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11/10/2018

Conte chiede aiuto alle imprese statali

Libero - FAUSTO CARIOTI

i conti non tornano SCENARIO Annunciata la semplificazione delle norme sugli appalti. Se è vero, anche i privati ne beneficeranno. Altrimenti sarà l'ennesima occasione persa
Nessuno crede al reddito di cittadinanza come motore della ripresa, quindi il premier prova la mossa disperata: riunisce le aziende controllate dal Tesoro e le invita a investire. Cdp promette 13 miliardi di euro, le altre nicchiano
Potessero, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio avrebbero già rimesso in piedi l'Iri, l'Istituto per la ricostruzione industriale che investiva e assumeva come i governi gli comandavano di fare. È una sorta di appello della disperazione, un po' bastone e un po' carota, quello che i due hanno lanciato ieri ai timonieri delle aziende a partecipazione statale: c'è bisogno di investimenti, quanti soldi potete mettere sul piatto? Quali investimenti potete anticipare, in modo che producano effetti sull'occupazione e sul Pil già dal prossimo anno? Quello che il presidente del Consiglio e il vicepremier non hanno potuto dire era chiaro a tutti: le stime di crescita elaborate da Giovanni Tria non sono plausibili e alla favola del reddito di cittadinanza come grande motore dell'economia non crede nessuno. Serve un «piano addizionale» di investimenti veri, quelli che solo le imprese possono fare. «PIANO ADDIZIONALE» Le industrie a capitale interamente privato non sono sensibili a certe richieste politiche, anche perché tira aria di un peggioramento delle condizioni del credito. Ma con i gruppi che hanno il Tesoro tra i principali azionisti è diverso, specie se i loro amministratori delegati hanno la necessità di accreditarsi col governo gialloverde. Inutile dire che ieri pomeriggio, alla prima riunione della cabina di regia per gli investimenti, si sono presentati tutti: Fabrizio Palermo (Cassa depositi e prestiti), Claudio Descalzi (Eni), Francesco Starace (Enel), Paolo Gallo (Italgas), Alessandro Profumo (Leonardo), Giuseppe Bono (Fincantieri), Giuseppe Zampini (Ansaldo Energia), Luigi Ferraris (Terna), Marco Alverà (Snam), Stefano Cao (Saipem), Matteo Del Fante (Poste Italiane), Gianfranco Battisti (Ferrovie dello Stato) ed Elisabetta Ripa (Open Fiber). Ad accoglierli a palazzo Chigi, assieme a Conte, Di Maio e Tria, c'erano gli altri ministri e i sottosegretari con le mani in pasta nell'economia. La Cassa depositi e prestiti aveva in programma investimenti per 22 miliardi di euro nel prossimo quinquennio, ma il suo amministratore delegato fresco di nomina, Palermo, ha annunciato che è disposto ad alzare la somma sino a 35 miliardi. È stata l'eccezione, figlia della vicinanza del nuovo manager all'esecutivo. Enel ha fatto sapere che da qui a tre anni investirà in Italia 8,3 miliardi, in continuità con quanto già previsto. Le Fs, che con la controllata Rete ferroviaria italiana sono tra i primi investitori del Paese, aspettano di capire che intenzioni ha l'esecutivo riguardo all'integrazione con Alitalia. Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha assicurato che a lui non è stato chiesto uno sforzo ulteriore: «Noi abbiamo già una spesa molto importante, vicina ai 22 miliardi di euro in quattro anni, con un certo numero di miliardi legati anche a possibili aumenti connessi a una minore burocrazia. Però non abbiamo parlato di queste cose». E comunque, ha aggiunto, nessuno gli ha chiesto di usare la cassa dell'Eni per comprare Btp, ipotesi che nel governo qualcuno aveva buttato lì per aumentare la quota di debito pubblico in mani italiane. «Noi investiamo in attività operative, non in titoli», ha tagliato corto il capo del cane a sei zampe. LE PROMESSE Tanto è bastato a Conte per parlare di grande successo. «Eravamo gomito a gomito con il "sistema Italia"», ha detto al termine dell'incontro, «ed è derivato un piano aggiuntivo di investimenti per il prossimo quinquennio pari a 15 miliardi». E siccome 13 miliardi li mette la Cdp, vuol dire che tutti gli altri si sono sbilanciati davvero poco. Molto, in realtà, dipenderà dal governo: durante il colloquio i ministri si sono impegnati a semplificare il codice degli appalti, a riformare il Codice civile e a snellire la burocrazia. Se lo faranno, gli investimenti aumenteranno davvero, e non solo da parte delle aziende di Stato. Altrimenti, sarà l'ennesima occasione persa.

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