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30/03/2021

Denuncia gli estorsori e gli levano l’appalto

La Repubblica - Salvo Palazzolo

Il caso
Due settimane fa, un imprenditore coraggioso ha denunciato il pizzo e ha fatto scattare le manette per un esattore del racket, alla Vucciria. Il giorno dopo, le due proprietarie della palazzina in ristrutturazione lo hanno convocato per rescindere il contratto. Il gip che ha disposto l'arresto del secondo esattore del pizzo stigmatizza questo comportamento. Loro si difendono: «Il contratto è stato revocato solo perché c'era un ritardo nella consegna dei lavori». Il secondo arrestato è Orazio Di Maria, il titolare del pub "Il ritrovo".
● a pagina 5 Due settimane fa, un imprenditore coraggioso ha denunciato il pizzo con il sostegno dell'associazione Solidaria e ha fatto scattare le manette per un esattore del racket, alla Vucciria. Il giorno dopo, le due proprietarie della palazzina in ristrutturazione lo hanno convocato: «Volevano discutere dell'andamento del cantiere - racconta lui - ho ripercorso la vicenda di cui ero rimasto vittima, ho rassicurato che i lavori sarebbero stati realizzati nei tempi concordati, ma mi hanno subito manifestato l'intenzione di risolvere il contratto a causa dei ritardi nei lavori. E al contempo mi hanno manifestato la loro delusione per non essere state informate della vicenda, non condividendo la scelta della denuncia». Questa storia è diventata presto un caso. Ieri le indagini del nucleo di polizia economico-finanziaria coordinate dal procuratore aggiunto Salvo De Luca e dalla sostituta procuratrice Amelia Luise hanno portato all'arresto del secondo esattore che si era presentato in cantiere: è Orazio Di Maria, il gestore del pub "Il ritrovo", che è stato sequestrato. «Con le indagini patrimoniali colpiamo alla radice le attività criminali», dice il generale Antonio Quintavalle Cecere, il comandante provinciale della Guardia di finanza. Nell'ordinanza del gip è finita la vicenda della revoca dell'appalto.
Scrive il giudice Conti: «Lo scioglimento del contratto, sia ove dettato da convinta disapprovazione per la scelta di denunciare, sia ove indotto dal semplice desiderio di non essere coinvolte in alcun modo, oppure ancora, ove determinato dal timore di ritorsioni, costituisce in ogni caso lampante riprova della pervasività dell'attività dei sodalizi mafiosi in tutto il tessuto economico del territorio». Il giudice ripercorre il nuovo verbale dell'imprenditore. «Una delle proprietarie mi ha detto: "Sono la figlia di un barone, lì mi conoscono tutti, io in piazza ho fatto un'installazione e nessuno mi ha chiesto il pizzo, tu ce lo dovevi dire che lì non potevi lavorare e noi avremmo concluso il contratto capendo il perché e ci saremmo salutati come amici"». Poi, ancora un'altra frase: «Non c'era bisogno di arrivare a questo». La vittima ha capito e ha accettato la rescissione del contratto. Commenta ancora il giudice Conti: «Una condotta inquietante. Le controparti della persona offesa si sono assunte il rischio di essere considerate conniventi, pur di prendere manifestamente le distanze dall'imprenditore».
Loro offrono invece un'altra ricostruzione, tramite l'avvocato Giulio Drago: «Il contratto è stato risolto per un solo motivo: il cantiere, iniziato formalmente ad ottobre, non era stato mai avviato, nonostante dovesse essere chiuso a dicembre.
Erano stati fatti lavori per 4.500 euro, a fronte di un importo complessivo di 80 mila. Lo dimostrano alcune Pec, con cui si metteva in mora l'imprenditore». Ma perché la risoluzione del contratto è avvenuta solo dopo l'arresto dell'esattore del pizzo? L'avvocato Drago spiega che le «due proprietarie hanno saputo della denuncia dell'imprenditore soltanto al momento della riconsegna del cantiere. E sono rimaste sorprese, pensavano all'ennesima scusa, altre ne erano state rappresentate durante i mesi in cui veniva sollecitato l'avvio dei lavori. Le signore erano peraltro preoccupate - dice ancora l'avvocato Drago - gli operai si erano presentati da loro, chiedendo di essere pagati». Il giorno dopo il colloquio con l'imprenditore, però, la notizia dell'arresto divenne pubblica. Domanda: credevate ancora che la denuncia fosse una scusa? Le proprietarie dicono di avere telefonato all'imprenditore per manifestargli la loro solidarietà. «Peraltro - dice l'avvocato Drago - la ditta sta continuando a gestire la ristrutturazione di un'altra palazzina di famiglia». Il protagonista di questa storia si dice amareggiato per l'atteggiamento delle proprietarie.
«Ho rallentato le lavorazioni - spiega - solo perché c'era l'indagine in corso, con la Finanza attendevamo il momento in cui l'esattore sarebbe tornato in cantiere, per simulare il pagamento e far scattare il blitz. Sono stati giorni di grande tensione.
L'ho spiegato chiaramente, ma è servito a poco - dice ancora - Ero anche pronto ad accelerare i lavori, ma si è preferito sostituirmi». Oggi, l'imprenditore nega di avere ricevuto una "vera solidarietà": «Mi sarei aspettato - dice - una presa di posizione pubblica, con la prosecuzione dei lavori. Invece, sono stato escluso». Comunque, non andrà via della Vucciria, un altro proprietario gli ha offerto la ristrutturazione di un immobile. «È la prova - dice il colonnello Gianluca Angelini, il comandante del nucleo Pef - che per rompere l'isolamento l'unica strada è affidarsi alla rete della legalità: associazioni, forze dell'ordine e magistratura formano una squadra che non potrà mai essere sconfitta».

Il figlio del boss


Orazio Di Maria, figlio di Enzo "'u Capuni", è stato arrestato dal Gico con l'accusa di essere uno degli esattori del pizzo della Vucciria A sinistra, la Finanza davanti al suo pub "Il ritrovo"