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07/11/2018

Dissesto, tutti i progetti che aspettano i fondi

Corriere del Veneto

Dopo l'esortazione di Toninelli («Presentateli, i soldi ci sono»), la Regione apre i cassetti: servono 250 milioni Ma i risarcimenti seguiranno un'altra strada: nel 2010 lo Stato copr ì il 20% dei danni, 400 milioni su 2 miliardi Le cose fatte
« Presto approveremo lo stato d'emergenza» promette il vicepremier Luigi Di Maio. «Faremo un intervento senza precedenti» assicura l'altro vicepremier, Matteo Salvini. Il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, garantisce: «I fondi per la lotta al dissesto idrogeologico ci sono: 900 milioni ogni tre anni. Li abbiamo già in cassa». Anche per questo rifiuterà il prestito da 800 milioni offerto dalla Banca Europea per gli Investimenti. «Per il Veneto sono pronti 159 milioni» giura il sottosegretario all'Ambiente Vanni Gava, annunciando a giorni un incontro col presidente Luca Zaia. Insomma, «basta che la Regione si faccia avanti e firmi gli accordi di programma - ammonisce il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli - presenti i progetti!». VENEZIA Le cose da fare Ma la Regione ce li ha già, i progetti, è dal 2010 che ci lavora. Dopo la Grande Alluvione di Ognissanti (ma l'aggettivo andrà forse rivisto dopo quel che è successo nella notte tra il 29 e il 30 ottobre di quest'anno, tra Sant'Onorato e San Germano), Palazzo Balbi commissionò al professor Luigi D'Alpaos dell'università di Padova la stesura di un piano per mettere il Veneto al sicuro delle acque. Ne scaturì un elenco di 681 opere, per 2,7 miliardi. Nell'elenco dei grandi bacini di laminazione, quelli che salvano paesi e città dando sfogo a fiumi e torrenti in piena, ne restano da finanziare (e dunque potrebbero essere inseriti negli accordi di programma di cui parla il Governo) dieci: Crocetta del Montello sul Piave (55,3 milioni), Velo sull'Astico (40 milioni), Vighizzolo d'Este sull'Agno (15,7 milioni), Torri di Quartesolo sul Tesina (32,5 milioni), Monteviale sulla Roggia Dioma (11 milioni), Castello di Godego sul torrente Brentone (17,8 milioni), Sovizzo sul torrente Onte (10 milioni), Sandrigo sull'Astico (35 milioni), Monteforte d'Alpone sul torrente Aldegà (7,6 milioni), Megliadino San Vitale per le idrovore Vampadore e Grompa (12 milioni). L'elenco è in ordine di priorità e il totale è di 236,9 milioni, sicché i 159 milioni promessi da Gava sarebbero una bella boccata d'ossigeno. Poi certo, tutti gli esperti del settore dicono che l'Opera delle Opere, quella che cambierebbe radicalmente la sicurezza idrogeologica del Veneto, è l'idrovia Padova-Venezia ma costa 450 milioni e siamo su un altro pianeta. La mancanza di risorse e la burocrazia (per arrivare ad aprire un cantiere ci vuole il parere di dieci soggetti diversi, tutti si lamentano del Codice degli appalti, è passato alla storia il blocco improvviso del fondamentale bacino di Trissino per contrasti sulla delibera che autorizzava la commercializzazione della ghiaia estratta) sono le principali ragioni dei ritardi. Ma va detto che dal 2010 a oggi molto è stato fatto e per questo all'indomani della catastrofe Zaia ha potuto sospirare: «È stata una pioggia più devastante del 1966 eppure abbiamo registrato danni infinitamente minori». È andata meglio anche del 2010 e basti una cifra a riprova: 8 anni fa si contarono 32 rotture arginali e i fiumi esondarono praticamente dappertutto. Stavolta non ce n'è stata manco una e questo perché molti dei 400 milioni spesi finora hanno riguardato proprio il rinforzo degli argini, erosi dal tempo, dall'incuria, dalle nutrie. Gli interventi, tutto compreso (bacini, argini, idrovore), sono stati 650 per 400 milioni; le opere strettamente infrastrutturali 280 per 230 milioni. Le più importanti ormai sono note perfino al grande pubblico: il bacino di Caldogno (costato 41 milioni), quello di Trissino (23 milioni, manca il collaudo) e della Colombaretta (13 milioni); sono in fase di avvio quello di San Lorenzo sull'Alpone (6 milioni) e quello del Muson dei Sassi (18 milioni). Menzione a parte per il bacino di Pra' dei Gai sul Livenza, maxi intervento da 39 milioni già finanziato la cui gara d'appalto andrà rifatta daccapo perché una mano anonima ha manomesso le buste. Per chi fosse incuriosito dai dettagli, l'elenco delle opere (finite; finanziate e ora in via di progettazione o realizzazione come viale Diaz a Vicenza, Montebello, il Lusore; non finanziate) è disponibile sul sito della Regione. Opere non risarcimenti Va chiarito, specie per chi avesse subito la furia della natura, che i fondi a cui si riferisce il ministero dell'Ambiente non sono risarcimenti per i danni patiti ma finanziamenti per le opere contro il dissesto idrogeologico. Per i primi si dovranno attendere l'annunciata dichiarazione dello stato di emergenza e i successivi decreti, con i soldi per i soccorsi, i lavori di somma urgenza, il ristoro dei danni patiti da famiglie, imprese ed enti pubblici. Salvini ha annunciato, genericamente, per tutta Italia, un primo stanziamento di 250 milioni. Per farsi un'idea di come potrebbe andare a finire, valga l'esperienza del 2010 (peraltro pare che la procedura sarà la stessa, con Zaia commissario e i Comuni a raccogliere la documentazione, poi inviata in Regione): a consuntivo furono calcolati danni per 2 miliardi e 34 milioni. I risarcimenti dello Stato si sono fermati a 399 milioni. Il 20 per cento. Marco Bonet

Le opere anti alluvione in attesa di finanziamento

17,8

Valori in milioni di euro Castello di Godego Sandrigo Velo D'astico PIANO D'ALPAOS 681 opere per OPERE COMPLETATE DAL 2010 AD OGGI 280 opere per 2,7 miliardi 230 milioni (650 se si contano tutti gli interventi realizzati, compresi e rinforzi arginali, per circa 400 milioni) Alluvione 2010, danno complessivo accertato per privati cittadini, imprese, opere pubbliche € 2.034.800.000,00 Alluvione 2010, risorse complessivamente stanziate per il ristoro dei danni patiti da privati, imprese ed enti pubblici € 399.313.062,67

●La parola

BACINO DI LAMINAZIONE

I bacini (o vasche) di laminazione, talvolta chiamati anche «casse di espansione», sono delle opere idrauliche che permettono lo stoccaggio temporaneo di parte di un'onda di piena. Quando il livello del fiume cresce, le opere di presa permettono di far fluire una parte della portata di quest'ultimo all'interno di un bacino artificiale, così da ridurla ed evitare che il corso d'acqua esondi dagli argini (o li rompa). Si tratta, in sintesi, una sorta di «valvola di sfogo». Per evitare straripamenti, quando le acque superano il livello di guardia i bacini di espansione vengono aperti mediante la manovra di paratoie mobili situate a monte dei tratti confinanti con le aree abitate che si vogliono salvaguardare.

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