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23/07/2020

CHI VINCE, CHI PERDE SUL RECOVERY FUND

Messaggero Veneto - Giovanni Bellarosa

La trattativa sul recovery fund, dopo aver lasciato con il fiato sospeso per giorni gli osservatori per gli esiti altalenanti, si è finalmente conclusa. Non sono tuttora noti molti particolari e dettagli, ma alcuni punti possono essere analizzati. In primo luogo va ribadito che si è trattato di fare sintesi tra posizioni inizialmente lontane e differenti il che consente di dire che i risultati ottenuti dal presidente Conte non possono fondatamente essere ignorati o sminuiti come spesso avviene in politica a causa di opposizioni inutilmente preconcette. I punti a nostro favore sono qualificanti e salvo sorprese consentono di parlare di successo italiano, non totale è ovvio ma utile e positivo, questo sì. Un aspetto singolare, anch'esso interessante è l'endorsement che recentemente è venuto da uno dei partiti italiani cosiddetti sovranisti il che potrebbe far pensare all'apertura di una nuova stagione anche all'interno dei nostri Palazzi in nome di quell'interesse nazionale, in questo caso richiamato da entrambe le parti, che non corrisponde a sovranismo o a retorica ma sintetizza i valori ed i principi della Costituzione. Ancora una volta, poi, la politica, anche sullo scenario europeo, ci ha lasciato sorpresi, ed è questa la ragione che attira l'interesse e le speranze su di essa, nonostante la pervasività ed il troppo protagonismo dei suoi attori: le maggiori resistenze a Bruxelles sono venute, inopinatamente, dai Governi dei Paesi del nord retti da maggioranze affini a quella del Governo italiano e per converso Viktor Orban, primo ministro dell'Ungheria e paladino del sovranismo, si è schierato a nostro favore. Misteri! Una delle riflessioni che viene all'attenzione è che tuttora la differenza tra Olanda ed Italia rispecchia una diversa filosofia e visione dell'Unione Europea. Per la prima e per molti paesi a essa affini l' appartenenza all'Unione si regge sull'interesse ai commerci ed alla libertà degli scambi; per l'Italia e per i grandi paesi manifatturieri prevale invece una visione più profonda, quella di dar vita attraverso l'Unione a una economia forte e unita per occupare una posizione da protagonisti sui mercati internazionali ed avvantaggiare le proprie produzioni. È forse questa la ragione per la quale paesi come l'Olanda hanno difficoltà a capire che dalla crisi, che non è solo italiana, si esce investendo e magari rischiando molte risorse per tornare a produrre, creare più lavoro, aumentare il Pil.La via dei commerci o, sia consentito, delle furbizie fiscali non consentirebbe di raggiungere uguali risultati. La diversità di visione non è quindi solo un problema di morigeratezza e difesa del risparmio sino alla misoginia ma risponde ad una diversa cultura di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico perché i paesi minori e più piccoli come l'Olanda non possono pretendere di far prevalere la loro visione riduttiva. cosa pensa di noi la merkelNon per nulla, in questo confronto il nostro migliore alleato è stata la Germania della cancelliera Merkel che non ci stima né è mossa da intenti umanitari ma che teme che il precipitare dell'Italia comprometta l'intera Unione. E al riguardo è bene anche non dimenticare che, pur essendo ora tra i paesi o il paese maggiormente beneficiario del Next Generation Eu, delle svariate decine di miliardi che dovrebbero pervenirci, solo una parte, minimale, sarebbe frutto della solidarietà comunitaria mentre la fetta maggiore è costituita dagli stessi fondi versati dall'Italia. Si tratta cioè di una partita di giro dei nostri conferimenti alla Comunità. Da sempre infatti noi siamo contribuenti netti, cioè diamo all' Unione ben più di quanto si riceva. Ora diventeremmo, in parte e temporaneamente, percettori attivi e ciò a ristoro dei maggiori danni subiti con la pandemia. Del resto la nostra vera ancora di salvezza comunitaria, è la Banca europea, la Bce, che acquista costantemente miliardi del nostro debito pubblico, per il quale però paghiamo gli interessi dovuti, grazie alla politica finanziaria promossa dall' allora governatore Mario Draghi.Per completare il quadro resta il capitolo delle riforme che ci vengono chieste. Si dovrebbe incominciare, per di più senza oneri, semplificando leggi e procedure, rivoluzionando il nostro folle codice degli appalti, contenendo le velleità espansioniste dell'Anac, dando sicurezza e dinamicità al lavoro pubblico, sollevandolo dal peso paralizzante della Corte dei conti incline ad applicazioni eccessive e meramente punitive del danno erariale, nonché da quello della magistratura ordinaria attraverso la ridefinizione più chiara e circoscritta dell'abuso d'ufficio.Molto opportunamente il Governo è intervenuto decisamente su queste distorsioni con l'ultimo decreto legge, così limitando i poteri delle magistrature sulla azione amministrativa. Per converso non giovano a recuperare credibilità internazionale le scelte di prorogare l'agonia di Alitalia, come pure il reddito di cittadinanza e quota cento o i contributi per cicli e monapattini con i quali si pensa, erroneamente, di accontentare la propria clientela o qualche Ministro malato di demagogia green. Un buon esempio invece sembra essere, se andrà a buon fine, il recupero del controllo pubblico sulla rete autostradale. Infatti, molte privatizzazioni del passato sono state deleterie perché l'imprenditoria privata non è affatto e per definizione, più efficiente e capace. Lo confermano le performance registrate da imprese "pubbliche" come quelle in campo energetico o manifatturiero (Fincantieri). Per converso la gestione privatistica della più grande infrastruttura nazionale ed i tanti tavoli di crisi su aziende portate alla decozione da imprenditori privati hanno reso più grave la crisi spesso lasciando problemi sociali irrisolti. Ancora una volta quindi ci presentiamo all'Europa con luci ed ombre. La prossima sfida, ancora più impegnativa della precedente, sarà quella di spendere bene e senza ritardi e rinvii le risorse di cui ora disponiamo, dal sostegno garantito dalla Bce sino all'ultimo dei fondi comunitari. Come sempre dipenderà dalla politica per la quale però si impone una grande riforma che consiste nel contrapporsi e nell'apparire di meno e, al contrario, nel fare o meglio ancora nel trovare le intese e le sinergie che sin qui sono mancate.