fatto nido un paradosso e un pericolo. Il paradosso è costituito dal fatto che, nella regione del tessuto produttivo pulviscolare, il più grande fenomeno di sfruttamento e di depauperamento dei diritti sul lavoro riguarda gli appalti riconducibili ad una grande azienda di quello che un tempo si sarebbe definito il «capitalismo di Stato». Il pericolo è, invece, che il modello organizzativo sperimentato a Porto Marghera faccia scuola e venga mutuato in tutti i siti produttivi dell'azienda. Il meccanismo della paga globale fa sì che, oggi, un lavoratore della catena di appalti e subappalti dei cantieri di Porto Marghera abbia un livello retributivo pari a 4 o 5 euro orari, equivalenti a quelli della manodopera cinese. A questo primo scandalo deve aggiungersi il fatto che il lavoratore viene contrattualizzato per un numero di ore del tutto irrisorie rispetto a quelle effettivamente passate in cantiere, e che la paga oraria assorbe tutte le tutele, come le ferie e la malattia. Inoltre, la distorsione creata dalla cronica assenza di una strategia a livello nazionale per l'ingresso di manodopera straniera in Italia, fa sì che le migliaia di lavoratori stranieri, in prevalenza bengalesi, si trovino in una condizione giuridica che li rende costantemente ricattabili da parte dei datori di lavoro. Se è giusto e corretto che le inchieste della magistratura accertino le responsabilità penali, è però sacrosanto intervenire a livello legislativo e di regolazione affinché questa situazione non si perpetui o - peggio - non sia esportata altrove. E' indispensabile pertanto introdurre veri e propri contratti di filiera, che rendano impossibile al committente finale esimersi dalla responsabilità nei confronti della lunga catena di attori coinvolti negli appalti e subappalti, come pure attivare sistemi di effettiva rilevazione delle presenze del committente in cantiere in grado di certificare effettivamente il numero di ore lavorate. Ancora, è necessario intervenire per legge e definire esattamente il termine di cessazione della durata dell'appalto, per precisare senza ambiguità gli obblighi del committente di corrispondere nel biennio successivo le retribuzioni non erogate dalle imprese. Infine, bisogna operare perché le migliaia di lavoratori stranieri non continuino ad abitare il popolo degli invisibili della nostra città, che oltre alla precarietà lavorativa vivono anche quella abitativa e l'assenza di reti sociali. Usando come paragone i due grandi player di riferimento a livello mondiale, è bene essere consapevoli che non è più sostenibile pensare di costruire navi della qualità della Corea del Sud pagando i lavoratori come in Cina. L'auspicio è che il Decreto «semplificazioni», che ha introdotto limitazioni alla possibilità di ricorso al subappalto e al massimo ribasso, possa essere anche il grimaldello per intervenire su una realtà, quella di Fincantieri, portata tra gli esempi negativi nelle scorse settimane. Dovrebbe essere un soprassalto di responsabilità sociale d'impresa, in questo da parte della stessa Fincantieri, ma pure da parte delle istituzioni cittadine e regionali, finora cieche, di Confindustria, finora muta. Finora gli unici occhi aperti e l'unico grido di denuncia è venuto dal sindacato. E questo non è più accettabile. *Segretario regionale Articolo Uno