scarica l'app
MENU
Chiudi
26/11/2019

Disastri annunciati e consentiti

ItaliaOggi - DOMENICO CACOPARDO

Lo strumento «Italia sicura» funzionava ma, essendo di Renzi, fu cancellato dal governo Conte 1
Per evitare le ruberie non è necessario bloccare i cantieri
L'indignazione conformista è tornata subito a farsi viva occupando le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Per non parlare dei talk-show televisivi, specializzati in processi e in immancabili condanne sommarie. La verità è che il problema è immenso e non basterà un decennio per risolverlo: esso affonda le sue radici nell'incuria degli enti locali, delle province, quando c'erano, delle regioni, ancor prima dello Stato. Ho ancora sotto gli occhi l'esempio del mio paese, Letojanni in provincia di Messina, nel quale una dissennata (dove erano le autorità locali?) edificazione ha determinato smottamenti e frane che hanno investito la corsia a monte dell'Autostrada Messina-Catania interrompendo la circolazione (non ancora ripresa). C'è da chiedersi se, del danno alla comunità, sia stato chiamato a rispondere qualcuno, visto che i tanti soldi necessari per riparare l'autostrada sono stati stanziati dalla regione, attingendo al ricavato di tasse pagate fuori dalla Sicilia. Questa, tuttavia, è una specie di normalità anormale alla quale siamo tutti assuefatti. C'è una ragione politica in questo stato di cose: la politica è esercizio del potere nell'interesse immediato della collettività. È quest'aggettivo, immediato, che fa collocare gli interventi ambientali agli ultimi posti nelle priorità. Certo, la situazione è così logorata da far diventare urgenti e immediate le necessità ambientali, ma l'entità delle somme da investire è così elevata da spingere il sistema verso l'alto della scala gerarchica istituzionale. Cioè verso lo Stato. E dire che c'eravamo dotati di uno strumento idoneo, quanto meno, a mettere in fi la risorse e necessità e a intervenire perché le urgenze fossero onorate a prescindere dal peso elettorale di ogni comunità (fattore questo non indifferente, anche se, come dimostra l'esperienza fallimentare di Virginia Ragg i, non basta essere grandi e importanti per saper spendere le risorse, ampie, che lo Stato mette a disposizione). Questo strumento si chiamava «Italia Sicura» (e nella sua missione comprendeva i plessi scolastici) era portatore insano di un grave peccato originale: era attribuibile al governo di Matteo Renzi e, in particolare, alla volontà del premier del tempo. Così, per una sorta di damnatio memoriae del suo autore, disceso agli inferi dell'impopolarità per il combinato disposto di errori personali e di una mortale lotta intestina scatenatagli dentro il Pd, il governo Conte I, a luglio 2018, a pochi giorni dal voto di fi ducia, ha sciolto la specifi ca unità di missione. Sosteneva Erasmo De Angelis, capo-missione che in tre anni, il suo uffi cio aveva sbloccato 1.300 cantieri, 900 dei quali erano già chiusi per fi ne lavori. Commentando lo scioglimento, il ministro dell'ambiente Sergio Costa, già uffi ciale dei Forestali confl uito nei Carabinieri, assicurava che, per il suo dicastero, la prima priorità era la prevenzione (la scoperta dell'acqua calda), di cui abbiamo compreso l'inesistenza in questi giorni. Poiché il paese ha la memoria corta, tanto che riesce a retrocedere all'inizio della giornata e non oltre, voglio ricordare che i 5Stelle, in relazione allo scioglimento dell'unità di missione, sostennero che essa aveva compiuto «affi damenti opinabili, scarsa effi cacia e scarse competenze.» E questa della «competenza» in bocca ai grillini è, all'evidenza, una battuta. Mentre le altre accuse avrebbero dovuto essere oggetto di denuncia all'autorità giudiziaria, alla sola ineseguibile condizione di adeguati strumenti di prova. In assenza, si trattava di diffamanti parole in libertà. Non ci voleva Leonardo da Vinci per osservare, come ha fatto Matteo Renzi, che si trattava di un «azzardo». Così, il ministero di Costa ha riavuto i compiti di contrasto al dissesto idrogeologico, di difesa e messa in sicurezza del suolo e di sviluppo delle infrastrutture idriche. Sarebbe il caso, a questo punto, che il generale Costa esumasse dal suo passato la capacità di indagine, ampiamente dimostrata nella vicenda «Terra dei fuochi» e consegnasse agli italiani un dettagliato rapporto dell'attività del suo ministero nelle materie restituitegli nel luglio del 2018. C'è da aggiungere che la confusione istituzionale è inestricabile visto che convergono, in materia di tutela del territorio, le competenze del ministero delle infrastrutture-lavori pubblici, del ministero dell'ambiente e delle regioni. Il punto di incontro dovrebbero essere le autorità di bacino, volute dal senatore Achille Cutrera, promotore e relatore della relativa legge 18 maggio 1989, n. 183. In esse, l'organo decisionale è politico e, quindi, il contributo tecnico-idraulico deve sottostare a scelte e priorità defi nite senza tenere conto, se non in seconda battuta, delle esigenze concrete del territorio. Non è tutto. Alla confusione istituzionale, al velleitarismo governativo privo di signifi cativi risultati, occorre aggiungere il codice degli appalti, attribuibile senz'altro al duo DelrioCantone. Una norma complessa e farraginosa che rende l'appalto di un'opera (punto terminale della procedura di scelta dell'appaltatore) pressoché impossibile in tempi ragionevoli. Talché i ritardi negli affi damenti dei lavori rendono inattuali le perizie dei prezzi formulate durante il procedimento e obbligano le stazioni appaltanti a rivederle. Un meccanismo perditempo dedicato alla chiarezza e onestà degli appalti. Ecco, io sostengo che non è necessaria la paralisi per ottenere appalti trasparenti e onesti. Solo la mentalità penalistica di un ex pubblico ministero e l'insipienza amministrativa di un ex endocrinologo potevano partorire questo codice degli appalti, inapplicabile e, comunque, inidoneo anche a raggiungere i suoi dichiarati obbiettivi, visto che margini di discrezionalità amministrativa sono rimasti. Si dice che i disastri di cui si parla sono effetto del riscaldamento globale e del mutamento del clima. Non è così, anche se nei prossimi anni quest'effetto potrà manifestarsi in modo drammatico. Quelli di quest'anno sono i normali effetti di incuria e di disamministrazione. Il Bormida stesso, protagonista dell'alluvione piemontese del 1994 (avvenuta anche per effetto del mancato sfalcio degli arbusti in alveo) non è oggi in sicurezza e s'è visto. La stessa frana che è costata il crollo di un ponte in Liguria già doveva essere stata rilevata (il suo rischio), se coloro che avevano competenza a controllare il territorio avessero svolto un normale monitoraggio dei costoni versanti verso mare. Insomma, una sorta di disastro annunciato (nel quale va ricompreso il «caso Venezia») e consentito, del quale dobbiamo ringraziare tutti coloro che si sono disinteressati del fenomeno, considerandolo remoto e inattuale. www.cacopardo.it © Riproduzione riservata Così, per una sorta di damnatio memoriae di Matteo Renzi, disceso agli inferi dell'impopolarità per il combinato disposto di errori personali e di una mortale lotta intestina scatenatagli dentro il Pd, il governo Conte I, a luglio 2018, a pochi giorni dal voto di fi ducia, ha sciolto la specifi ca unità di missione. Erasmo De Angelis, capo-missione, disse che in tre anni, il suo uffi cio aveva sbloccato 1.300 cantieri, 900 dei quali erano già chiusi per fi ne lavori