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13/07/2021

Da imprese cooptate niente fatture dirette all’appaltante

Il Sole 24 Ore

Appalti / A cura di Massimo Sanguini / [1496]
In sede di gara per un appalto di lavori pubblici, l'aggiudicatario ha indicato un'impresa cooptata a norma del comma 5 dell'articolo 92 («Requisiti del concorrente singolo e di quelli riuniti») del Dpr 207/2010. L'impresa cooptata, pur rimanendo estranea al contratto sottoscritto tra l'aggiudicatario e la stazione appaltante, può emettere fattura nei confronti di quest'ultima per i lavori effettivamente prestati (nel limite del 20 per cento) ed essere pagata direttamente dalla stazione appaltante? A.N. - PALERMO Si ritiene che l'impresa cooptata non possa emettere fattura direttamente nei confronti della stazione appaltante. In primo luogo si osserva che l'istituto della cooptazione ha carattere eccezionale e derogatorio: l'impresa cooptata può eseguire i lavori ma non assume lo status di concorrente, non può acquisire alcuna quota di partecipazione all'appalto, non riveste la posizione di offerente né quella di contraente e non presta garanzie; non può subappaltare né affidare comunque a terzi la propria quota di lavori (si veda la delibera dell'Anac- Autorità nazionale anticorruzione - 228 del 1° marzo 2017). Come chiarito dal Consiglio di Stato, sezione V, «la cooptazione, riveniente il proprio regime giuridico nel già citato articolo 92, comma 5, del Dpr n. 207 del 2010, assume un rilievo essenzialmente nella sola fase esecutiva della gara, coerentemente con la finalità dell'istituto che si colloca al di fuori del vincolo associativo di partecipazione» (sentenza 3623 del 13 giugno 2018). Precisato quanto sopra, l'articolo 105, comma 13, del Dlgs 50/2016, nello stabilire che «la stazione appaltante corrisponde direttamente al subappaltatore, al cottimista, al prestatore di servizi ed al fornitore di beni o lavori, l'importo dovuto per le prestazioni dagli stessi eseguite nei seguenti golarmente accatastata e non edificabile. Posso montare una tettoia aperta su tutti i lati come protezione per l'auto, senza dover chiedere autorizzazione al Comune, ma limitandomi a chiederla al condominio? S.S. - ROMA La questione del titolo abilitativo per la tettoia in condominio è controversa. Occorre, prima di tutto, esaminare il regolamento edilizio del Comune in cui è sito l'immobile per valutarne le relative prescrizioni, tanto più che l'articolo 6 del Dpr 380/2001 (Testo unico dell'edilizia), in tema di attività edilizia libera, fa espresso riferimento alle prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, oltre al rispetto delle normative di settore, antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie e altro. In secondo luogo occorre accertare se il terreno su cui insiste la tettoia può rientrare nel concetto di "pertinenza" urbanistica, il che sembrerebbe da escludere, trattandosi di un terreno acquistato autonomamente dal lettore (ancorché relativo al fondo intercluso). Sul punto, tuttavia, occorrerebbero chiarimenti. In materia di installazione di una tettoia, il Consiglio di Stato, nella sentenza 2701 del 7 maggio 2018, ha chiarito - anche se incidentalmente - che non è possibile affermare in assoluto se la tettoia richieda o non richieda il titolo edilizio maggiore (e assoggettarla o non assoggettarla alla relativa sanzione) senza accertare nello specifico come essa sia stata realizzata. Secondo tale pronuncia, «con riferimento alle tettoie, rileva in particolare la voce di cui all'articolo 6 lettera e-quinquies (del Testo unico dell'edilizia, ndr) che considera opere di edilizia libera gli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici, concetto nel quale può sicuramente rientrare una tettoia genericamente intesa come copertura comunque realizzata in un'area pertinenziale». Gli stessi princìpi si trovano nel glossario di attività edilizia libera allegato al decreto del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti 2 marzo 2018, per il quale - oltre che essere pertinenziale - il "manufatto accessorio" deve avere dimensioni limitate e non dev'essere stabilmente infisso al suolo (per evitare la cosiddetta "trasformazione del territorio"). A cura di Massimo Sanguini [1499][407153] Il Pud modifica la servitù solo se c'è accordo tra le parti Su un terreno di mia proprietà è stato redatto un Pud (piano urbanistico di dettaglio) per la costruzione di un'abitazione privata. L'entrata della mia servitù confina a nord-ovest con la strada comunale e serve solo il mio terreno per il passaggio di animali (oggi anche di trattori), ma nel 2000 il Pud ha spostato l'entrata. Vorrei sapere se questo spostamento per mezzo di un Pud è lecito. L.C. - AOSTA La pubblica amministrazione, pur nell'ambito della propria attività di pianificazione del territorio, non può modificare autoritativamente una servitù legittimamente costituita tra soggetti privati. Tale modifica potrà eventualmente intervenire nell'ambito di una pianificazione attuativa concordata con il privato. Pertanto il Comune, nell'elaborazione di un piano urbanistico di dettaglio o nell'approvazione di un piano di lottizzazione, può prevedere anche lo spostamencasi», non vi include le imprese cooptate. Il che, data la natura eccezionale e derogatoria dell'istituto della cooptazione, si ritiene escluda la possibilità di fatturazione diretta delle prestazioni eseguite da parte delle imprese cooptate.