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25/07/2020

ENTI LOCALI, LO STATO A CHILOMETRO ZERO

Giornale di Brescia - Claudio Baroni

ISTITUZIONI E CITTADINI
E non era solo per le fazioni politiche in campo: basta considerare le posizioni diametralmente opposte prese da Lombardia e Veneto. Ora sul tema della riapertura delle scuole assisteremo al ripetersi di contrasti e rimpalli. L'intera questione regionale va probabilmente rimeditata: Regioni troppo diverse per abitanti e territorio, troppo distanti per prospettiva istituzionale. E tutte ugualmente sentite come «distanti» dai cittadini. La Regione Lombardia ha appena celebrato i cinquant'anni di vita. In mezzo secolo è diventata una potenza paragonabile, per popolazione e risorse, a qualche Stato europeo, ha investito e mosso una mole impressionante di capitali, ma non ha incarnato lo spirito regionalista che era nelle attese originarie. Milano non è meno accentratrice di Roma. I cittadini percepiscono lontana la Regione quanto sentono vicino il proprio Comune. Il sondaggio condotto da Nando Pagnoncelli per il Giornale di Brescia ha testimoniato come la popolazione si affidi al sindaco e al municipio: otto bresciani su dieci pensano che di fronte all'emergenza il Comune sia stato il fulcro della coesione sociale e il Primo cittadino ne sia il garante. Ma nei confronti dei Comuni l'impianto istituzionale ha avuto, negli ultimi decenni, una sorta di atteggiamento schizofrenico. Ha dato peso enorme al sindaco e alla sua giunta, soprattutto dopo l'introduzione dell'elezione diretta, con la legge del 1993, ma poi ha posto una serie crescente di vincoli, con la legge Bassanini del '97, con il Patto di stabilità dal '98, con norme stringenti su appalti e contratti. Solo dal 2016 si registra qualche allentamento. Molto era dovuto a problemi di finanza e debito pubblico, ma molto anche al desiderio centrale di controllo. Se una lezione dovremmo imparare dalla crisi che stiamo affrontando, dovrebbe essere la scelta di rafforzare le strutture comunali, quelle «a chilometro zero» per il cittadino. Ma è un'operazione difficile se ci sono municipi di dimensioni tanto diverse. Ridisegnarne i confini? Spingerli a federarsi per bacini omogenei? È necessario scegliere. La Costituzione aveva posto le Province a fare da cerniera tra Regione e Comune. E su questo versante sono stati compiuti i pasticci più grandi. La riforma del Titolo V prima e la legge Delrio poi hanno cercato di cancellarle. Il referendum costituzionale del 2016 ha bloccato tutto. E ora le Province sono in una sorta di limbo. Il presidente Alghisi, nei giorni scorsi, presentando il bilancio sottolineava come la Provincia di Brescia possa fare investimenti in conto capitale per milioni, ma poi non abbia i soldi per pagare stipendi e bollette. È considerata l'ente coordinatore per una trentina di progetti e cantieri stradali che valgono una spesa da 294 milioni di euro, ma senza esserne titolare. Ed ha un «buco» nel bilancio di 10 milioni di euro. La debolezza delle Province sta però anche nella loro immagine, da quando è stata tolta l'elezione diretta degli organismi e sono diventate enti di secondo livello, una sorta di «Casa dei Comuni». Ora non sono pochi a voler tornare all'elezione popolare degli organi provinciali. Ed è una convinzione trasversale agli schieramenti politici. Un passo indietro positivo, nello spirito della Costituzione. Questo è il panorama generale, per grandi linee. Il Ministero degli Interni vuole mettere mano alla riforma. In vista del Disegno di legge delega del Parlamento, ha costituito un gruppo di lavoro coordinato da Ferdinando Pajno, presidente emerito del Consiglio di Stato. Ne fa parte anche Mario Gorlani, docente dell'Università Statale di Brescia. Sarebbe un peccato se anche questa commissione facesse la fine delle numerose messe in campo negli ultimi mesi. Ma forse il fatto che sia nata senza clamori mediatici potrebbe giovare al risultato. Non sarà facile, anche perché la trappola ideologica è dietro ogni angolo. Sono passati cento anni, ma resta intatto nel suo valore l'appello di Luigi Sturzo alla «vivacità dei corpi intermedi», a Comuni e Regioni come reimpostazione dal basso della «macchina dello Stato», per prendersi cura della cosa pubblica, con una efficiente e non corrotta amministrazione, giorno dopo giorno. Nella buona e nella cattiva sorte.