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14/07/2020

E se Trump venisse battuto?

Azione

Scenari Che cosa cambierebbe nella politica economica americana se il democratico Joe Biden vincesse l'elezione presidenziale del 3 novembre?
Federico Rampni Wall Street «prevede» Joe Biden, ma non tifa per lui. Lasciamo da parte le preferenze e intenzioni di voto di chi lavora nei mercati finanziari (i newyorchesi votano a maggioranza per il partito democratico, anche quando sono ricchi). Le scommesse degli investitori, alla stregua dei sondaggi, in questo momento danno a Biden un vantaggio molto netto, e dunque le grandi banche cominciano a fare i conti su cosa significherebbe per i mercati finanziari una presidenza democratica. Le notizie non sono tanto buone. Tra le poche certezze, il ritorno alla Casa Bianca di un democratico - soprattutto se affiancato da una maggioranza omogenea al Congresso - segnerebbe la fine dei generosi sgravi fiscali che Trump diede alle aziende. Tanto più in un contesto di drammatico peggioramento delle finanze pubbliche, l'aggravio della pressione fiscale sulle imprese sarebbe quasi certo. Donde una penalizzazione dei profitti, cosa che certo non giova alle quotazioni azionarie. Che cosa cambierà nella politica economica americana se Biden vince l'elezione presidenziale del 3 novembre? Biden ne ha parlato la scorsa settimana in Pennsylvania, Stato-chiave per ribaltare il risultato elettorale del 2016. Riassunto in estrema sintesi, al protezionismo di Donald Trump il candidato democratico risponde con... più protezionismo. Un avviso a chi crede che si possa chiudere la «parentesi » Trump e tornare alla globalizzazione com'era prima. Un po' di speranza per gli europei c'è, tuttavia: Biden ha in mente una strategia delle alleanze che li coinvolga, almeno con loro sarebbe meno duro di Trump. L'asse centrale della proposta Biden è un uso energico e determinato della spesa pubblica e delle normative su appalti e commesse statali, per favorire sistematicamente il made in Usa. Con l'aggiunta di una politica industriale attiva, diretta a promuovere la competitività americana soprattutto nelle tecnologie avanzate. Nulla di nuovissimo rispetto a Trump; semmai il messaggio di Biden è che la sua politica sarebbe più efficace nel promuovere una ricostruzione e rinascita della potenza economica americana. Il programma Biden prevede nell'arco del mandato presidenziale di quattro anni un aumento di 400 miliardi di dollari negli acquisti di prodotti e servizi made in Usa da parte della pubblica amministrazione; più un fondo di 300 miliardi a sostegno della ricerca e sviluppo. Biden intende riesumare un programma dell'era di Barack Obama che si chiamava «Buy American»: fu una clausola di preferenza nazionale inserita da Obama negli «stimulus package» (manovre di sostegno della crescita) varati dopo la crisi del 2009. All'epoca non mancarono le proteste e i ricorsi dall'Unione europea e dal Canada contro quella clausola autarchicoprotezionista, anche se ce li siamo un po' dimenticati: il nazionalismo economico però aveva cominciato la sua strisciante avanzata già allora, senza aspettare l'elezione di Trump. Ora Biden promette di rendere ancora più stringente l'applicazione della regola «compra americano» per tutte le spese del governo federale. Dunque, che cosa cambierebbe davvero rispetto a Trump, sul fronte economico? Tre cose soprattutto. Primo, il segno della politica fiscale tornerebbe ad essere più perequativo, spostando il peso dei maggiori prelievi sulle imprese e sugli alti redditi. Secondo, verrebbero rafforzati i diritti dei lavoratori e il ruolo dei sindacati. Terzo: il Green New Deal tornerebbe alle politiche ambientaliste dell'era Obama, con un rafforzamento ulteriore. Su tutti questi tre terreni occorre precisare che il presidente degli Stati Uniti, chiunque sia, ha un potere importante ma limitato. La politica fiscale e di bilancio deve passare dal Congresso, in questo senso è cruciale l'equilibrio che verrà a determinarsi alla Camera e al Senato; come sappiamo non è scontato che l'elezione di un presidente democratico coincida con una maggioranza del suo partito nei due rami del Congresso. (Biden a questo risponde che lui è capace di negoziare intese bipartisan a differenza di Trump; i margini per gli accordi tra democratici e repubblicani però si sono ridotti negli ultimi decenni con la polarizzazione della politica americana). In quanto ai diritti dei lavoratori, in parte questi dipendono dai singoli Stati; nel Sud per esempio molti Stati hanno frapposto ostacoli legislativi molto grossi contro la sindacalizzazione. La politica ambientale è quella dove il potere presidenziale di legiferare per decreto è più ampio, come si è visto nell'opera di sistematico smantellamento dell'eredità di Obama che è stata perseguita da Trump. Sarà più facile rifare ciò che Trump ha disfatto sul terreno della lotta al cambiamento climatico e degli incentivi alla sostenibilità. Il discorso di Biden in Pennsylvania è importante per due ragioni. Primo, il candidato democratico è in netto vantaggio sul presidente in carica nei sondaggi, con un'unica eccezione: quando gli elettori vengono interrogati su chi sia più efficace nel governare l'economia, Trump è ancora in testa. In secondo luogo la Pennsylvania è uno di quegli Stati industriali che furono decisivi per il «ribaltone» del 2016. Trump prevalse su Hillary Clinton con un vantaggio di 44'292 voti su più di sei milioni di votanti, uno scarto dello 0,7%, il più ristretto margine di vittoria in 176 anni. La Pennsylvania con qualche Stato del Midwest fu il laboratorio di quel travaso di voti operai che voltarono le spalle al partito democratico. Già allora qualcuno sosteneva che una candidatura di Biden al posto della Clinton avrebbe tenuto la Casa Bianca in campo democratico, grazie al migliore appeal di Biden presso l'elettorato operaio. Ora deve dimostrare che questo appeal è reale ed è più forte di quello di Trump. Come si è visto bastano spostamenti di poche frazioni percentuali. Una parte dello scontro fra lui e Trump avverrà proprio sul protezionismo. Il presidente ha sempre associato Biden ai trattati di liberalizzazione degli scambi, la cui firma è stata seguita da un'accelerazione nelle delocalizzazioni, uno smantellamento di fabbriche, la perdita di posti di lavoro ben pagati a vantaggio di paesi come la Cina e il Messico. Biden da senatore votò in favore del Na a, il primo mercato unico nordamericano che aprì le frontiere col Messico e il Canada nel 1994. Biden è stato associato anche agli ultimi bagliori del liberismo commerciale, i due trattati transatlantico e transpacifico che Obama tentò invano di realizzare sul finire della sua presidenza. Quell'era della globalizzazione è stata percepita come un netto danno per la classe operaia americana e la disaffezione dal libero scambio ha contribuito all'ascesa di Trump. Ma negli ultimi anni Biden, come gran parte dell'establishment democratico, ha indurito le sue posizioni sul commercio estero e in modo particolare sulla Cina. Nei duelli televisivi tra i due candidati - che saranno pochi - assisteremo probabilmente ad una gara a chi risulta più credibile come avversario di Xi Jinping. Diverso è il discorso sull'Europa. Mentre Trump non ha mai articolato una strategia delle alleanze, e ha imposto dazi su prodotti europei come su quelli cinesi, Biden vorrebbe resuscitare lo spirito atlantico e il ruolo della Nato, quindi cercherebbe di trovare terreni d'intesa con l'Unione Europea contro la Cina. Dopo il discorso in Pennsylvania, Biden ne ha altri in programma: sul Green New Deal e sulla sanità. Quest'ultimo è un suo piatto forte. L'attacco di Trump contro la riforma sanitaria di Obama non è mai stato molto popolare: piace alla base repubblicana, fino al momento in cui si percepiscono i prezzi da pagare con la riduzione dell'assistenza medica. Biden ha avuto l'accortezza di non abbracciare mai gli slogan più radicali della sinistra democratica, le proposte di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren per una sanità interamente pubblica sul modello europeo. Lui è per un approccio più gradualista che aumenti il ruolo dello Stato senza dichiarare guerra al capitalismo sanitario privato (composto da assicurazioni, ospedali, e Big Pharma, spesso in conflitto tra loro ma pronti a coalizzarsi contro la statalizzazione). Il tema sanitario tornerà ad assumere un'importanza enorme da qui al 3 novembre, per ovvie ragioni. Ma non bisogna credere che la pandemia abbia improvvisamente convertito la maggioranza degli americani alla superiorità del modello europeo: in effetti nei dati sulla mortalità da Coronavirus gli Stati Uniti finora presentano un bilancio meno pesante di Regno Unito, Italia, Francia, Belgio e Spagna. Tra i temi sui quali Biden è atteso al varco, sempre sul terreno economico, segnalo questi: con quale mix di imposte andrà a finanziare le sue politiche, quanta parte del nuovo gettito verrà dalle imprese, quante dalle persone fisiche più abbienti? Il tema della politica di bilancio diventerà via via più importante quando sarà evidente l'enorme buco nel gettito fiscale generato dall'attuale recessione. Altro tema è l'atteggiamento verso Big Tech. L'attuale presidente pur avendo rapporti burrascosi con alcuni protagonisti della Silicon Valley, li difende strenuamente dalle digital tax europee o dalle offensive dell'antitrust di Bruxelles. Biden dovrà dire da che parte sta. Uno dei migliori analisti della geopolitica a mio avviso è Ian Bremmer del gruppo Eurasia. Nella sua ultima riflessione, nota la coincidenza delle ultime mosse parallele da Vladimir Putin e Xi Jinping. Il primo ha di fatto trasformato la sua presidenza in una monarchia imperiale, dandosi un mandato a vita e sbarrando la strada ad ogni rivale. Il secondo continua a moltiplicare gesti aggressivi, da Hong Kong all'India. Sembrano fatti per intendersi, e Bremmer ragiona sulle convergenze che faranno di Cina e Russia l'anti-Occidente in grado di calamitare tanti altri paesi attratti dal modello autoritario. La Cina ha più da perdere della Russia nel «decoupling » che lentamente ma inesorabilmente è destinato a destrutturare tante catene industriali e logistiche rispetto ai tempi d'oro della globalizzazione. La Russia ha meno da perdere in quanto si era già emarginata dall'Occidente. Insieme possono costituire un'opzione interessante per chi voglia aggregarsi a un polo alternativo rispetto a una comunità transatlantica assai sfilacciata. Una presidenza Biden rimetterebbe al loro posto alcuni ingranaggi della coalizione transatlantica, ma la coesione sarà comunque messa a dura prova dall'impoverimento successivo ai lockdown.

Foto: Joe Biden si rivolge agli elettori in Pennsylvania. (AFP)