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19/05/2020

«Codice appalti? Un mostro modello Morandi e si parte»

Il Mattino

«Basta applicare le regole europee sono molto più rapide ed efficaci»
Nando Santonastaso
Sindaco Bucci, ormai parlare di miracolo per la ricostruzione del Ponte Morandi nella sua Genova a due anni quasi dalla tragedia non ha più senso. È piuttosto il modello di semplificazione burocratica a fare notizia e ad essere invocato da molti suoi colleghi.
«Nessun miracolo, infatti. Quello che è stato fatto risponde Marco Bucci, sindaco di centrodestra di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto è il frutto di ragioni specifiche, ben strutturate. E il fatto che ci sia gente che critica, dimostra che quel modello, usato peraltro in tutto il mondo, dall'Europa ai Paesi anglosassoni, è giusto».
La chiave è il ricorso al Codice degli appalti europei e non a quello italiano?
«Proprio così. Applichiamo l'articolo 32 della direttiva europea 2014/24/Ue che consente di fare le negoziazioni e quindi di decidere il migliore tra tutti i partecipanti. Chi sostiene perciò che non c'è stata una gara dice il falso: la gara c'è stata, una contrattazione cioè con i vari partecipanti, in un modello ben strutturato sia nella fase di scelta del progetto sia in quella esecutiva».
Ma rinunciare al Codice italiano ha sollevato dubbi giuridici e di trasparenza.
«Il Codice italiano è una cosa mostruosa, prevede una marea di controlli che sarebbero dovuti servire per tenere lontani i cattivi: in realtà, ha complicato e non poco la vita dei buoni e non so se è riuscito ad allontanare gli altri. Non ho trovato ad oggi una sola persona o un'azienda che mi dica che funziona. È tutto bloccato, i nostri appalti come Comune di Genova ormai li facciamo quasi sempre con le procedure integrate per evitare tre gare successive per un solo lavoro».
C'è chi teme però che i poteri dei sindaci diventerebbero eccessivi
«I poteri non sono mai troppi. Il problema sono i pochi risultati. Quando i poteri sono distribuiti e i risultati non vengono, vuol dire che c'è un modello che non funziona. Per questo io penso che il Paese debba unificarsi non sulla politica, che continuerà a dividerci sempre, ma sui progetti: sono loro il collante migliore del Paese. Sul ponte di Genova non si è discusso: si va avanti e si fa, anzi si è fatto».
Ma quanto ha pesato la coesione politica e soprattutto emotiva per il buon esito di questo modello?
«La coesione politica è nel Dna di Genova, fermo restando che essere allineati con il governo fa bene a noi e al governo stesso, a prescindere dal colore politico. Quando fai qualcosa di buono, se ne avvantaggiano tutti, al centro e nelle città. Poi c'è la questione emotiva, dovuta al crollo del ponte, alle vittime, ai danni: ma da essa è scaturita anche una fortissima voglia di riscatto che oggi è più importante, che va al di là cioè della tragedia. Pensi a quanto stato utile il coinvolgimento emotivo della città di Milano per Expo 2015: lo stesso è accaduto anche a Genova. Ora il livello emotivo è quello di far rinascere la città».
Oggi sono in tanti a chiedere per l'Italia dei cantieri bloccati e dell'economia a rischio di ripresa, l'estensione del modello Genova: si può fare?
«Assolutamente sì. Ne ho parlato con il presidente della Regione Liguria, Toti, e con lo stesso premier Conte: dobbiamo essere pronti gestire e far ripartire i progetti principali. C'è oggi, come nel 1932 o dopo ogni guerra o periodi di emergenza, l'assoluta necessità di investimenti pubblici, e non parlo solo sulle infrastrutture che pure sono prioritarie. Per l'Italia vuol dire uscire da questa emergenza più forte di prima e conquistare nuova credibilità internazionale. I soldi ce li garantisce l'Europa, ci è stata data la possibilità di fare altro debito: adesso bisogna far partire le cose. Ogni città deve progettare per il futuro, so che anche altri sindaci ci stanno lavorando. Si ricorda di Rudolph Giuliani?».
Certo, l'ex sindaco di New York
«Ecco, lui diceva che una città senza cantieri è una città destinata a morire. L'Italia ha bisogno di cantieri continui ma non nel senso che un progetto non finisce mai. Ce ne deve essere sempre uno dopo l'altro. Io ho progettato la Genova 2030, lo stesso dovrebbe accadere per il Paese, una sorta di Italia 2030, iniziando però a lavorarci cioè da adesso».
Ma la difesa ad oltranza delle regole della burocrazia in Italia è un partito trasversale alla politica, e non solo. Sembra una lotta impari, come se ne esce?
«Per la verità c'era anche quando abbiamo fatto il decreto per Genova. E ci sarà probabilmente anche dopo. Ma quello che conta è andare avanti. Certo, bisogna assumersi grandi responsabilità, entra in gioco la capacità di leadership di tutti gli attori, ad esempio, con la consapevolezza che se va male te ne torni a casa. È una regola che vale per il top management delle aziende, perché non dovrebbe valere anche per la Pubblica amministrazione?».
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