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06/09/2018

Consumi d’acciaio in frenata e ritardi il futuro del settore resta a tinte fosche

Il Mattino

IL FOCUS
Nando Santonastaso
Per dare un'idea di cosa vuol dire la siderurgia per un Paese come il nostro, storicamente privo di materie prime, bastano pochi dati. Uno di essi è che nel 2017 la produzione di acciaio è salita per il secondo anno consecutivo nonostante la pesante e perdurante incognita Ilva e la presenza sul mercato di nuovi competitors, superando i 24 milioni di tonnellate, come nel 2013. La performance è stata importante non solo perché ha permesso all'Italia di tornare ad occupare la decima posizione tra i produttori siderurgici mondiali (il settore nazionale vale oggi un fatturato di circa 35 miliardi) ma anche perché è coincisa con una frenata del consumo di acciaio, un campanello d'allarme che può trasformarsi in una incognita significativa per le prospettive del settore. Chi guarda il bicchiere mezzo pieno non può fare a meno di sottolineare come lo scorso anno le esportazioni sono aumentate di 308mila tonnellate rispetto all'anno precedente, arrivando a quasi 18 milioni di tonnellate. Chi osserva invece il bicchiere mezzo vuoto sottolinea che sono cresciute anche le importazioni, con un incremento di 406mila tonnellate che ha portato il totale a 20 milioni. Non sono dati incompatibili tra di loro. Segnalano una buona vivacità del comparto. Ma se si scende nel dettaglio, emergono criticità non proprio secondarie.
La prima si riferisce alla crisi dell'edilizia, settore fondamentale di riferimento sul piano dei consumi per la siderurgia, crisi che soprattutto al Sud continua a registrare scenari deprimenti e ancor più incerti per via dei dubbi sulla riforma del Codice degli appalti e il crollo degli investimenti pubblici. Ma, come segnala Siderweb, la community nazionale dell'acciaio che raggruppa i principali attori della filiera, a preoccupare i produttori è anche «la riduzione dell'attività industriale nazionale» e con essa «lo spostamento di alcune attività che consumano acciaio in siti di produzione fuori dal Paese, più vicini ai mercati di destinazione dei prodotti finiti». E c'è di più: al capitolo rischi si iscrive anche la cosiddetta Steel intensity dell'economia internazionale, ovvero il tasso di consumo di acciaio per ogni punto di Pil. Nei Paesi ad economia più avanzata la domanda di acciaio scende rispetto a quelli di prima industrializzazione: e ciò rappresenta un enorme punto interrogativo per la siderurgia mondiale fino al punto da considerarlo indispensabile per il suo stesso futuro. Figurarsi per l'Italia che riesce a resistere.
Tutto questo spiega perché i tempi persi e le tante frenate di questi mesi nella definizione della nuova proprietà dell'llva non possono essere considerati come una parentesi, una sorta di costo dovuto ad una svolta. A prescindere da come evolverà la trattativa finale, rischiano purtroppo di pesare non poco sulle prospettive del sistema industriale italiano nel suo complesso. Perché mentre per tutti i competitors il tempo delle scelte strategiche è già arrivato, a Taranto si rincorrono ancora interrogativi persino sulla mission produttiva dei prossimi anni. Il settore dei laminati piani, ad esempio, di cui il gruppo detiene la leadership nazionale, è il più esposto alle incognite sul futuro anche perché il blocco degli investimenti ha fatto emergere ancora di più il ritardo italiano in ricerca e sviluppo. Per avere un'idea, mentre da noi si continuava a discutere e polemizzare, gli investimenti degli altri gruppi europei sono saliti fino all'1% mentre quelli dei giapponesi e dei coreani fino al 3%. L'Italia è rimasta allo 0,7%.
Il resto, purtroppo, è noto da un pezzo. La riduzione della produzione per far calare l'impatto ambientale dello stabilimento sul territorio ha ampliato il divario tra la domanda e l'offerta di prodotti strategici come i Coils e le lamiere, costringendo i clienti italiani e gli utilizzatori a rivolgersi all'estero. Molti clienti, un tempo fidelizzati dall'Ilva, hanno cambiato punti di riferimento e recuperarli non sembra operazione facile o di breve durata. Ma forse a preoccupare di più è proprio il ritardo accumulato nei confronti degli altri protagonisti del mercato europeo e mondiale. Anche perché, spiega Siderweb, «l'Ilva è scarsamente presente nei settori che utilizzano acciaio con maggiore potenzialità di crescita, dalla fabbricazione di automobili alla produzione di energia ecc.». Di sicuro il caso llva ha finito per far crescere gli appetiti di competitor asiatici piuttosto agguerriti, pronti a penetrare nel mercato italiano e del Vecchio continente: i loro nomi, da Posco a Nippon Steel, non diranno molto a chi non è della materia ma per gli addetti ai lavori si tratta di realtà in forte espansione commerciale mentre già si guarda a nuovi processi di aggregazione tra compagnie più attive in ogni continente. Insomma, il rischio che l'acciaio italiano, o almeno una parte rilevante di esso, possa dover combattere una guerra impari per difendere la sua storia e le sue prospettive non è affatto remoto pur potendo contare su una riconosciuta e affidabile flessibilità.
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