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25/09/2020

Clan Capriati senza freni «Una morsa alle imprese»

La Gazzetta Del Mezzogiorno - GIOVANNI LONGO

IBARI CITTÀ CRIMINALITÀ LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA «PER ANNI LE MANI SUL PORTO» Il Tribunale: «Pregressa consistente presenza all'interno dell'area di ausiliari alla vigilanza e personale contigui al gruppo»
Il giudice: «Inquinamento dell'economia locale con metodi mafiosi»
l «Filippo Capriati, tornato libero dopo una lunga detenzione, ha creato intorno a sé un gruppo criminale a compagine allargata e diffusività capillare sul territorio, gestendo un ' ampia gamma di affari illeciti e inquinando l ' economia locale». È uno dei passaggi delle motivazioni, appena depositate, della sentenza con la quale il gup del Tribunale Bari Antonella Cafagna, lo scorso gennaio, ha condannato 24 imputati a pene comprese tra i 20 anni e i 4 mesi. Il processo in abbreviato concluso in primo grado è quello sugli affari illeciti del clan Capriati che negli anni 2014-2017 stava provando a rinascere dalle sue ceneri. A raccogliere l ' eredità lasciata dal capostipite Antonio Capriati, sarebbe stato suo nipote Filippo, condannato a 20 anni. L ' inchiesta, sfociata nell ' apri le 2018 in 18 arresti, stroncò questo tentativo. Il giudice in sentenza parla di una vera e propria «morsa stretta alle imprese con la riscossione coattiva del denaro, il prelievo gratuito di merci, ovvero la turbativa nelle forniture che inducevano invariabilmente l ' effetto, da un lato di soffocare le aziende sugli assetti patrimoniali delle stesse, dall ' altro di dare luogo a gravi alterazioni del regime concorrenziale del mercato». Il tutto perseguito con «metodi mafiosi». Dalle motivazioni emerge chiaramente il legame familistico dello storico clan barese. «Il fatto che i Capriati siano sempre stati stabilmente insediati a Bari vecchia come rinomata famiglia criminale - si legge ancora - è il fattore che nel tempo ha alimentato e consolidato quella capacità d ' intimi dazione e di controllo dell ' ambiente sociale circostante che costituisce l ' elemento veramente qualificante dell ' associazione di tipo mafioso». Tra le accuse contestate a vario titolo, associazione mafiosa, traffico e spaccio di droga, porto e detenzione di armi, estorsioni aggravate dal metodo mafioso. Il gruppo capeggiato da Filippo Capriati, stando alle indagini condotte dagli agenti della Squadra Mobile coordinati prima dal pm antimafia Isabella Ginefra, poi dal pm antimafia Fabio Buquicchio, spaziava dalla droga alle armi; dall ' acquisto di merci imposte ai commercianti del quartiere Carrassi (in particolare del mercato di Santa Scolastica) e agli ambulanti della Festa di San Nicola, sino, al «controllo del servizio di assistenza e regolazione del traffico veicolare, connesso ai traffici e alle operazioni portuali all ' interno del porto di Bari». Le indagini, ricordiamo, sono partite proprio da qui, dalle frequenti visite di Filippo Capriati nello scalo barese, spesso in sella a una bicicletta. Secondo l ' accusa, il porto era «divenuto una " per tinenza " del borgo antico» controllato dai Capriati, usato anche come base logistica. Scrive tra l ' altro il Tribunale: «La famiglia Capriati, per il tramite dell ' odierno imputato Filippo» si è «prepotentemente infiltrata, mediante una significativa ingerenza nelle politiche del personale di tutte le aziende che si sono succedute nella gestione dell ' appalto per la sicurezza e la viabilità in zona portuale, nei gangli di tale attività economica di importanza strategica, da un lato per ritrarne risorse utili al sostentamento del gruppo, e, in primi, dei suoi esponenti (...) e, dall ' altro per trarre innegabili benefici dal potere usufruire dell ' area deputata ai servizi come base di traffici illeciti di varia natura potendo fare leva sulla compiacenza del personale di comodo fatto assumere o comunque intraneo, contiguo o legati da vincoli di parentela o affinità alla famiglia mafiosa in questione». Ma il Tribunale fa dei distinguo. E ricorda come il personale «era stato assorbito (per effetto di apposita convenzione sindacale)» dalla Cooperativa Ariete, parte lesa e costituita parte civile nel processo, «subentrata alla Multiservizi Portuali Scrl nel servizio di assistenza e regolazione del traffico veicolare connesso ai traffici e alle operazioni portuali, in virtù di contratto di appalto con decorrenza dall ' 11 aprile 2011». Il clan Capriati, sotto la nuova guida di Filippo, ha potuto contare «sulla pregressa consistente presenza all ' interno dell ' area portuale di ausiliari alla vigilanza e personale apicale già in posizione di intraneità o contiguità al contesto criminoso di riferimento». Una presenza che, dicono i pentiti, «era stata procurata ancor prima della successione nell ' appalto della Ariete». Insomma, la presenza di alcuni lavoratori pregiudicati «contigui al clan» risaliva agli anni Duemila. Il giudice aveva riconosciuto il risarcimento nei confronti delle parti civili Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale-Adsp Mam, ministero dell ' Interno, Agenzia delle Entrate e Associazione Antiracket Puglia, rigettando analoga richiesta avanzata dalla Cooperativa Ariete che gestiva alcuni servizi all ' interno del porto e nella quale lavoravano alcuni imputati nel processo ordinario. Dalle motivazioni emerge come la ragione sia di natura «tecnico-civilistica». L ' azienda aveva avviato le procedure per recidere i rapporti con alcuni suoi dipendenti, arrivando ai licenziamenti delle persone coinvolte nell ' inchiesta. E nel processo aveva chiesto i danni lamentati causati dall ' impatto sull ' opinione pubblica dell ' intera vicenda. Per il giudice, sussiste un «difetto del necessario nesso di causalità» tra i reati per cui Ariete si è costituita parte civile e il danno «che si ricollega in via indiretta e soltanto mediata» al «clamore mediatico suscitato dalla notizia». Un danno indiretto, dunque. Di qui il «no» al risarcimento danni stabilito dal giudice penale. Intanto Ariete è anche parte civile nel processo parallelo che si sta svolgendo con rito ordinario. La cooperativa chiede i danni a tre ex dipendenti tra cui Sabino Capriati, figlio di Filippo, accusati di falso e truffa ai danni di Ariete, in relazione sostanzialmente all ' assenteismo, ovvero le ore retribuite dalla Cooperativa ma non lavorate e che per questo sarebbe stata raggirata.

Foto: GLI AFFARI DEL CLAN CAPRIATI A sinistra un momento il blitz della Polizia nel 2018 In alto, il porto visto dall ' alto. Nel mirino, la presenza di alcuni lavoratori pregiudicati «contigui al clan» che risale agli anni Duemila


Foto: L ' INCHIESTA


Foto: Nel mirino della Squadra mobile finirono in 24 tra cui Filippo Capriati nipote del boss Antonio