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10/03/2020

Deficit all’1,6%, la rivincita di Tria “Il bilancio non si fa con l’ideologia”

La Repubblica - Affari Finanza - ROBERTO PETRINI

INTERVISTA I conti pubblici
I pagina 8 G iovanni Tria, l'economista che ha tenuto il timone del ministero del Tesoro tra il giugno del 2018 e il settembre del 2019, è tornato alla sua Università di Tor Vergata, dove in passato ha insegnato ed è stato preside. Per ora si occupa di programmi internazionali e del dossier Cina. Non esclude di scrivere un libro, ma non sul governo con i gialloverdi: «Mi propongono di raccontare la mia esperienza, ma io preferisco guardare al futuro». Il dato di consuntivo dell'Istat che annuncia un rapporto deficit-Pil per il 2019 particolarmente basso, lo richiama in causa e lo riporta ai giorni del "balcone" grillino. Professor Tria, il deficit-Pil 2019 si chiude all'1,6 per cento. Esattamente il livello che lei aveva proposto prima dell'allestimento della legge di bilancio dopo l'estate del 2018. Aveva la sfera di cristallo? «Non si tratta di sfera di cristallo. Allora - siamo dopo l'estate del 2018 - l'obiettivo era possibile, anche perché il tasso di crescita previsto da tutti per il 2019 era superiore all'1 per cento. Intendiamoci anche quell'1,6 per cento era un obiettivo che richiedeva comunque una forte contrattazione con la Commissione europea; non dimentichiamo infatti che il governo precedente aveva promesso un deficit molto più basso. Ma la variabile più importante che ci imponeva di fissare un target rigoroso erano le parole in libertà sulla Italexit: bisognava dare obiettivi bassi per rassicurare i mercati». Torniamo con la memoria alla seconda metà del 2018. Di Maio la costrinse a portare il deficit al 2,4, e festeggiò sul famoso balcone, poi lei fu costretto a trattare con la Commissione l'altrettanto celebre 2,04 per cento. L'Europa ci impose un "pegno" di 2 miliardi. Come andarono le cose? Pensa che si sarebbe potuto agire diversamente? «Si poteva agire diversamente e sarebbe stato giusto mantenere come obiettivo un deficit più basso. Quota 100 e reddito di cittadinanza attribuivano diritti soggettivi ai cittadini e se le risorse non fossero bastate si sarebbe aggiustato successivamente il bilancio, non era necessario eccedere negli stanziamenti di bilancio. Invece se ne fece una bandiera e il governo decise di procedere. Ma attenzione, le somme inizialmente ipotizzate non sono state mai spese, il costo fu sovrastimato. Tanto è vero che dopo una battaglia sul 2,4 e poi sul 2,04%, siamo arrivati all'1,6%». Ci sono altri elementi che hanno contribuito ad un deficit così basso? Lei vede nelle entrate la causa principale. Si può dire che fu tutto merito del governo gialloverde? Ad esempio la fatturazione elettronica era già stata approntata dal precedente esecutivo. Non pensa? «Non credo che sia stato solo merito delle entrate, ma aggiungerei il controllo della spesa. Dopo la legge di bilancio ci fu un controllo rigoroso su ulteriori spese correnti e gli spazi creati dalle maggiori entrate e dalle minori spese furono tutelati sia per investimenti sia perché servivano per la riforma fiscale che progettavamo. Sono orgoglioso anche di aver portato avanti alcune misure fiscali costruite dal governo precedente, come la fatturazione elettronica e poi gli scontrini telematici. Ci furono pressioni, anche in Parlamento, per il rinvio ma non furono accettate. Portare avanti buone leggi dei governi precedenti è una pratica di buon governo. Vorrei che questo spirito continuasse anche oggi: ad esempio rivendico di aver varato e finanziato la centrale di progettazione di opere pubbliche presso il Demanio. Mi aspetterei che il governo che mi ha succeduto accolga questa iniziativa e non la definanzi». A proposito di nuovo esecutivo, una parte del merito - ad esempio per il calo dello spread - va anche a Gualtieri. Non le pare? «Su Gualtieri ho un giudizio positivo. Vorrei tuttavia ricordare che la caduta dello spread è avvenuta a luglio dello scorso anno, dopo la manovra di assestamento di bilancio concordata con l'Europa dal precedente governo, quando ritornò la fiducia dei mercati e con essa tornarono gli acquisti stranieri del nostro debito che si erano parzialmente allontanati. Poi ci fu il rialzo in agosto per la crisi politica e poi naturalmente l'arrivo del nuovo governo che ha eliminato la sovrastruttura anti europea e reso possibile godere dei frutti ottenuti prima dell'estate». Un rimpianto? «Certo, avevamo programmato molti investimenti che avrebbero spinto il Pil. Il deficit all'1,6 per cento è segno di controllo della spesa corrente ma anche del vuoto della spesa per investimenti e dello spazio finanziario esistente a questo fine. Ricordo che nell'estate del 2018 fu fatta una consultazione pubblica per modificare il codice degli appalti, purtroppo stiamo ancora a combattere intorno a questi problemi perché l'opposizione ideologica alla loro soluzione sembra l'elemento di continuità dei governi italiani». Veniamo all'oggi, Professor Tria, che cosa rischia l'economia italiana con il coronavirus? «L' Italia rischia come il resto del mondo: il rallentamento per il resto del mondo si trasforma tuttavia in recessione per noi. La crisi si caratterizza come uno shock da offerta perché si stanno interrompendo le catene produttive. Purtroppo l'Italia è molto più esposta, come la Germania, alla domanda estera, ma noi siamo anche più specializzati in settori produttivi più sensibili alle crisi recessive, come turismo, made in Italy e lusso». Nel dibattito ci si divide tra chi dice che bisogna stimolare domanda e offerta e chi dice solo l'offerta perché le politiche keynesiane farebbero crescere l'inflazione. Lei che ne dice? «Tutto parte da uno shock di offerta, dunque rafforzare la domanda interna come hanno fatto ad Hong Kong distribuendo sussidi attraverso quello che viene chiamato helicopter money, non serve. Certo serve sostenere i ceti più deboli e compensare le perdite transitorie delle imprese. Ma soprattutto bisogna investire e, attraverso questo canale, stimolare nuova offerta. Gli investimenti pubblici in infrastrutture, in particolare, sono il volano per rilanciare una domanda interna. L'inflazione mi sembra l'ultimo dei problemi». Lei è un grande conoscitore della Cina, proviamo ad immaginare cosa accadrà nel mondo post-virus. La globalizzazione reggerà? «La Cina, superato questo momento, è in grado di riprendersi rapidamente. Il problema è che si sta sviluppando un sentimento a favore di forme di de-globalizzazione, anche per motivi di competizione geopolitica e di controllo delle tecnologie. Ciò significherebbe mettere in discussione le catene produttive globali e le dinamiche di import ed export che in gran parte riguardano input intermedi. Il rischio è di rallentare tutti i programmi di investimento e le imprese sarebbero sempre più in difficoltà. In questo scenario, per poter rilanciare un progetto sostenibile di globalizzazione, serve anche la mano dello Stato e la presenza di un welfare forte e sicuro per accompagnare le difficili fasi di transizione». ©RIPRODUZIONE RISERVATAL'opinione Bene anche le entrate per l'introduzione di fatturazione elettronica e scontrini telematici Misure decise dai governi precedenti ma mandate in porto da noi E ne sono orgoglioso B
I numeri La lunga discesa del rapporto tra indebitamento netto e Pil dati istat in % le entrate fiscali nei principali paesi ocse Roberto Gualtieri ministro dell'Economia del Conte bis Matteo Salvini ex vicepremier del governo gialloverde 1 Giovanni Tria ex ministro dell'Economia del governo gialloverde, formato dall'alleanza tra Lega e M5S
La frase Su Gualtieri ho un giudizio positivo. Ma la caduta dello spread è avvenuta a luglio scorso, dopo la manovra di assestamento di bilancio concordata da noi con l'Europa