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11/03/2021

Edilizia, contratto da “ristrutturare”

Avvenire - MAURIZIO CARUCCI

L'INTERVISTA
Turri (Filca-Cisl): aumento di 100 euro e revisione di inquadramento e mansioni Il segretario generale della Filca-Cisl: «C'è voglia di ripresa, ma la pandemia non aiuta e nel pubblico molti cantieri sono ancora fermi nonostante gli annunci che vengono fatti Si contano 1.040 opere non completate o bloccate»
U n aumento di 100 euro sui minimi salari e una revisione dell'inquadramento e delle mansioni che ormai risalgono agli anni '70». Sono solo alcune delle richieste che Franco Turri, segretario generale della Filca-Cisl, presenterà alle controparti per il rinnovo del contratto nazionale dell'edilizia. Formazione, sicurezza, benessere, qualificazione professionale, trasparenza e legalità, giusto salario sono le parole chiave della vostra piattaforma contrattuale. Dopo centinaia di assemblee a livello territoriale, abbiamo raccolto le proposte dei lavoratori di un settore che sta pagando a caro prezzo la crisi e la pandemia. A fianco del milione di addetti nelle costruzioni, dobbiamo considerarne altri 1,5-1,7 milioni con contratti non edili: installatori, partite Iva. Oltre ai 400mila in nero, soprattutto al CentroSud. Ma chi fa lo stesso lavoro deve avere lo stesso contratto per garantire formazione e sicurezza attraverso gli enti bilaterali ed evitare che le aziende applichino altri contratti per risparmiare sul costo del lavoro e sulle tutele. Il nostro è un comparto molto frammentato: il 96% delle imprese edili ha meno di dieci addetti. Tuttavia esiste un problema di carenza di manodopera specializzata. Molte aziende fanno fatica a trovare personale. Le Scuole edili non bastano a colmare il divario. Negli ultimi 12 anni abbiamo perso 800mila addetti. Inoltre gli infortuni e gli incidenti mortali nei cantieri sono in aumento. Come mai? C'è voglia di ripresa. Ma la fretta di recuperare il tempo perduto durante il lockdown non può mettere a rischio la vita dei lavoratori. Il sindacato è impegnato in tutti i luoghi di lavoro per il rispetto della normativa anti-infortuni e anti-contagio. Mi rendo conto che servono controlli più sostanziali. Ma sarebbe meglio ridurre drasticamente il ricorso al subappalto e il numero delle stazioni appaltanti. La pandemia non ci ha dato una mano. Anche se non ci sono stati mai così tanti incentivi nell'edilizia privata come in questo periodo: dal Superbonus agli sgravi per le facciate o il risparmio energetico. E nel pubblico? Molte opere sono ancora ferme, nonostante gli annunci. Non mi riferisco soltanto alla Gronda di Genova o all'Alta velocità ferroviaria Napoli-Bari. Basti pensare alla messa in sicurezza del territorio o delle scuole. Sono ben 640 le opere incompiute in Italia per un valore complessivo di quattro miliardi di euro, a cui si aggiungono le 400 opere bloccate per motivi burocratico-autorizzativi o per contenziosi vari, per un valore di 27 miliardi di euro. Per un totale di 1.040 opere non completate o bloccate. Il neo ministro delle Infrastrutture, Giovannini, ha assicurato che ci sarà un'accelerata. Se partissero i cantieri delle opere già appaltate ci sarebbero effetti immediati sull'occupazione, con decine di migliaia di operai impiegati. Ma i tempi sono ancora lunghissimi per la realizzazione delle opere: in media servono 15 anni. Bisogna modificare il Codice degli Appaltiprocedure di gara