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04/07/2020

Crollano consumi e lavoro ma al governo tutto è fermo

Il Mattino

EMBLEMATICO IL CASO DELL'ILVA DI TARANTO TANTO TATTICISMO MA IL FUTURO DELLA SIDERURGIA RESTA UN MISTERO
LO SCENARIO
Nando Santonastaso
L'Italia che arranca e l'Italia che non sa o non vuole decidere, e non solo su asset strategici per il suo futuro a breve e medio termine. Il Paese dell'economia reale, dei 600mila disoccupati in più, delle imprese che non ripartono, della Cassa integrazione mai così imponente; e quello che litiga nelle aule parlamentari sul Mes o sulle semplificazioni, sui decreti sicurezza targati Salvini (restano, si cambiano, boh) o sulla nuova Alitalia come se ci fosse il tempo per farlo e non pesasse invece la preoccupazione di mantenere equilibri politici ogni giorno più precari, in vista delle Regionali. Questi due modi di vivere gli effetti della pandemia, così distanti e inconciliabili tra di loro, sono l'esatta rappresentazione di cos'è oggi l'Italia e di quanta fatica stia facendo per imboccare la strada della ripresa.
I NUMERI
I numeri della crisi sono spaventosi. Dall'inizio dell'anno, fino al mese di maggio, sono state autorizzate oltre un miliardo e 756 milioni di ore di Cassa integrazione guadagni nelle sue varie declinazioni, con una crescita del 1.441,22% sullo stesso periodo del 2019, ricorda l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano che in materia è aggiornatissimo. «Quando parliamo di ripartenza scrive ci troviamo di fronte a situazioni che variano da impresa ad impresa. C'è chi decide di riaprire e richiamare tutti i dipendenti dalla Cig perché immagina di avere nuovamente mercato e poi sappiamo che la maggior parte di quanti hanno riaperto ha utilizzato una strada intermedia, il richiamo cioè di una parte dei dipendenti». Per la sola copertura della Cig sono stati spesi finora, con i decreti Cura Italia e Rilancio, 21 miliardi di euro ma ne serviranno almeno altri 5 da qui a fine anno se, come pare, la misura sarà prorogata ancora. Dietro questi numeri, c'è un impatto sul potere d'acquisto dei lavoratori che è arrivato ormai a circa 2.500 euro pro capite in meno. E anche questo è un record.
La crescita resta per ora un miraggio. Tutti indicano nella ripresa degli investimenti pubblici la molla della ripartenza ma per ora sono le previsioni economiche a tenere banco. Secondo il Fondo monetario internazionale il Pil nazionale perderà a fine anno il 12,8%, la recessione già in atto rischia di aggravarsi in autunno quando molti nodi verranno al pettine. È vero che la media dell'Eurozona oscilla tra l'8 e il 12% ma i nostri margini fiscali risultano di gran lunga inferiori a causa del maxidebito ante-pandemia e della lentezza della ripartenza. Morale: le conseguenze ipotizzate dagli economisti parlano di distruzione di molti posti lavoro e di crisi fiscale.
IL LAVORO
Un assaggio di questo scenario è arrivato ieri con i dati Istat sul mercato del lavoro: scende il tasso di occupazione al 57,6%, aumentano le persone in cerca di un lavoro (18,9% in più, pari a 227mila unità), il tasso di disoccupazione risale al 7,8% e quello dei giovani al 23,5%, due punti in più in un mese. Rispetto allo stesso periodo del 2019, hanno perso il lavoro 613mila persone, soprattutto con contratti a tempo determinato, circa 500mila nel periodo tra febbraio e maggio. L'Istat dice che c'è stato per la verità anche un recupero di ore lavorate ma gli inattivi sono diventati quasi un milione. E nel Mezzogiorno, dove prima della pandemia non erano stati ancora recuperati almeno 200mila posti di lavoro persi in occasione delle due crisi del 2008 e del 2012, la situazione rischia di diventare ancor più pesante: l'impatto della crisi economica, ha documentato la Svimez, potrebbe essere quattro volte superiore alla media nazionale, specie sul piano dell'occupazione.
L'Italia reale è quella di storici punti di forza e di ricchezza perdere colpi, con un calo della produzione industriale che Confindustria valuta intorno al 20%, sperando in un parziale recupero nella seconda parte dell'anno, e l'export in rosso per il 34,5%. Le più rosee previsioni sul turismo parlano di una diminuzione della spesa 2020 pari a 67 miliardi di euro (lo ricordava ieri il presidente dell'Enit Palmucci nell'intervista al Mattino); l'automotive arranca come non mai, con il segno meno delle immatricolazioni è stato superiore alle due decine anche a giugno; abbigliamento e calzaturiero sono in gran parte concentrati già sulla primavera 2021 mentre le perdite della ristorazione sono state quantificate da Confcommercio in 28 miliardi di euro, con 50mila imprese esposte al fallimento e 300mila addetti a rischio occupazionale.
I CONSUMI
Sullo sfondo la paura degli italiani di spendere: il calo dei consumi è evidente, anche se le misure di governo scattate in questi giorni, con l'estensione della platea dei beneficiari degli 80 euro e l'aumento a 100 euro per i 4 milioni di lavoratori che già percepivano la misura, potrebbero indurre ad un atteggiamento di minore prudenza.
Di fronte a questa Italia spaesata e preoccupata, con 8 milioni di lavoratori i Cassa integrazione e poche filiere veramente oltre la crisi (agroalimentare e farmaceutico), c'è un'altra che si incarta sulle decisioni, incapace di voltare pagina anche quando tutti sembrano d'accordo nel volerlo. È il caso del Mes: l'uomo della strada, che merita ogni giorno più rispetto e attenzione, non riesce davvero a capire perché un Paese nel guado come il nostro (e con poche risorse) debba perdere tempo a domandarsi se è giusto o meno accettare gli oltre 30 miliardi offerti dall'Ue per rafforzare la sanità pubblica, peraltro a condizioni molto vantaggiose. Siamo davvero nella condizione di rifiutarli?
CANTIERI CHIUSI
E ancora. L'altra Italia è compatta nel sostenere che bisogna far ripartire l'economia ma non riesce a dimostrarlo concretamente nemmeno al livello più immediato, la riapertura dei cantieri. Nemmeno di quelli già esistenti. Ha del paradossale la discussione di queste ore sul decreto Semplificazioni: si cerca un compromesso tra chi vuole abolire il Codice degli appalti e chi solo snellirlo mentre 34 miliardi di lavori di Anas e Rete ferroviaria sono ancora bloccati in Parlamento. Di sblocca-cantieri l'Italia politica ha fatto quasi un mantra: se ne parlava già alla fine del 1996, primo governo Prodi, ma da allora ad oggi lo scenario non è mai migliorato. E non solo perché la burocrazia lo ha sempre impedito.
Anche quando, spesso a fatica, la decisione politica arriva, la storia non è chiusa. Anzi, è qui che ricomincia la salita. Per il solo decreto Rilancio sono stati previsti un centinaio di decreti attuativi. Per l'ecobonus 110%, da molti ritenuto l'unico provvedimento in grado di rilanciare l'economia locale, bisognerà aspettare l'autunno. Ma secondo uno studio della Fondazione Openpolis i 13 decreti legge emanati dal governo per far fronte all'emergenza Covid-19 richiederanno complessivamente 165 decreti attuativi di cui finora solo 31 sono stati approvati, e il coinvolgimento di 17 ministeri, con o senza portafogli.
L'altra Italia sa bene che molte vertenze non possono restare a lungo nascoste dall'eventuale proroga della Cig o del divieto di licenziare. Il guaio è, però, che ormai la risposta più ricorrente di politica industriale (si fa per dire) sui nodi delle riconversioni produttive degli stabilimenti a rischio, sembra quella di guadagnare tempo. Emblematico il caso dell'Ilva: qualcuno è in grado di spiegare cosa accadrà veramente a Taranto dopo le dichiarazioni tattiche (tanto per cambiare) lette in questi giorni tra azienda e governo? Nessuno vuole restare con il cerino in man, non decidere è sempre meglio che sbagliare la decisione. Ma fino a quando? I 160 tavoli ancora aperti al ministero dello Sviluppo economico ammoniscono ogni giorno sul pericolo di sfarinamento di un sistema produttivo popolato da 250mila operai. E quelli, si badi, sono solo i tavoli per le aziende che hanno più di 500 dipendenti: le altre, le più piccole, non approderanno mai al tavolo ministeriale ma fanno forse perfino più male. Sono quelle di un'Italia nascosta e precaria che mantiene equilibri economici modesti ma persino necessari, ieri come oggi. Se ne accorgerà finalmente anche la politica?
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