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21/06/2020

Come velocizzare gli appalti pubblici

Il Messaggero

LETTERE
Le critiche contro la burocrazia sembrano montare, nelle ultime settimane, a vista d'occhio. Ai funzionari statali si imputa, in buona misura, di bloccare, con la loro cronica lentezza, lo sviluppo del Paese, favorendone, così, il declino. Sull'onda per altro di una depressione economica senza precedenti, il disappunto verso gli apparati amministrativi pubblici sembra ormai unire destra e sinistra, assieme a Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e agli altri settori produttivi. Le doglianze per altro sembrano rappresentare, in questa fase, un argomento quasi d'obbligo, oltre che un tema di facile propaganda politica. Confindustria soprattutto viene rivolgendo pressanti appelli al Governo, perché venga approntato un piano di semplificazioni delle procedure amministrative, che consenta la rapida ripresa dei lavori pubblici. Nel breve periodo, uno degli obiettivi dell'Associazione degli industriali sembra essere, verosimilmente, l'abrogazione, o, forse, la radicale modifica del codice dei contratti pubblici, ovvero del d.lgs. n.50 del 2016, all'origine, a quanto si legge, anche di estesi contenziosi amministrativi. A fronte tuttavia delle molte critiche, sembrano ancora mancare circostanziate proposte correttive ed è difficile infatti capire da dove occorra cominciare per promuovere la svolta delle Amministrazioni. Come risolvere, in primo luogo, il problema degli appalti pubblici, ove si registrano, come noto, ritardi spesso leggendari? Un esperto della materia Fabio Cintioli ha avanzato di recente una proposta, secondo me, di buon senso, che prevede il conferimento di maggiori poteri discrezionali in capo ai decisori statali. Si tratta infatti di velocizzare i processi decisionali, ma è facile prevedere che la proposta verrà bocciata in nome della concorrenza e della lotta alla corruzione. Che fare, dunque? Al momento, il Governo non sembra progettare un riassetto della macchina statale nella direzione apparentemente auspicata dalla Associazione degli industriali. Ha avviato però dei tavoli di concertazione, sul tema, ad esempio, della semplificazione, e, oltre a ciò, sembra spingere, per il tramite dell'Aran e dei sindacati, per l'introduzione nei pubblici uffici della figura del "manager " ( Il Messaggero dello scorso 11 giugno). Siffatta proposta, però, sembra a me troppo ambiziosa, sotto il profilo, anzitutto, delle abilità professionali richieste ai nuovi funzionari, ma essa, d'altra parte, appare anche troppo povera, sotto l'aspetto economico. Stando ai dati tabellari, riportati nell'articolo del Messaggero, alle nuove figure ad alta professionalità verrebbe corrisposto, se capisco bene, uno stipendio lordo annuo di circa 32 mila Euro, o giù di lì. Per un manager, si tratterebbe, mi sembra, di uno stipendio davvero modesto. L' Esecutivo dà comunque l'impressione di voler procedere, sia pure a piccoli passi, lungo la strada annunciata, ma non viene affrontata tuttavia la questione forse più spinosa, ovvero, la ricostruzione su basi nuove della dirigenza pubblica. Nel mio modesto giudizio, è urgente ripensare il ruolo della dirigenza, anche per imprimere una decisa accelerazione al lavoro dei quadri superiori e apicali dello Stato, che portano infatti qualche responsabilità, mi sembra, per la ormai ventennale stagnazione della produttività media del lavoro in ambito pubblico. Per altro, la proposta dell' Aran, nella materia dei manager, pare incontrare il sostegno degli alti dirigenti, che sembrano infatti salutare con favore il collocamento delle nuove figure professionali nei Ministeri, nei Tribunali e in altri settori sensibili, quasi che non spettasse alla dirigenza di svolgere anzitutto compiti manageriali. E' lecito perciò domandarsi quale sia oggi la funzione dei dirigenti pubblici, se essi trascurano, come sembra di capire, l'area del "management", che è poi l'ambito in cui si realizza tipicamente l'organizzazione del lavoro, un'attività, questa, di centrale importanza nell'economia degli uffici. Francesco Barbaro Roma