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01/10/2018

Chiosa cresce

Il Tempo - Vincenzo Scotti

In questi giorni si è discusso molto su un punto cruciale del documento di programmazione finanziaria e specificamente del deficit di bilancio nei prossimi tre anni. Per un momento vorrei mettere da parte questa questione e fare qualche considerazione sul perché non riusciamo ad aggredire il debito (...) segue ^ a pagina 6 segue dalla prima pagina (...) attraverso la strada maestra dello sviluppo come fa ogni serio debitore quando si trova stretto dal peso dei debiti. Dal 2008 sentiamo ripetere questo ritornello sulla necessità dello sviluppo e invocare la crescita degli investimenti pubblici e privati. Ma dopo il rituale omaggio si è constatata l'impossibilità di farlo si è ritornati esclusivamente all'abominevole rigore: ridurre cioè la spesa pubblica e aumentare le tasse per rispettare gli impegni per gli europei. Il taglio si indirizza dove è più facile e di norma la spesa più necessaria per lo sviluppo. Ma è proprio impossibile uscire dalla tenaglia che condanna l'Italia a un grande debito e una bassa crescita? A questa tenaglia non può sfuggire l'attuale governo chiamato dal voto dei cittadini a cambiare passando da un rigore cieco del taglio per il taglio a un rigore intelligente per liberare risorse per investimenti strategici. In questi anni molti consulenti del governo hanno presentato elenchi di tagli che non tenevano conto che un taglio di spesa richiede un cambiamento delle istituzioni che generano spesa e nei procedimenti amministrativi che ne sono conseguenza. Si pensi ad esempio alla sanità. Così mentre venivano proposti tagli a sprechi e inefficienze gravi i governi su un altro tavolo hanno provveduto a rendere ancora più complicato la catena del governare con accrescimento della spesa e della sua inefficienza. Basti ricordare la vicenda della riforma del titolo Quinto della Costituzione, il confuso federalismo fiscale, la ridicola "cancellazione" delle provincie, il principio della competenza concorrente fino al codice degli appalti con vincoli paralizzanti partendo dalla convinzione che la discrezione è corruzione. È legittimo ed anche utile chiedere oggi al governo del cambiamento di avere coraggio nella lotta agli sprechi ma bisogna avere l'onestà intellettuale nel riconoscere che il caos istituzionale fatto con le stravaganti riforme ricordate prima rendono quasiimpossibile tagliare con effetti c o n c r e t i . Non voglio aggiungere una parola sulla selva di concessioni pubbliche e di società miste perché gli sprechi sono una montagna di euro. Oggi autorevoli soloni dissertano sulla impossibilità di attuare un sano e controllabile reddito di cittadinanza perché non ci sono capaci centri per l'impiego e una anagrafe dei cittadini che ricevono sussidi da amministrazioni pubbliche a vario titolo. Splendide scoperte ma non abbiamo sentito nel passato della seconda repubblica roboanti legislazioni in materia, o è solo un modo per dire ancora una volta che il cambiamento non si può fare. Con gli straordinari strumenti informatici i tanti istituti di ricerca statistica di previdenza o di assistenza avrebbero potuto poco di tempo consegnare a un governo del cambiamento una anagrafe su cui costruire bene il reddito di cittadinanza. Oggi non ci si può appellare a queste carenze per dire non se ne può far niente e mostrare in televisione le splendide realtà per i giovani dell'Olanda e della Germania. Quando si vuole cambiare veramente bisogna anche investire. Ma venendo al tema degli investimenti pubblici e privati cioè alla questione centrale di una politica di sviluppo vi sono alcune domande da porci. Innanzitutto sono tanti anni che non c'è programmazione (non studi accademici) per le infrastrutture fondamentali materiali e immateriali che devono stimolare e accompagnare lo sviluppo produttivo. Oggi la crisi delle imprese collegate agli investimenti pubblici è pesantissima. Certamente si può ricordare tutto questo al governo del cambiamento, ma è bene che tutte queste carenze, prima delle quali il frantumarsi delle competenze tra le amministrazioni pubbliche di livello diverso e le scarse competenze tecniche degli apparati pubblici dopo una carenza di ricerca e di formazione dei pubblici funzionari non consentono anche di utilizzare le risorse stanziate giacenti. Eppure senza una chiarezza sulla ricollocazione del nostro sistema produttivo rispetto alla geo-economia globale invocata alcuni anni dal Governatore della Banca d'Italia nella sua relazione annuale, non credo possiamo andare avanti anche per capire il nostro interesse nazionale nel sostenere e proteggere le nostre produzioni strategiche. Paesi a noi confinanti ci potrebbero insegnare qualcosa. Un piccolo esempio riferito ad una filiera fondamentale della sicurezza informatica quella che chiamiamo cyber security. Il nostro tallone d'Achille sta a monte nel collegamento tra ricerca, università, impresa e alla fine innovazione. In Europa sono molto chiare le strategie delle altre nostre vicine e della loro influenza sulle scelte comuni. Una strategia è fondamentale per attrarre ricercatori, per attirare investimenti e non semplici acquisizione di pacchetti azionari di industrie del made in Italy o di industrie del futuro già presenti in Italia come è avvenuto in Italia in settori chiave. Io penso che questi siano i nodi veri per poter affrontare il debito con una diversa strategia già sperimentata e fallita: il debito è cresciuto e il reddito è diminuito. Il dibattito sulle virgole ha senso se continuiamo a non avere una concreta strategia di crescita. Come si può crescere senza ricerca o soldi sprecati per inutili ricerche, senza avere strategie di trasferimento di ricerche e quindi senza innovazione, senza aiutare sul serio i giovani e le loro start up? E non dimentichiamo il nodo del credito, guardiamo cosa fa la Francia con la sua Banca di depositi e prestiti. Una cosa non è consentita oggi se non si vuole fare crescere quello che viene descritto a tinte fosche come populismo;continuare a ignorare le condizioni reali del paese che ha bisogno di chiarezza non sui decimali ma sulla crescita che è la sola a poter garantire veramente il rimborso dei prestiti e il ritorno degli investimenti, anche europei. I passati esponenti della politica di questi ultimi ventiquattro anni hanno di che riflettere e non svegliarsi ora e trovare i barbari e gli incompetenti. Vincenzo Scotti

Foto: Giovanni Tria Il ministro dell'Economia del governo giallo-verde

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