scarica l'app Telemat
MENU
Chiudi
16/04/2021

CHI VUOLE PUNTARE SULL’ITALIA?

Business People - ALBERTO TUNDO

ECONOMIE
Per una volta, quello che in gergo si chiama sentiment, è positivo nei confronti dell'Italia. Non si sta parlando del mercato dei titoli di Stato, ma è comunque segno che c'è voglia di investire sul e nel Belpaese. Più precisamente, nel suo sistema infrastnitturale, che è un problema drammaticamente urgente. Questo interesse è certificato da un report di Ernst&Young, 'EY Infrastructure Barometer, frutto di una serie di interviste condotte tra gli executive di grandi aziende e corporation, fondi di investimento e di private equity. Numeri freddi, ma che aiutano a capire come pensino di orientarsi gli investitori. E così si scopre che il 44% del campione sentito affermava di essere propenso a investire sulle infrastrutture italiane nel corso dei successivi 12 mesi, prevalentemente sui segmenti più maturi come autostrade, ferrovie e fonti rinnovabili. Ma non mancano anche diverse ombre. Per il 79% degli intervistati, il principale fattore di dissuasione è l'incertezza politica e regolatoria, senza dimenticare la farraginosità burocratica che impressiona negativamente il 68% dei rispondenti. Il momento, però, è favorevole. Governi e banche centrali hanno capito che ricapitalizzare le banche non basta, ma bisogna rianimare la domanda, cioè iniettare risorse nell'economia reale, e quello delle infrastrutture è uno dei settori con il moltiplicatore keynesiano più alto: per ogni euro investito, se ne generano 2,5 di Pil. Secondo le analisi di EY, tra pubblico e privato, nei prossimi cinque anni gli investimenti infrastrutturali saranno compresi tra i 150 e i 200 miliardi di euro. Basteranno per colmare il gap infrastnitturale? Non è detto, perché non è solo una questione di risorse. «È un falso mito che in Italia spendiamo poco in infrastrutture ed è la conclusione alla quale siamo arrivati dopo analisi abbastanza complesse», spiega Marco Daviddi, Strategy and Transaction Manager Partner di EY. Il riferimento è ai dati presentati dalla società in occasione del Ca43 pri Digital Summit dello scorso ottobre, secondo i quali - tra il 2014 e il 2019 - gli investimenti del settore pubblico in infrastrutture si sono mantenuti annualmente su qualcosa in più del 2% del Pil, non discostandosi troppo dalla media europea (2,9%). A far la differenza è il contributo del settore privato, che è risultato essere inferiore di quasi il 4% rispetto a Paesi come Francia e Germania. A frenarlo, contribuirebbe la legislazione italiana. Daviddi, tra gli autori del report, inquadra meglio la questione. «L'Italia ha professionalità ed expertise di alto livello nella fase di ideazione e progettazione delle infrastrutture. Poi però c'è un collo di bottiglia che è rappresentato da tutte quelle che attività che servono nel passaggio dal progetto alla sua realizzazione. Su questo si dovrebbe intervenire da un punto di vista legislativo. Per esempio, un problema è l'estrema frammentazione delle stazioni appaltanti del nostro Paese, che sono oltre 30 mila. Non tutte dispongono delle figure professionali che servono per fare un lavoro del genere», ragiona il manager. Se queste figure mancano, è perché nella pubblica amministrazione non c'è stato ricambio generazionale. Il motivo è il blocco del turnover, causato da politiche di bilancio più che restrittive. «L'età media del personale della PA è ben oltre i 50 anni, mentre la percentuale di under 35 è pari al 2% a fronte di una media Ocse del 18%. Gli over 55 sono il 46% del totale contro la media Ocse del 24%. È vero che un personale più anziano è anche tendenzialmente più esperto, però è inevitabile che abbia anche una minor propensione all'innovazione, all'uso del digitale, all'integrazione di nuove tecnologie nei processi, elementi che possono portare a uno snellimento delle fasi procedurali e a una riduzione dei tempi». L'austerity non ha avuto un impatto solo sulla PA. Se a monte, infatti, ha provocato una sistematica riduzione degli investimenti, ha anche avuto una serie di altri effetti a valle; per esempio la fuga dalla firma da parte degli amministratori pubblici, terrorizzati dall'idea che la Corte dei Conti possa chiamarli a rispondere dello sforamento di bilancio o, per aggirare quest'ultimo limite, l'utilizzo improprio della partnership pubblico-privato. «Le autrici segnalano anche il rischio che spesso, più che utilizzare know how e capacità progettuali del settore privato, le pubbliche amministrazioni cerchino di ottenere dal privato l'anticipo delle spese di costruzione, con l'obiettivo di arginare i limiti posti dall'ordinamento all'indebitamento degli enti pubblici». Così scriveva Daniele Franco, l'attuale ministro dell'Economia, nella premessa di un poderoso volume di oltre 700 pagine dedicato dalla Banca d'Italia alla questione infrastrutture, pubblicato nel 2011. «Sia la spesa pubblica sia quella privata in ambito infrastrutturale si sono sempre concentrate sulle aree tradizionali e molto meno sulla componente a maggior contenuto tecnologico. Oggi, però, un tema come quello della rete unica come infrastruttura di connessione digitale sta diventando importante. In casi come questi, c'è un ampio spazio di intervento per i privati, che sono frenati da una legislazione sul Project Financing piuttosto complessa», spiega ancora Daviddi. Servirebbe, quindi, una revisione delle leggi che regolano le partnership pubblico-privato. La legge italiana, per esempio, non consente di proporre un'opera a un soggetto che non ne sia anche il costruttore e il gestore e questo è un ostacolo che altrove non esiste. Infine, spesso ci si è dimenticati che per costruire un'infrastruttura impattante prima bisogna costruire consenso attorno a essa, altrimenti diventano inevitabili fenomeni come il Not in My Backyard e Not in My Terra of Office, che si sono tradotti in un rifiuto da parte delle popolazioni o dei politici locali di progetti che comportassero costi ambientali o reputazionali. Sbloccare i cantieri potrebbe contribuire a sbloccare il Paese ma, per una volta, non è questione di soldi. D

Andrebbero riviste le leggi che regolano le partnership pubblicoprivati


Tempi biblici e burocrazia Possiamo quantificare il ritardo infrastrutturale italiano? Il nostro gap rispetto ad altri Paesi europei ha superato gli 80 miliardi di euro e lo abbiamo accumulato negli ultimi 10/15 anni. Più o meno dal 2005, come Ance abbiamo registrato un calo continuo degli investimenti in infrastrutture da parte dello Stato, ma dal 2008 la situazione è peggiorata. Prima di quella recessione, l'investimento nel mondo delle costruzioni ammontava a circa 180 miliardi. L'anno scorso è stato di 113. Una delle cause di questo brusco calo sono i tempi biblici dell'Italia nella realizzazione delle opere: un ostacolo alla crescita del Paese, perché senza infrastrutture non c'è crescita economica e non c'è sviluppo. Si potrebbe osservare che l'Italia ha anche un tasso del consumo di suolo preoccupante. Possibile che il nostro modello di sviluppo debba essere ancora legato al cemento? Le infrastrutture non sono sinonimo di cementificazione del territorio. Oggi abbiamo tecnologie che ci consentono di costruire infrastrutture e immobili sostenibili. Per noi, la sostenibilità non è solo un valore ma anche un obiettivo che ci siamo prefissati. Mentre fino a poco tempo fa il ruolo del nostro settore su questo tema non era riconosciuto, oggi anche l'Ue
Gabriele Buia, presidente Ance, spiega le ragioni del ritardo italiano ha sottolineato la centralità della riqualificazione edilizia per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. Ecco perché sarebbe necessario approvare tutti quegli interventi legislativi che diano la possibilità di costruire in sostenibilità e realizzare un progetto di rigenerazione delle nostre città. Rigenerazione che in Italia è Impedita da norme che risalgono agli anni 70 e che non aiutano a limitare Il consumo del suolo. In altri Paesi europei demolire e ricostruire non è più un tabù. La priorità del nostro legislatore è invece mettere in atto norme di ulteriore tutela di tutto il patrimonio che non distinguono tra edifici storici e artistici, che vanno protetti, o palazzi postbellici energivori e a rischio sismico. Purtroppo, la cronaca ci racconta che vale ¡1 binomio grandi opere, grande corruzione. Nessuno vuole giustificare il malaffare, ma è chiaro che molto spesso è proprio l'eccesso di burocrazia a incentivare certe pratiche, come ha sottolineato anche il presidente Draghi nel suo intervento alla Camera. Non vogliamo scorciatoie né deregulation degli appalti di gara, chiediamo invece delle regole certe, chiare e di semplice applicazione e procedure che premino il migliore nell'ambito di una trasparenza totale. Ma oggi è difficoltoso perfino per la PA applicare le regole del codice. Anche gli avvocati faticano a interpretarle, s'immagini un ingegnere o un architetto. Torniamo al ritardo infrastrutturale: da cosa dipende? Direi dai tempi biblici. Ci possono volere fino a 15 anni per un'opera infrastrutturale superiore ai 100 milioni e dai quattro ai cinque per una con un importo inferiore al milione di euro. Il 70% delle volte questo ritardo dipende dalle procedure a monte delle gare. Stiamo parlando dell'iter burocratico legato al trasferimento delle risorse stanziate con legge di bilancio. Quasi tre anni ci sono voluti per l'approvazione del contratto di programma RFI-Anas che ha tenuto bloccati miliardi di euro di investimenti. Poi bisogna attendere tutte le autorizzazioni necessarie, con sovrapposizione di competenze e autorità di diversi ministeri ed enti territoriali di diverso livello. L'ultima versione del Recovery Pian del governo Conte prevedeva 27/28 miliardi di opere infrastrutturali prioritarie e di queste, le prime dieci, per un valore di circa 14 miliardi, sono opere comprese nella legge obiettivo del 2001. Quante volte si è letto o sentito dire che un'opera è partita. Spesso però sono solo annunci. In Italia mancano i progettisti? Sì, e non solo loro. Questo è il risultato di anni di blocco del turnover che ha impedito il ricambio generazionale e l'ingresso nella PA di nuove risorse e nuove professionalità. Le grandi stazioni appaltanti come Anas hanno bisogno di tecnici e ingegneri per proseguire i cantieri. Non bisogna credere che l'Italia stia spingendo molto sulle opere solo perché ci sono i bandi: i bandi non vogliono dire aggiudicazione e l'aggiudicazione non vuol dire cantiere.
Infrastrutture e rinnovamento urbano La parola a Pietro Perelli-Rocco, Ceo di Perelli Consulting Al tema delle infrastrutture si ricollega quello del rinnovamento urbano, e a legarli non è solo un nesso concettuale e astratto ma anche uno economico e concreto, come spiega Pietro Perelli-Rocco, azionista, fondatore e Ceo di Perelli Consulting, società leader nel Project e Construction Management specializzata in progetti real-estate di alto profilo, fondata dopo che con Hines Italia era stato il Project Director dietro la riqualificazione di Porta Nuova a Milano. «Sìa le infrastrutture che il real estate di qualità sono Indubbiamente degli importantissimi fattori di competitività per le nostre città e per il nostro Paese. Nel progetto di Porta Nuova a Milano abbiamo sin da subito compreso come fosse fondamentale integrare e coordinare urbanistica ed infrastrutture. Abbiamo, quindi, sviluppato oltre 600 mila mq di Immobili di elevati standard In modo totalmente integrato con una fitta rete infrastrutturale di piste ciclabili, spazi pubblici e pedonali di grande qualità urbana, servizi e spazi culturali come Piazza Aulenti e il Parco Biblioteca degli Alberi, e con un nuovo e potenziato sistema di trasporto pubblico locale, nazionale ed Internazionale. Mi riferisco alla nuova linea 5, costruita insieme alla componente immobiliare, nonché lAlta Velocità che collega Stazione Garibaldi/Porta Nuova con Parigi, Roma, Firenze, Bologna, Torino, con tempi di percorrenza drasticamente ridotti e conseguente significativo ampliamento dei bacini d'utenza di riferimento. Con una visione del genere siamo riusciti ad attrarre investimenti per 2,5 miliardi di euro da numerosi investitori nazionali ed internazionali, nonché una gran quantità di affittuari e utenti di primario standing che hanno scelto di trasferirsi o consolidarsi a Milano, concentrando qui i loro investimenti e le loro migliori risorse»
DIAMO I NUMERI 1 1 0 m l d d i e La spesa italiana in infrastrutture nel 2014 1 3 3 m l d di € La spesa italiana in infrastrutture nel 2019: circa il 2% del Pil Spesa pubblica in infrastrutture nel quinquennio 2014-2019 (media europea 2,9%) 4 , 5 % - 5 , 5 % del Pil Spesa privata in infrastrutture tra il 2014 e II 2019 (Germania e Spagna 7%, Francia 8%)

Foto: businesspeople.it