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14/01/2019

Dal Mosea Bp Vi: processo alle aziende

Corriere Imprese Nordest - Alessandro Macciò

L'IMPRESA DELLE IMPRESE/LA RESPONSABILITÀ PENALE
L'Osservatoriosuldecreto231:aNordestcasiincalo,maprestosiaggiungerannoancheireatitributari
Compie 18 anni il decreto 231, nato nel 2001 per estendere la responsabilità penale dell'illecito amministrativo dalle persone fisiche (titolari e dipendenti) a quelle giuridiche (le imprese). Le fattispecie di reato sono in aumento, ma dal 2012 al 2016 i processi contro le aziende avviati dalle procure del Nordest sono scesi da 93 a 61 (-34%), facendo segnare un netto calo sia in Veneto (da 57 a 23, con 7 misure cautelari) che in Trentino Alto Adige (da 19 a 13 con 3 restrizioni). In controtendenza c'è solo il Friuli Venezia Giulia, salito da 17 processi a 25 per un totale di 17 misure cautelari. Nel Nordest i reati più contestati riguardano salute e sicurezza sul luogo di lavoro (76%), poi ci sono illeciti ambientali (16%), reati contro gli enti pubblici (8%), ricettazione, riciclaggio e provenienza illecita di denaro (4,5%). Riccardo Borsari, docente di diritto penale commerciale e diritto penale dell'economia all'Università di Padova, nonché responsabile dell'Osservatorio 231, spiega quale realtà si cela dietro a questi dati. Professor Borsari, di cosa parliamo quando diciamo decreto 231? «Di una delle più grandi novità introdotte nel nostro ordinamento giuridico. Si tratta di un decreto che costruisce la responsabilità penale in una forma articolata: se un dirigente o un dipendente compie un reato nell'interesse dell'ente o dell'azienda per cui lavora, ci sarà un processo per la persona giuridica parallelo a quello per la persona fisica». Il 231 è un decreto aperto, nel senso che il legislatore continua ad aggiornarlo. Com'è cambiato nel corso degli anni? «Nel 2001 comprendeva solo 10-15 fattispecie di reato, soprattutto contro la pubblica amministrazione, ora siamo saliti a più di cento, alcune pertinenti come il riciclaggio, altre francamente poco comprensibili. La svolta è arrivata nel 2007 con l'introduzione della sicurezza sul lavoro, perché questo è un tema che tocca tutte le aziende. E presto arriveranno anche i reati tributari». Oltre a disporre le sanzioni, il decreto 231 spiega anche come tutelarsi. Cosa deve fare un'azienda per evitare di finire davanti a un giudice? «Deve conformare il proprio modo di operare a determinate regole di organizzazione interna. Le aziende infatti possono essere esenti da responsabilità penale solo se hanno adottato e attuato efficacemente un modello di gestione idoneo a prevenire il rischio di reati. L'esenzione dalla responsabilità non è l'unico vantaggio: dalle multinazionali alle Pmi, tutte le aziende che si sono approcciate seriamente alla questione hanno ricavato anche grandi benefici per la loro attività. Adottare e attuare un modello conforme alla 231 significa guardarsi dentro e scoprire eventuali falle nei processi gestionali». Eppure c'è chi non l'ha ancora fatto. Perché? «Perché non sempre le aziende comprendono che ciò che vale per gli altri non vale necessariamente anche per loro. Non tutte le aziende sono esposte allo stesso rischio di commettere tutti i reati. È per questo che bisogna valutare quali sono le voci a rischio e poi lavorare su quelle, costruendo dei modelli personalizzati a partire dalle priorità. Dall'edilizia al sistema bancario, la configurazione è mobile e tutti i settori sono più o meno esposti a rischi, in rapporto alle diverse tipologie di reato. Le linee guida sono utili, ma non esauriscono la questione. E limitarsi a copiarle non basta». In questo quadro, qual è stato l'atteggiamento delle imprese? «Le multinazionali si sono adeguate quasi subito, mentre all'inizio c'è stata una certa diffidenza sia tra le Pmi che in ambito giuridico, perché il decreto prevede una disciplina uguale per tutti e l'autoregolamentazione era una novità che non ci apparteneva dal punto di vista culturale. Negli ultimi anni però questo approccio alla gestione del rischio è entrato nella nostra mentalità, anche grazie all'introduzione del Codice degli appalti e del Gdpr ( il regolamento generale sulla protezione dei dati, ndr )». Le condotte considerate illecite sono in aumento, ma i reati contestati alle imprese del Nordest sono in calo. Come si spiega questo paradosso? «Intanto il calo dei procedimenti potrebbe essere legato all'aumento delle aziende che si sono adeguate, e che quindi hanno dei modelli con cui possono difendersi da eventuali accuse. Poi i processi a carico delle persone fisiche dovrebbero implicare quelli paralleli alle aziende, ma non tutti i magistrati la pensano così, forse perché i processi costano e le carenze di organico si fanno sentire. Infine, l'elevato numero di reati poco rilevanti finisce per compromettere l'attuazione del decreto». Quali sono stati casi più eclatanti nel Nordest? «Accuse collegate alla 231 vengono contestate sia nel processo Mose che in quello sul crac della Banca Popolare di Vicenza». Ma cosa rischia chi non si mette al riparo dalle condotte illecite? «Rischia sanzioni pecuniarie molto importanti, la confisca del profitto del reato e altre pene interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione e quindi di partecipare agli appalti pubblici, la revoca delle licenze e la limitazione della pubblicità ai prodotti. Nella maggior parte dei casi, il processo si conclude con il patteggiamento di una pena pecuniaria e con l'impegno ad adottare il modello». Cosa c'è nel futuro della 231? «Da un lato le aziende chiedono certezza, dall'altro i modelli non sono codificati e la valutazione della loro idoneità è rimessa al giudice. Sapere quali sono gli orientamenti delle Procure potrebbe aiutare le imprese a ridurre i margini di incertezza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: Leggi e imprese Il prof. Riccardo Borsari e il processo per il crac dell'ex BpVi


Foto: iccardoBorsari: perchisièapprocciato seriamenteallaquestione sonoderivatigrandibenefici

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