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10/12/2018

Edilizia, chiuse in otto anni oltre 26 mila aziende

Corriere del Mezzogiorno Economia

Sviluppo  Territoriodove va il mezzogiorno
Franco Turri, leader nazionale della Filca Cisl, lancia l'allarme:«Dal 2008 al 2016 il Meridione ha perso il 16% delle costruzioni» «Lo Statonon stainvestendo piùnelle operepubblicheIl settoreha bisognodi certezze»
Sempre più a picco il sistema industriale nel Mezzogiorno, dove, a fronte di labili tracce di ripresa, continuano a venire fuori numeri che spiegano da soli quanto sarà dura risalire, e se prima o poi diventerà possibile. Il caso più emblematico riguarda il settore delle costruzioni, il cosiddetto «volano» dello sviluppo. Sulla base di una elaborazione dell'Associazione nazionale dei costruttori edili su dati Istat, in 8 anni, dal 2008 al 2016, tutte le regioni del Sud, le sei continentali e le due peninsulari, presentano perdite nettamente superiori al 10%. Solo la Puglia riesce a «contenere» il disastro con un meno 11%, più di 5 punti al di sotto della media complessiva. Per le altre, le cose vanno ancora peggio, e riflettono lo stesso quadro negativo che si registra in tutta Italia. Addirittura, la Sardegna cala di oltre il 23% con la chiusura di circa 4 mila aziende. La seguono a ruota l'Abruzzo con un meno 21,5% e 3300 ditte scomparse e la Sicilia con meno 17,9% e 6 mila chiusure. Il Centro-Nord, a sua volta, cala in media ancora più del Meridione, con 95 mila società in meno. Ma è anche vero che l'apparato industriale complessivo era pari a 377 mila aziende, contro le 131 mila del Mezzogiorno. Segno che le prospettive di ripresa restano tuttora di là da venire. O forse sono solo utopia. Ne parliamo con Franco Turri, leader nazionale della Filca, la federazione degli edili della Cisl, in questa intervista rilasciata al nostro giornale in occasione della sua venuta a Napoli per il rinnovo del gruppo dirigente partenopeo (al vertice è stata eletta Simona Corrado, prima donna coordinatrice nella storia della categoria locale).

Dal 2008 al 2016 il Mezzogiorno ha perso oltre 26 mila imprese di costruzione, più del 16%. Un calo feroce, anche se l'ultimo dato noto dà un lievissimo aumento dello 0,4 con 526 aziende in più. Quali sono secondo lei le cause?


«Le costruzioni stanno pagando il prezzo più alto per la crisi, basti pensare che negli ultimi 10 anni il peso del settore sul Pil nazionale si è ridotto dall'11,5% all'8%. Insieme al dato sulle aziende, che parla da solo, vorrei ricordare le centinaia di migliaia di lavoratori meridionali che hanno perso il posto, una vera tragedia sociale che in qualche caso rischia di allargare la platea di persone disposte a tutto pur di lavorare: senza contratto, senza diritti, senza sicurezza, senza un salario dignitoso. Persone che fanno gola alla criminalità. Il motivo della crisi dell'edilizia è semplice: lo Stato ha smesso di investire sulle opere, piccole o grandi che siano. Idem per le Regioni, i Comuni e tutti i centri di spesa. Eppure la cronaca degli ultimi anni dovrebbe aver insegnato che ci sono delle priorità attese da anni da tutta la collettività: la messa in sicurezza del territorio, ad esempio, che tra dissesto idrogeologico ed eventi sismici ha costi superiori a quelli per gli interventi preventivi, oltre alle migliaia di vittime degli ultimi anni. E poi l'edilizia scolastica (nelle scuole si verifica un crollo ogni quattro giorni!), la manutenzione delle infrastrutture, per evitare altre tragedie come il Ponte Morandi a Genova, e le opere utili a modernizzare il Paese. Opere che servono soprattutto al sud, per recuperare il gap con il nord Italia e con l'Europa. Tutti gli economisti, inoltre, sono concordi nell'affermare che con il rilancio delle costruzioni ripartirebbe tutta l'economia».


Al dato negativo interno fa per fortuna da contraltare la crescita del sistema italiano delle costruzioni nel mondo, con un aumento del fatturato nell'anno 2016 del 17,8%, e un incremento complessivo, nonostante la crisi del 13,5% dal 2004 in poi. Come spiega questa tendenza?


«Tantissime grandi imprese di costruzioni italiane hanno più della metà della produzione in Paesi esteri. In qualche caso, come Salini Impregilo, Bonatti e Todini, questo valore supera il 90%. Al contrario, in Italia non risultano operare aziende di costruzioni straniere. La colpa è del nostro sistema: troppe stazioni appaltanti, eccessiva burocrazia, incertezza sulla realizzazione delle opere, mancanza di un piano strategico di prospettiva. Le polemiche degli ultimi tempi sulle grandi opere, come Tav e Terzo Valico, sicuramente non aiutano, anzi. In queste condizioni quanti lavorerebbero in Italia? La risposta la conosciamo».


Per concludere, segretario Turri: a suo parere, quali potrebbero essere i rimedi per far ripartire il settore, di importanza centrale visto che resta fondamentale per il rilancio dell'economia?


«Il settore ha bisogno di certezze. Bisogna dare certezze ai cantieri delle grandi opere bloccati e in generale a tutti gli appalti i cui lavori sono fermi. Il valore di queste opere è enorme, equivalente se non al di sopra di una manovra finanziaria. Bisogna dare certezza alla programmazione pluriennale, rendere strutturali gli ecobonus e i sismabonus. Servono garanzie oggettive anche nelle norme sugli appalti e bisogna rafforzare il tessuto delle imprese, pensando a incentivi per favorire fusioni, accorpamenti, costituzione di consorzi stabili. Bisogna scoraggiare i sub-appalti, rafforzando capitale e dimensione delle imprese anche con aiuti per il credito. Insomma, serve una ricetta per il rilancio del settore. Viceversa ancora oggi assistiamo ad un deficit di scelte politiche sulle strategie da portare avanti, soprattutto per le grandi opere. In assenza di un piano di investimenti serio e di rapida attuazione, con interventi mirati soprattutto nel Meridione, il rischio che un settore che resta strategico per l'economia nazionale scompaia si può tramutare rapidamente in certezza. Come Filca, ed assieme alle federazioni di categoria della Cgil e della Uil, continueremo la nostra battaglia per evitare che questo accada, nella consapevolezza che l'edilizia è il valore aggiunto, il "bonus" per far ripartire il circuito virtuoso del lavoro e dello sviluppo cominciando dal Mezzogiorno, che resta l'area su cui puntare per la crescita e il rilancio di tutto il Paese».


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Aziende e dipendenti La situazione delle imprese nel settore delle costruzioni* Imprese per classe di addetti Fonte: Elaborazione Associazione nazionale dei costruttori edili su dati Istat L'Ego *sonocompreseanchequelle di installazione impianti 11.966 -3.284 -21,5% Abruzzo 2.719 -615 -18,4% Molise 4.263 -771 -15,3% Basilicata 13.010 -3.971 -23,4% Sardegna 28.636 -3.561 -11,1% Puglia 31.823 -5.186 -14,0% Campania 11.594 -2.726 -19,0% Calabria 27.144 -5.933 -17,9% Sicilia Var. assoluta 2016/2008 Var.% 2016/2008 Centro-Nord Mezzogiorno 131.155 -26.046 -16,6% Mezzogiorno 377.541 -95.049 -20,1% Centro Nord 508.696 -121.095 -19,2% Italia 1-1,5 239.726 72.384 312.110 1,5-9,5 123.324 53.915 177.239 10-49 18.193 13.625 4.568 50eoltre 1.154 866 288 TOTALE

Foto: di Luciano Buglione


Foto: Franco Turri è dal 2016 segretario generale della Filca, il sindacato dei settori edilizia, legno, cemento, lapidei e laterizi, con oltre 243 mila associati nel 2017

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