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21/07/2020

Cronache di centinaia di morti annunciate

Left - Carmine Gazzanni

SOCIETÀ L'INCHIESTA
La pandemia non ha arrestato la lunga scia di incidenti sul lavoro. Nel 2020 muoiono in media tre persone al giorno e sono oltre 1.300 gli infortuni quotidiani. A questo si aggiungono quasi 50mila infezioni da Covid-19 contratte sui luoghi di lavoro
Cristiano Romani fa l'infermiere ad Arezzo. Lavora al 118: è abituato a intervenire in casi disperati. Mai avrebbe pensato che un "caso disperato" sarebbe potuto diventare lui stesso. «Era il 21 marzo: stavo lavorando quando a un tratto ho cominciato a sentirmi poco bene. Al Pronto soccorso ho misurato la febbre: 37,5». Passa qualche ora e la temperatura sale ancora. Dopo un giorno si somma anche una pesante difficoltà respiratoria. Si rende necessario un tampone: positivo al Covid-19. «I primi 5 giorni - racconta oggi Romani - sono stati tremendi: avevo una fortissima congiuntivite, non riuscivo a respirare né tantomeno a mangiare e avevo la febbre quasi a 40». Solo dopo dieci giorni e una lunga quarantena l'infermiere esce da quell'incubo. Romani è uno dei 49.021 casi di contagio da Covid-19 sul lavoro segnalati all'Inail. Un numero spaventoso e destinato ad aumentare dopo che l'infezione contratta sul luogo di lavoro è stata parificata a infortunio (anche se l'Istituto, dopo alcune riserve di Confindustria, è diventato molto più stringente sulle categorie ammesse a risarcimento). Accanto a questi ci sono i numeri di chi è deceduto: 236, circa il 40% dei casi mortali denunciati dall'inizio dell'anno. Se c'è un fenomeno che non è andato in lockdown, dunque, è proprio quello delle cosiddette "morti bianche". Morti che in realtà di candido non hanno proprio nulla. La scia di vittime è lunga e in netta crescita rispetto al passato: tra gennaio e maggio sono state 207.472 le denunce di infortuni sul lavoro, 432 delle quali con esito tragico (+10,5% rispetto al periodo precedente, quando erano stati "solo" 391). Ogni giorno che passa in media muoiono tre persone e altre 1.374 si infortunano semplicemente perché, coronavirus o no, lavorano. Una vera e propria strage che, spiega il presidente dell'Anmil Zoello Forni, «ora rischia un nuovo preoccupante aumento dei numeri dovuto, oltre che alla parificazione dell'infezione da Covid-19 a infortunio sul lavoro, anche alla riapertura delle aziende». Le cronache degli ultimi giorni, in effetti, sono impietose. Solo nella scorsa settimana un ragazzo di 31 anni è morto schiacciato da un muletto a Pordenone, un 59enne a Vicenza è caduto da un macchinario perdendo la vita, a Caserta un 40enne è rimasto folgorato da una scarica elettrica mentre era su un'impalcatura, in provincia di Latina un bracciante agricolo di 37 anni è caduto in un fosso dopo che il suo trattore si è ribaltato. Un vero e proprio bollettino di guerra per il quale le persone non sono vittime di incidenti, ma di un sistema: «Uno dei problemi principali riguarda la filiera degli appalti - spiega Sebastiano Calieri, responsabile nazionale Salute e sicurezza della Cgil -. Il subappalto non corretto, soggetto a ribassi eccessivi che comprimono i costi di sicurezza, è la prima causa di infortuni e malattie professionali». I dati parlano per tutti: nel 2019 l'Ispettorato del lavoro ha ispezionato 142.385 aziende (in netta diminuzione rispetto all'anno precedente), di queste 99.046 non rispettavano le norme sulla sicurezza, 356.145 erano i lavoratori non in regola e 41.544 erano in nero. E ovviamente neanche il precariato aiuta: «Se sei un lavoratore a tempo - ragiona ancora Calieri - accetti condizioni al ribasso pur di non perdere il posto». Questa la ragione per cui, anche secondo Zoello Forni, occorre far ripartire il "Tavolo di confronto salute e sicurezza nei luoghi di lavoro", inaugurato dal ministero del Lavoro e poi, causa Covid, arenatosi. «E importante - spiega il presidente delI'Anmil - investire in un lavoro sempre più sicuro, trasmettendo alle aziende la visione di questo "sforzo" economico come un investimento». Ma c'è anche un altro fronte, sottaciuto e dimenticato: quello della giustizia, sia penale che civile. Sono una quantità infinita le storie di invalidi o famiglie di morti sul lavoro che hanno addirittura rinunciato alla ricerca della verità e della giustizia. Come Irene Cilio, vittima nel 2012 di un gravissimo incidente sul lavoro: «Sono stata investita da un'esplosione mentre sostituivo alcune bombole di ossigeno al Centro di Medicina iper- ^ ^ ^ ^ ^ ^ barica di Massa. Ho riportato ustioni su tutto il corpo, fratture, danni all'orecchio e sindrome post-traumatica da stress. La forza per ricominciare è venuta da mio figlio. Lui aveva un anno e mezzo, io 31 anni. Ma determinante è stata la mia decisione di chiudere l'iter legale. Dopo 6 anni il processo non era ancora iniziato. Questa cosa mi appesantiva la vita e ho accettato di uscirne con un accordo al ribasso. Ma è stato fondamentale». A non darsi pace è anche Paola Armellini, la mamma di Matteo, il ragazzo di 32 anni morto in Calabria mentre montava il palco per un concerto: «Da quel 5 marzo 2012 solo nel 2019 c'è stata la sentenza di primo grado. Pur abitando a Roma, non ho mai saltato nessuna delle 35 udienze, lo devo a mio figlio. I sei condannati, però, hanno fatto ricorso e ora, dopo l'appello, siamo ancora fermi in Cassazione: dopo otto anni io ancora devo capire chi è il responsabile. Sembra quasi che debba essere io a chiedere scusa per il disturbo a questi signori...». Finora la signora Armellini ha ottenuto solo il rimborso Inail: 1.900 euro. E nessuna giustizia. Chi da più di 15 anni denuncia la necessità di una riforma giudiziaria sul tema è il magistrato di Cassazione Bruno Giordano: «Occorrono tre norme-chiave fondamentali», spiega a Left. «Innanzitutto bisogna creare un'agenzia unica che si occupi dei controlli: oggi ci sono circa dieci enti deputati alla vigilanza ma non c'è coordinamento e, alla fine, ciascuno se ne occupa autonomamente». È fondamentale, ancora, che le competenze siano distrettuali: «Esattamente com'è per l'antimafia, questo è un settore che richiede assoluta specializzazione giuridica, tecnica, investigativa. L'ideale sarebbe creare una Procura nazionale per "ambiente e sicurezza" articolata nei vari distretti sul territorio». La terza riforma, ancora più centrale, è avere regole chiare che aiutino le vittime degli infortuni sul lavoro, oggi pesantemente bistrattate: «Bisogna tener presente che parliamo di vittime di un intero sistema: non si muore solo perché una scala è manomessa, ma perché è lo Stato che è venuto meno al suo ruolo di controllo. Oggi, ad esempio, è assurdo che non sia garantito il gratuito patrocinio alle vittime, specie se pensiamo che non parliamo di imprenditori, ma nella stragrande maggioranza di casi di famiglie di operai». A parlare di «diritto negato» è anche Adele Tusa, madre di Giuseppe Chiello, uno dei nove morti dopo la tragedia della Torre Piloti a Genova, crollata il 7 maggio del 2013 durante la manovra della nave cargo Jolly Nero. «Dopo sette dolorosi anni non c'è una sentenza definitiva nonostante due processi in corso. Ho solo un mucchio di mosche nelle mani», dice sconsolata la donna che più di tutte ha combattuto affinché emergesse quanto accaduto: «La mia non è ricerca di vendetta - spiega a Left - ma è ricerca della verità, che è il faro della giustizia. Altrimenti a cosa serve la giustizia?».
«Priorità a sicurezza e salute dei lavoratori» A colloquio con la ministra Nunzia Catalfo: «Riapriremo il tavolo contro gli infortuni» I a prossima settimana tornerò a riunire il tavolo L contro gli infortuni sul lavoro». E la promessa che la ministra Nunzia Catalfo fa intervistata da Left, con l'obiettivo di gettare le basi per un vero e proprio Piano di prevenzione già con la prossima legge di bilancio. «Quello della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è stato uno dei primi temi che ho voluto affrontare dopo il mio insediamento. Spesso si parla dei morti sul lavoro come di numeri, ma non dobbiamo mai dimenticarci che sono persone». E un rischio che finora nelle varie legislature si è corso più e più volte... Non stavolta. Prima dell'emergenza sanitaria, al ministero del Lavoro si sono svolti numerosi incontri ed ho avviato anche una consultazione pubblica rivolta a tutti gli stakeholders (oltre 200 i contributi ricevuti) con l'obiettivo di aggiornare il decreto legislativo n. 81/2008. Durante il periodo Covid, questo tema è stato al centro dell'azione di governo, anche attraverso il mio impegno in prima persona per la sottoscrizione dei protocolli: due interconfederali implementati da quelli di settore. Ripartiremo proprio da qui, per capire se le priorità di intervento che il tavolo si era dato - vigilanza, formazione dei lavoratori, qualificazione delle imprese e sorveglianza sanitaria - vadano rilette alla luce della pandemia. Andando però nel concreto: è possibile dare oggi dei tempi affinché il Tavolo produca risultati? La mia intenzione è di arrivare con un pacchetto di primi interventi da inserire già nella prossima legge di bilancio. Ovviamente rimane fermo l'obiettivo di elaborare un piano organico di piena attuazione e aggiornamento del testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Quali potrebbero essere i provvedimenti da inserire già con la prossima manovra? Messa a sistema della sorveglianza sanitaria, la cui disciplina è stata modificata anche dal decreto Rilancio, e riconoscimento del ruolo dell'Inail nell'elaborazione dei più alti standard di prevenzione. A ciò va collegato un coordinamento unitario della vigilanza, idoneo a garantire un'efficace azione ispettiva evitando alle imprese ripetitivi controlli burocratici effettuati da soggetti diversi in momenti diversi. Quando potrà diventare operativo il Piano toutcourt? Ci stiamo lavorando insieme al ministero della Salute. La mia intenzione è di fare le cose per bene ma velocemente: già nei primi mesi del 2021 conto di avere una proposta organica. Su cosa crede debba basarsi il Piano per una giusta prevenzione? Vanno certamente rafforzati gli attuali cardini della prevenzione degli infortuni: informazione, formazione e valutazione dei rischi. Per fare ciò una normativa premiale rivolta alle imprese che adottano i più alti standard di salute e sicurezza, elaborati e validati dall'Inail, e una vigilanza più forte e coordinata sono le basi da cui partire per raggiungere l'obiettivo. Carmine Gazzanni

Foto: A lato, protesta del sindacato infermieristico Nursing Up a piazza Duomo, Milano, 4 luglio 2020 Nelle pagine seguenti, la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo Tra gennaio e maggio di quest'anno sono morte 41 persone in più rispetto al 2019


Foto: SOCIETÀ L'INCHIESTA Calieri, Cgil: «La prima causa di infortuni e malattie professionali sono i subappalti non corretti»