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13/05/2020

«Concessioni, urgente un regolamento I porti non possono tollerare aree grigie»

Il Secolo XIX - Simone Gallotti

GIAN ENZO DUCI Il presidente nazionale di Federagenti: «Oggi più che mai c'è bisogno di certezze»
l'intervistaSimone Gallotti Burocrazia, ma non solo. L'emergenza Covid sta facendo emergere un Paese refrattario al cambiamento, dove interessi particolari prevalgono su quelli generali. Gian Enzo Duci, da 4 anni presidente nazionale degli agenti marittimi, da settimane monitora con apprensione un mercato colpito più di altri dagli effetti della pandemia.Lei avrebbe dovuto lasciare in questi giorni la presidenza, e invece?«In linea teorica sono "scaduto" l'8 maggio, ma il Covid-19 ha portato gli associati a prorogare tutte le cariche sino a fine anno». Facciamo finta che sia il giorno di fine mandato, quello in cui si fa un bilancio e si tolgono a ruota libera i sassolini dalle scarpe?«La prima considerazione è di metodo: a consuntivo i giudizi vanno dati sui risultati e non sulle promesse o sulle aspettative. La presidenza nazionale mi ha fornito una lezione: più ci si allontana dai territori e dai rapporti diretti, più le relazioni con i soggetti decisori tendono a scivolare dai fatti concreti alle parole».Ma cosa significa in termini di giudizio complessivo sulla portualità italiana?«Partirei da una visione controcorrente. In molti, io incluso, abbiamo negli ultimi anni indicato nella burocrazia l'ostacolo più coriaceo e insuperabile sulla strada dell'efficienza dei porti. Il punto rimane incontestabile, ma alcuni esempi in cui si è dimostrato come si possa piegare anche la burocrazia, stanno facendo emergere un secondo aspetto più deteriore della burocrazia stessa: quello del suo mutarsi, esattamente come fa un virus, in un alibi». E quindi anche contro la burocrazia si può vincere: ma chi ce la sta facendo?«I casi di Palermo, Trieste e recentemente Gioia Tauro sono la dimostrazione che approccio olistico alla normativa, capacità di pianificare, pragmatismo e coraggio possono superare molti ostacoli, a costo di essere disposti ad assumersi rischi calcolati. Il fatto che molti presidenti siano finiti nel tritacarne di inchieste giudiziarie, dimostra che di facile nella gestione di una cosa pubblica "prigioniera" di norme incerte, non ci sia nulla, ma è, altrettanto indubbio che se qualcuno ce la fa, gli altri debbano essere giudicati sulla base di quel benchmark».Ma lei sta spostando l'attenzione dalle norme alle persone?«Ho la sensazione che ripetere solo il mantra dei porti bloccati a causa dell'inserimento nell'elenco Istat delle amministrazioni pubbliche e dall'obbligo di applicazione del Codice degli Appalti, per quanto vero, stia diventando un modo per parzialmente autoassolversi e spostare la soluzione nel campo della politica più distante dal settore. Restando nel campo della politica "vicina", quella che si fa al ministero, mi chiedo, invece, perché, dopo 26 anni di attesa, non si riesca ad emanare il regolamento sulle concessioni previsto dalla riforma del 1994 che tutti, apparentemente, invocano». Si è dato una risposta?«Il sospetto che dietro al mancato varo di questo regolamento si celino interessi e connivenze è oggettivo. Senza un regolamento moderno, chiaro, basato su parametri predefiniti e comparabili su base nazionale, le modalità di attribuzione e revoca delle concessioni sono sostanzialmente soggettive e lasciano spazio a dinamiche di libero arbitrio a volte in aree grigie del rapporto fra pubblico e privato. La logica delle Repubbliche marinare fa comodo a qualcuno, ma non fa il bene del sistema Paese».E quindi che fare?«Si potrebbe tentare di completare la riforma Delrio e valutarla da pienamente applicata prima di affermare che abbia abortito i suoi risultati. Se non ci fosse la volontà di farlo, meglio far saltare il banco e mettere mano subito a una nuova riforma. Il caso Alitalia sta dimostrando che, nel settore dei trasporti, se c'è la volontà dei politici anche l'assurdo è possibile. Quello che io chiedo è che si palesi la volontà politica di fare anche ciò che è sensato». --© RIPRODUZIONE RISERVATA