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16/02/2021

E la Consulta ricorda che il «minor costo» non è il solo criterio

Il Dubbio

GIUSTIZIA / SENTENZE ESEMPLARI
Una nota a margine. Riguarda una delle pronunce emesse nelle ultime ore dalla Corte costituzionale. Oltre a quella che dà la spinta per superare il vincolo "paternalista" per il cognome dei figli, ce n'è una passata un po' sotto silenzio perché relativa a una normativa regionale. La Consulta ha bocciato le norme sugli appalti contenute nella legge della Regione Siciliana numero 13 del 2019. Secondo quelle norme «le stazioni appaltanti sono tenute a utilizzare il criterio del minor prezzo, per gli appalti di lavori d'importo pari o inferiore alla soglia comunitaria, quando l'affidamento degli stessi avviene con procedure ordinarie sulla base del progetto esecutivo». Si tratta, afferma la Corte nel dispositivo (redattore Nicolò Zanon, presidente Giancarlo Coraggio) di «un vero e proprio vincolo all'utilizzo del criterio del minor prezzo». E «già durante i lavori preparatori della legge regionale», ricorda la Corte, furono «sollevati dubbi sulla conformità a Costituzione della previsione». Perché? Persino nella legge speciale di riferimento, il codice degli appalti, il risparmio non è sempre guadagno , per la qualità delle opere e l'interesse della collettività. Il criterio del minor costo deve essere bilanciato con il parametro delle condizioni di «più vantaggiose». Concetto che chiama in causa anche la qualità dell'opera. Ecco: se deve scegliere un avvocato, un qualsiasi professionista, un ente pubblico non può fermarsi alla logica del mero risparmio. Il lavoro intellettuale, al pari delle opere pubbliche, richiede qualità. E l'ossessione del risparmio può sacrificarla. È il principio alla base della legge di fine 2017 sull'equo compenso. E in fondo, la Consulta l'ha indirettamente ricordato. Anche a chi, come Orlando, potrebbe tornare a occuparsi della dignità retributiva dei professionisti. E. N.