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11/07/2020

Esercito, appalti pilotati: il 10% era per le tangenti

Il Messaggero - Michela Allegri

L'INCHIESTA
Trentuno misure cautelari anche per alti funzionari: 64 indagati, 10 società nel mirino Nelle intercettazioni mazzette come «chili di carne»: usate per comprare gradi e divise LE DITTE FAVORITE DAI CORROTTI ASSUMEVANO ANCHE PARENTI E AMICI, AI DOMICILIARI UN GENERALE IN PENSIONE
Gradi delle forze armate e indumenti militari made in China spacciati per prodotti di qualità. Appalti pilotati in cambio di tangenti scambiate ovunque e con disinvoltura: per strada, in ufficio, a bordo di una macchina parcheggiata nella piazzola di sosta di un bar sulla Pontina. Mazzette che servivano per oliare un sistema che, tra il 2018 e il 2019, è stato in grado di dirottare interventi e servizi per 18,5 milioni di euro. Commesse di primo piano apparentemente irraggiungibili: quelle per le forniture alle Forze Armate. Un'impresa resa possibile da un accordo scellerato tra imprenditori e alti ufficiali corrotti, tutti quanti finiti sotto inchiesta. Ieri la Squadra Mobile, su disposizione del gip Tamara De Amicis, ha eseguito 31 misure cautelari o interdittive: 7 indagati sono ai domiciliari, per 5 è stata disposta la sospensione dal pubblico ufficio, mentre per 19 imprenditori è scattato il divieto temporaneo di contrattare con la pubblica amministrazione. Gli indagati sono in tutto 64, comprese 10 società. Le mazzette, raccontate nelle centinaia di intercettazioni, erano a seconda dei casi «chili di carne», o contanti corrisposti secondo un tariffario preciso: il 10 per cento del valore del contratto. Ma c'erano anche tanti favori, come l'assunzione di figli e parenti nelle ditte che venivano fatte correre su una corsia preferenziale. Addirittura uno dei militari si sarebbe fatto consegnare un regalo da fare al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, che è totalmente estraneo ai fatti. «Un paio di gradi da fare urgentemente, una serie, per il capo di Stato Maggiore, riusciamo?», dice Giuseppe Midili a un imprenditore amico. GLI APPALTI Tra gli appalti, c'era solo l'imbarazzo della scelta: dalla produzione di alamari metallici a quella di gradi da appuntare sulle divise, fino ai lavori di digitalizzazione degli aeroporti di Pratica di Mare e Centocelle, all'arredamento di ufficio e alle tende modulari per le missioni all'estero. Le accuse contestate dall'aggiunto Paolo Ielo e dal pm Antonio Clemente, a seconda delle posizioni, sono associazione a delinquere, frode nelle forniture, corruzione, turbativa d'asta. Ai domiciliari ci sono Gennaro Cuciniello, generale dell'Aeronautica in pensione, «capo e organizzatore» - sostiene il pm - di un'associazione formata da lui, dal suo braccio destro, il colonnello Natale Antonio Palmieri, detto "Luparetta", e da una serie di imprenditori "amici". Cuciniello avrebbe portato avanti gli affari anche dopo la pensione. Un imprenditore, per ingraziarselo, avrebbe assunto suo figlio. Un altro avrebbe acquistato i prodotti venduti dalla moglie. È proprio Cuciniello il protagonista di una delle intercettazioni più importanti, secondo il gip. Racconta al figlio come funziona il meccanismo delle ditte amiche: «So' amici, hanno partecipato, hanno sparà prezzi alti e fine della storia, hai capito? Funziona accussì», dice. I domiciliari sono stati disposti anche per il brigadiere Vincenzo Borreca. E la misura è scattata pure per gli imprenditori Luigi Boinsegna, Emilia Branciani, Claudio Montingelli, Fabio Piedimonte. La sospensione dal pubblico ufficio è stata invece disposta per Melchiorre Giancone, colonnello dell'Esercito, Alberico Marcocci, assistente dell'Istituto medico legale dell'Aeronautica, Giuseppe Midili, brigadiere generale, Michele Minenna, colonnello e direttore del commissariato di Guidonia, Simone Orro, tenente in servizio presso l'Aeroporto Militare di Pratica di Mare, tutti quanti dell'Aeronautica. La sospensione dal servizio potrebbe scattare per altri 10 militari: il gip deciderà dopo averli interrogati. Intanto il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, annuncia che il dicastero è «parte lesa e pone la massima fiducia nella magistratura». IL SISTEMA Lo spaccato che emerge dall'ordinanza è desolante: «Sembra che non vi sia settore delle forze armate in cui i pubblici ufficiali abbiano chiaro il valore della propria funzione, mortificata dal conteggio delle tangenti, consegnate dentro gli uffici o dentro un'automobile davanti a un bar», chiosa il gip. Più avanti il giudice parla di «un sistema diffuso», «pervasivo», di «rapporti collusivi che si fondano su reciproche utilità». Ancora una volta sono le conversazioni captate dagli investigatori a tratteggiare i contorni della corruzione: «Hai fatto man bassa no? Non sei soddisfatto?», dice un colonnello a un imprenditore. MADE IN CHINA Pilotare le gare era solo il primo step. Il secondo consisteva nel chiudere un occhio sulla qualità. Perché, nonostante documenti e certificazioni, gli alamari metallici da appuntare sui baveri e i gradi in velcro che finivano sulle divise erano di materiale scadente, rigorosamente confezionato in Cina o in Albania. Emerge chiaramente dalle intercettazioni: «Le scatole quelle degli alamari, c'hanno "Made in China" fuori, ma se ci mettessimo un'etichetta? Se pò levà la scritta, gliela copriamo», dice uno degli imprenditori indagati. E ancora: «Le piastrine si scollano o sono già scollate da un lato», si lamenta un militare intercettato, ma l'interlocutore lo rassicura: «Può essere che l'hanno fatto di fretta».