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06/07/2019

Condanna Expo, Sala: «Vado avanti»

Avvenire - LUIGI GAMBACORTA

Il sindaco ora sta pensando di rinunciare alla prescrizione e di ricorrere in appello per dimostrare la sua innocenza La pena di 6 mesi è già stata convertita in 45mila euro di multa. Il primo cittadino: «È stato processato il mio lavoro» La sentenza lascia in piedi solo l'accusa di falso materiale, ma annulla quella di falso ideologico, riconoscendo l'attenuante di avere agito per motivi di particolare valore morale e sociale. Il suo avvocato: «La partita è ancora lunga»
ei mesi, convertiti in 45mila euro di multa e nessuna iscrizione nel casellario giudiziario. «Un processo sproporz ionato che per una persona normale sarebbe stato risolto in un quarto d'ora. Un processo sproporzionato per costi e durata perché era a carico del sindaco». È il commento del procuratore generale Massimo Gaballo, che si è battuto perché comunque Giuseppe Sala non venisse assolto e perché non arrivasse indenne alla prescrizione, che arriverà inesorabile il prossimo 30 novembre. Un piccolo processo, dunque, ma uno sfregio e una beffa quando persino riconosce all'ex commissario straordinario di Expo l'attenuante di avere agito per motivi di particolare valore morale e sociale. Una sentenza che lascia in piedi soltanto l'accusa di falso materiale, ma annulla quella di falso ideologico (vedi anche l'articolo a pag. 9). Pallido, oltre l'abbronzatura, Sala non nasconde «i sentimenti negativi che ho dentro. Oggi qui si è processato il lavoro, e io di lavoro per la comunità ne ho fatto veramente tanto. Una sentenza del gener e per un vizio di forma che non ha prodotto nessun effetto, credo allontanerà tanta gente onesta, capace, tanta gente per bene dall'occuparsi della cosa pubblica. Di guardare avanti - insiste - in questo momento non me la sento». Allude a un dopo che è al di là da venire e intanto precisa: «Assicuro i milanesi che rimarrò a fare il sindaco per i due anni che restano del mio mandato. Alla fine mi viene da pensare che sono una persona resistente, come ho dimostrato in tanti momenti delicati della mia vita, e attingerò alle mie risorse per andare avanti». «Non me l'aspettavo», ha ammesso l'avvocato Salvatore Scuto, che con Sala aveva fin qui inanellato solo buoni risultati.«Non me l'aspettavo perché credo che una sentenza debba essere equa, e questa è una sentenza ingiusta. C'è una grande assunzione di responsabilità del sistema giustizia che arriva a una condanna per il fatto che riguarda la gestione di un grande evento che ha dato lustro e ricchezza a questa città». Ma, scontata come il suo cliente l'amarezza, annuncia: «È finito il primo tempo, la partita è lunga, questa ingiustizia verrà cancellata. L'intenzione punitiva del tribunale è fuori dalla storia oltre che ingiusta». L'intenzione punitiva cui allude il legale parte da lontano e ha diviso, lacerato, con la "destituzione"dell'aggiunto Alfredo Robledo, la procura retta da Edmondo Bruti Liberati. Tutto cominciò nel 2012 con l'ipotesi peggiore: turbativa d'asta per gli appalti che ruotavano intorno alla Piastra, cardine di Expo. Ai pm Pellic ano, Filippini e Polizzi non sfuggì certo «una deregulation dettata dall'emergenza, un arretramento della soglia della legittimità amministrativa». Ma, per la stessa ragione per cui Sala era stato nominato commissario straordinario dal governo, chiesero l'archiviazione: «i ritardi accumulati nell'assegnazione dei lavori avrebbero determinato la cancellazione dell'evento». Nel 2016 la procura generale «avocò per inerzia» tutti i faldoni; partì di nuovo con le ipotesi peggiori, ridimensionò di nuovo tutto, fin quando non rimase che questo processo per falso ideologico e materiale. Il falso riguardava due firme, che Sala ha riconosciuto come sue in aula: provvedevano alla sostituzione nella commissione aggiudicatrice del maxi appalto Piastra di due commissari (Acerbo e Molaioni) per una presunta incompatibilità con altri incarichi in Expo. I documenti, (cancellazione dei vecchi e subentro dei supplenti) sono datati 17 maggio 2012, ma le "pratiche", come accertato al computer, erano state scritte due settimane dopo, il 31 maggio. La retrodatazione era necessaria per rimanere nei termini: il 18 maggio le buste consegnavano la vittoria non prevista alla Mantovani spa con un ribasso del 41, 80%, sulla base d'asta di 261 milioni. Soltanto Sala - come amministratore delegato e commissario straordinario - poteva eliminare l'intoppo. Rifare le procedure a termini scaduti con buste già aperte, poteva significare la cancellazione di Expo. Sala firmò gli atti gli atti, verosimilmente di sera a casa sua. Il giorno dopo partì per partecipare a Roma alla festa della Repubblica e al ricevimento ai giardini del Quirinale, retto all'epoca da Giorgio Napolitano. Con queste urgenze, e per l'assenza di dolo, la procura ordinaria chiese l'archiviazione, visto che non era emersa nessuna turbativa d'asta. E da qui ricomincerà Scuto se, dopo i 90 giorni per il deposito delle motivazioni, indurrà davvero il suo cliente di rinunciare alla prescrizione. Sul filo di lana. Giuseppe Sala lascia il tribunale dopo la sentenza di ieri / Ansa IL FATTO Quei verbali retrodatati di 14 giorni Giuseppe Sala, all'epoca Ad e Commissario unico di Expo, era accusato di falso materiale e ideologico per aver retrodatato due verbali con cui, il 31 maggio 2012, furono sostituiti due componenti della commissione di gara, in quanto incompatibili, per assegnare il maxi appalto per la Piastra dei servizi di Expo. I verbali furono datati 14 giorni prima: il 17 maggio, giorno precedente alla prima riunione della commissione di gara, per evitare che la procedura venisse annullata.