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27/10/2020

Così il territorio è rimasto sguarnito

Avvenire - ENRICO NEGROTTI

POCA PROGRAMMAZIONE, TANTA BUROCRAZIA E TEMPI STRETTI: PER QUESTO IL SISTEMA È ANDATO IN TILT
Gli esperti: i giovani medici andavano impiegati subito. Regioni, errori sui bandi L'epidemiologo Greco: la App? Poteva servire se avesse avuto la localizzazione, come in Cina Anelli (Fnomceo): non serve più un solo dottore, ma un'équipe con due infermieri che vada a domicilio
C ome sono stati impiegati i finanziamenti promessi dal ministro della Salute, Roberto Speranza, per supportare la risposta delle Regioni in termini di personale e terapie intensive? E come è stato rinforzato il territorio, a partire dalle Unità speciali di continuità assistenziale, le cosiddette Usca, istituite proprio per la gestione domiciliare dei pazienti Covid-19 che non necessitano di ricovero? La situazione attuale mostra che non si sono ancora date risposte soddisfacenti ed è sempre più importante invertire la rotta, anche perché non si può escludere che con il virus si debba convivere a lungo. E non si potrà puntare solo sul lockdown . «Anche se sono stati stanziati, i fondi non arrivano immediatamente sul posto dove vanno spesi» spiega Donato Greco, già direttore generale del dipartimento di Prevenzione al ministero della Salute. Conferma Americo Cicchetti, direttore dell'Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell'Università Cattolica: «I tempi tecnici dei bandi di gara (complice anche il codice degli appalti per evitare episodi corruttivi) sono troppo lunghi per una situazione di emergenza come questa. In più è cresciuta la tendenza a non prendersi responsabilità personali, e i tempi si allungano». Si registrano ancora carenze di anestesisti-rianimatori e lo stesso commissario straordinario Domenico Arcuri ha segnalato che il numero di terapie intensive aggiuntive realizzate dalle Regioni è inferiore al numero di ventilatori distribuiti e alle attese: mancano ancora 1.600 posti letto. «Le Regioni hanno spesso approfittato della situazione - aggiunge Cicchetti - per "tappare" buchi di organico e in quasi la metà dei casi hanno cercato specialità mediche non legate a fronteggiare il Covid: pediatri, ginecologi, eccetera. Ciò appare più comprensibile nelle Regioni sottoposte da anni ai piani rientro (che bloccano nuove assunzioni), meno nelle altre. Con l'aumento di posti letto in terapia intensiva realizzato in questi mesi, si è passati da una media di 2,5 persone medici per posto letto a 1,6: sotto una certa soglia non si riesce a gestire un reparto di tale complessità, e quindi non viene aperto. Ma se si fanno i bandi per altre specialità mediche, si crea un circolo vizioso». Sul personale chiede di puntare anche Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo): «Bene ha fatto il ministro Speranza ad aumentare il numero di borse per le scuole di specializzazione a 14.500. Ma al concorso si erano presentati in 23mila laureati in medicina: approfittando anche dei fondi europei bisognerebbe fare uno sforzo in più per aumentare ancora le specializzazioni o per impiegare comunque questi giovani medici nella medicina di base e nella prevenzione, per esempio nelle Usca». «Proprio le carenze della gestione della prima fase dell'epidemia - osserva Greco - hanno evidenziato che non si può puntare solo sugli ospedali: il contrasto al contagio è territoriale. Purtroppo la sanità territoriale è stata indebolita da anni, non ci sono più gli Osservatori epidemiologici regionali né i Servizi di epidemiologia e prevenzione (Sep) delle Asl, che sono stati incorporati nei Dipartimenti di prevenzione, spesso gestiti da veterinari per i controlli alimentari». Il controllo sul territorio è in affanno anche per altri motivi. «È noto - chiarisce Greco - che il tracciamento dei contatti funziona se sono pochi. Ma con i numeri attuali è impossibile: la app poteva servire se avesse avuto la localizzazione, come in Cina e in Corea. In Europa non è stata messa per problemi di privacy, ma così la sua efficacia è estremamente ridotta». Delle Usca, le unità territoriali, si è persa traccia. «Sono state realizzate al 50 per cento - riferisce Cicchetti - ma gli ultimi dati ufficiali sono di luglio, quando non sembravano più così necessarie. Invece il loro apporto è fondamentale: due infermieri e un medico che vanno a domicilio e controllano le condizioni dei casi positivi, ma con pochi sintomi, e fanno tamponi ai contatti. Bisogna che le Regioni ne riprendano l'implementazione». Anelli suggerisce di approfittare di questa emergenza per fare una convenzione del tutto innovativa: «Non si può più pensare al medico di medicina generale che lavora da solo, bisogna favorire le équipe , con la presenza dell'infermiere, per fare molte più prestazioni. Questa impostazione funziona in Germania: dal tuo medico fai prelievo, ecografia, elettrocardiogramma, e vai in ospedale solo se situazione lo richiede. Lavorando in squadra, anche con la guardia medica, si amplia anche la disponibilità oraria. Certo, per fare questo bisogna investire soldi». «Conviene che ci convinciamo a limitare i nostri spostamenti se non necessari - conclude Anelli - per evitare che debbano essere decise misure più stringenti e obbligatorie». Anche perché questa pandemia non accenna a esaurirsi. «Speriamo nei vaccini - commenta Greco -, augurandoci che stimolino un'immunità più efficace di quella naturale, che sembra vada persa dopo alcuni mesi; altrimenti dovremo fare vaccinazioni periodiche, come contro l'influenza. Ma anche il vaccino non risolverà miracolosamente la situazione. Le misure di contenimento sono necessarie, ma i lockdown provocano anche danni: oltre a quelli economici, ci sono quelli di salute per screening rimandati e cure interrotte». Concorda Cicchetti: «Mettere le mascherine, evitare assembramenti, vaccinarsi contro l'influenza (ci sono 17 milioni di dosi del vaccino, più del doppio degli altri anni). Oltre agli investimenti sulla medicina territoriale, credo che sarebbe utile pensare a strutture come gli ospedali dormienti che ci sono in Israele: strutture pronte, ma che vengono aperte solo quando serve».

Foto: Donato Greco


Foto: Filippo Anelli