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10/07/2021

E se la transizione fosse anche paesaggistica?

Economy - Franco Oppedisano

APPROFONDIMENTI
Dal Pnrr al New European Bauhaus: il nuovo ruolo della categoria secondo Francesco Miceli, presidente del Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori
NUOVI PROGETTI, NUOVE PROSPETTIVE E, PERSINO, UN MODO PER RIAFFERMARE IL PROPRIO RUOLO. Dopo anni in cui la risorsa scarsa era il denaro ed era quasi impossibile pensare in grande, l'arrivo del denaro del Recovery Fund è una grande occasione per il Paese, ma anche per gli oltre 150mila gli architetti italiani. «Le nostre competenze e le nostre idee» spiega a Economy Francesco Miceli, presidente del Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori «sono a disposizione del Paese per realizzare quella transizione ecologica che rappresenta la vera trasformazione del sistema e che investirà le nostre città ed i nostri territori. Una transizione necessaria per il futuro delle comunità che riguarderà i modi dell'abitare, del lavorare, della cultura, in cui lo spazio pubblico avrà un ruolo centrale, recuperando la sua funzione educativa». Ma trovare un equilibrio tra la trasformazione delle città e l'ambiente, uno dei temi prevalenti del Pnrr, non sarà facile. Va rivisto e ampliato il tema della rigenerazione urbana, che deve comprendere le tematiche ambientali e quelle della tutela del paesaggio. Ciò richiede attenzione alla riconversione energetica, alla protezione della biodiversità, al contrasto ai cambiamenti climatici, ma anche l'attivazione di politiche per la messa in sicurezza del territorio e, soprattutto, una strategia di contrasto al dissesto idrogeologico. Ha dimenticato la tecnologia. Al centro di ogni strategia rigenerativa vi è l'uomo e la sua necessità di vivere in un ambiente sano, in un contesto di qualità e di benessere psico-fisico. La tecnologia a servizio dell'uomo e non il contrario. Cosa non c'è, e avrebbe dovuto esserci, nel Pnrr italiano? Ci saremmo aspettati che il Piano entrasse nel merito delle politiche urbane per prefigurare la città del futuro. Per questo riteniamo che oltre alla riforma della P.A. quale supporto alla realizzazione del Pnrr, bisognerebbe mettere in agenda anche la riforma urbanistica, per dotarsi di strumenti più agili e flessibili che consentano, con una certa celerità l'attuazione di queste necessarie trasformazioni. Cosa pensa delle modifiche apportate al Codice degli appalti? Per noi è centrale la qualità del progetto e, quindi, dell'architettura. E un punto per noi irrinunciabile: ci rendiamo conto che bisogna fare in fretta, ma in tema di progetto non esistono scorciatoie, la qualità delle realizzazioni pretende programmi integrati e progetti in grado di fare la differenza. La semplificazione è indispensabile, ma non può essere attuata in danno dell'ambiente, del paesaggio e della qualità delle realizzazioni. Risultati che possono essere raggiunti con l'introduzione dell'obbligo, per le opere pubbliche, del concorso di progettazione, gestito in maniera telematica per garantire la massima partecipazione, la competitività e una riduzione dei tempi. Il Decreto Semplificazione recupera, però, il concetto dell'appalto integrato, ovvero un unico appalto per progetto e realizzazione... È una modalità che non tiene conto del valore e della centralità del progetto e che non garantisce, oltretutto, neanche la qualità dell'esecuzione dell'opera. È valida per grandi infrastrutture in cui l'aspetto tecnologico è prevalente, ma è assolitamente inadatta per le opere in cui è predominante il tema dell'architettura ed è necessario mantenere la giusta separazione tra ruolo dei progettisti e quello delle imprese per assicurare un risultato di qualità. La Commissione Ue ha lanciato il New European Bauhaus. Di cosa si tratta e come potrà contribuire al futuro delle nostre città? L'idea lanciata dalla Commissione europea è molto interessante perché pone la necessità di una "rivoluzione culturale" senza la quale non saremo in grado di costruire il futuro che auspichiamo. Cultura, istruzione, ricerca ed innovazione, sono driver di sviluppo. Ma soprattutto, i principi che l'Europa ha lanciato attraverso il New European Bauhaus ci affidano il compito di costruire un ponte tra scienza e tecnologia, da una parte, e arte, architettura e cultura umanistica, dall'altra. In sintesi un nuovo Rinascimento europeo ed è questo un terreno che a nostro modo di vedere va attivamente coltivato. Come immagina le metropoli post pandemia? Non più un centro e una periferia, ma una città policentrica nella quale i cittadini potranno vivere senza essere condizionati dal fattore "T", cioè il tempo. La città dovrà distinguersi tra "modalità slow", nel senso di poter avere a disposizione, con tranquillità, nel luogo in cui si abita, tutto ciò di cui si ha bisogno; ma anche una "modalità fast", ossia la possibilità di collegarsi velocemente con altre parti della città. Ciò richiede una politica della mobilità e una strategia di rigenerazione urbana per superare il vecchio modello della città divisiva e articolata sulla dicotomia tra centro e periferia. Più di metà del patrimonio immobiliare italiano è stato edificato nel dopoguerra con scarsi livelli qualitativi. Gli investitori però sono sempre più orientati verso immobili certificati. Come risolvere questa contraddizione? Abbiamo un patrimonio immobiliare qualitativamente lontano dagli standard richiesti a livello europeo. Oltre a confidare nel ruolo che potrebbe avere l'applicazione della misura del Superbonus 110% per migliorare lo status degli edifici, va colta la sfida della transizione digitale per modernizzare il Paese. Ogni edificio deve essere dotato di una sua "storia digitale" che consenta di conoscere la sua storia fin dalle origini. Una Banca dati che deve essere messa a disposizione dei professionisti per facilitare interventi anche e soprattutto in termini di legittimità e sicurezza. Nuove costruzioni o rigenerazione di spazi esistenti? La riqualificazione dei centri storici così come gli interventi sulle aree industriali dismesse e la rigenerazione delle periferie, faranno sempre più parte, nel prossimo futuro, delle politiche di trasformazione e rigenerazione urbana. Le città non devono crescere, sono cresciute abbastanza e oltre ogni limite. In Italia ci sono 155 mila architetti, ma non c'è una legge sull'architettura. In un incontro con il ministro della Cultura Dario Franceschini si è convenuto sulla necessità di "colmare la lacuna" dell'assenza nel nostro Paese di una Legge sull'Architettura. Il ministro ha sottolineato anche "la necessità di promuovere il ruolo dell'architettura nel raggiungimento di uno sviluppo autenticamente sostenibile e nel miglioramento della qualità della vita dei cittadini, così come dell'armonia delle comunità". Metteremo tutto il nostro impegno perché ci si doti di una Legge sull'Architettura che riteniamo essere un obiettivo di valore per l'intera società. Le archistar sono un punto di riferimento o un problema per la categoria? Nell'immaginario collettivo introducono elementi di valutazione del fare architettura che sono lontani dalla realtà della professione. Rappresentano, in un certo senso, la visione distorta di un sistema: si offusca il lavoro che l'intera comunità degli architetti svolge quotidianamente a favore dei cittadini. Credo che il periodo delle archistar sia all'epilogo nel senso che si sta, via via, affermando la consapevolezza che l'architetto è quel professionista, con competenze tecniche e culturali, che ricerca le soluzioni per interpretare i bisogni concreti delle persone: in buona sostanza ritengo che bisognerà far prevalere un'altra visione, cioè quella che l'architetto è un professionista che svolge un importante ruolo sociale perseguendo l'interesse pubblico e quindi il bene comune.

Foto: L'ARCHITETTO E UN I PROFESSIONISTA CHE SVOLGE UN IMPORTANTE RUOLO SOCIALE PERSEGUENDO L'INTERESSE PUBBLICO E QUINDI IL BENE COMUNE