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15/11/2019

«È troppo poco lo 0,30% per soddisfare le richieste»

Libero - MIRIAM ROMANO

Fondo banche e assicurazioni
Di Biagio: «Alle persone si chiedono più competenze e aggiornamento»
■ C'è un sistema di formazione per i lavoratori in Italia che funziona molto bene. È quello legato ai fondi interprofessionali costituiti da associazioni datoriali e sindacati. Ma «il passaggio dei fondi nella sfera pubblica, sta rallentando la loro attività», spiega Massimo di Biagio, direttore del Fondo Banche e Assicurazioni. Secondo lei i fondi interprofessionali rappresentano davvero una opportunità per la formazione continua dei lavoratori? «Questo sicuramente sì. Il legislatore, con la legge istitutiva, li ha pensati nella forma più opportuna. Ogni attività formativa finanziata necessita di condivisione tra la parte datoriale e la parte sindacale. È a questo livello che si conoscono le esigenze delle singole aziende. Dal confronto tra le due parti può essere messa a punto un'attività formativa veramente ad hoc. Affidare a dei soggetti privati la gestione di questo aspetto è indispensabile per rendere efficace il sistema formativo e implementare la competitività aziendale». Come stanno affrontando l'attrazione nella sfera pubblica? «Il fatto che le risorse pubbliche finanzino l'attività dei fondi è in parte una complicazione nella gestione di tutto l'apparato. Infatti l'utilizzo di risorse pubbliche ci riporta nell'ambito normativo del codice degli appalti. Un sistema di leggi che si fonda su principi assolutamente corretti: nessuno può essere contrario alla trasparenza nella gestione dei soldi pubblici o al rispetto della libera concorrenza nel mercato. Però dall'altra parte, il nostro codice degli appalti richiede un'applicazione pratica così complicata che aggrava notevolmente la vita. Sarebbe necessario semplificare l'aspetto pratico e facilitare la burocrazia che appesantisce l'iter». Lo 0,30% destinato ai fondi paritetici è sufficiente a finanziare le loro attività di formazione? Avrebbe senso aumentarlo? «A mio parare è il caso di aumentare l'importo perché i fondi sono uno dei pochi canali che funzionano nella formazione del lavoro. Siamo d'accordo tutti che la formazione è indispensabile soprattutto in ragione dello scenario economico in cui ci stiamo muovendo. Vengono richieste più competenze e aggiornamenti continui per i lavoratori. A fronte di questo, bisogna tenere conto anche che le risorse sono state nel tempo diminuite attraverso una trattenuta a regime. Oggi, infatti, siamo in realtà anche al di sotto dello 0,30%. Inoltre i fondi, per decreto ministeriale, hanno un limite di spesa per la propria attività gestionale e dovendo rimanere entro quel parametro, tutto il resto è destinato alla formazione, dato che i fondi hanno lo scopo pubblico vincolato». A suo parere ci sono possibilità di integrazione con gli altri protagonisti della filiera formativa? E con le Regioni? «Secondo me andrebbe chiarito meglio questo profilo. Nella normativa originaria c'era una prospettiva di raccordo. Ma rispetto alle indicazioni di quella legge iniziale non si è andato oltre. Bisognerebbe trovare un canale di comunicazione e di coordinamento». Cosa fanno i fondi interprofessionali per i disoccupati? «Nel nostro settore non abbiamo possibilità rispetto ai disoccupati, perché per norma noi possiamo finanziare solo i lavoratori dipendenti. Però nell'ottica della politica attiva del lavoro, si dovrebbe trovare il modo per far andare i fondi anche a supporto dell'iniziale inserimento del mondo del lavoro. È una scelta che dovrà compiere il legislatore».

Foto: DISOCCUPATI «Purtroppo per ora non abbiamo la possibilità di coinvolgere i senza lavoro nelle nostre iniziative»


Foto: CODICE DEGLI APPALTI «Il Codice degli appalti soddisfa esigenze legittime ma è troppo complesso»