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28/05/2020

C’è un solo modo per far ripartire i cantieri edili

La Stampa

LETTERE ALLA REDAZIONE
Per velocizzare gli appalti e far ripartire i cantieri edili non v'è che un modo: fare un bel falò di buona parte delle leggi emanate dalla seconda (terza e quarta) Repubblica, e tornare ai precedenti testi normativi, forse datati, ma esemplari nella loro chiarezza. Mi riferisco, per esempio, alla Legge n. 2248 del 1865 (Legge opere pubbliche) e al regio decreto n. 350 del 1895 (regolamento opere pubbliche). Un imprenditore edile «vecchio stampo»" vi potrà confermare che nel loro ambiente questi testi erano la «Bibbia». Tutto questo impianto normativo, per varie ragioni politiche, è andato in crisi a partire dalla metà degli anni '90 (post tangentopoli). La legge dei Lavori pubblici è stata «asfaltata» prima dalla «legge quadro» (1994), poi dal nuovo regolamento Merloni (1999), fino al famigerato Codice degli appalti del 2016 voluto dal governo Renzi: un testo incomprensibile, paranoico, fuori contesto, che ha bloccato tutti i cantieri. Per sapere se dietro un'impresa c'è la mafia non serve l'Anac (Autorità nazionale anticorruzione), ennesima istituzione burocratica e distante; sono sufficienti le procure della Repubblica e le forze dell'ordine locali (Carabinieri, Guardia di Finanza). Cambiando settore, la riscossione dei tributi, il mio giudizio non cambia. Il regio decreto n. 639 del 1910 (procedura coattiva per la riscossione delle entrate patrimoniali dello Stato e degli altri enti pubblici), come tanti altri testi del passato, era una norma limpida e scritta bene; tanto è vero che è sopravvissuta alla riforma tributaria del 1972. Sulla riforma della riscossione si è abbattuto prima il federalismo amministrativo, poi il decreto «Milleproroghe», quindi il periodo delle rottamazioni e saldi&stralci, infine la legge n. 160/2019 (bilancio 2020). Torniamo alle leggi del periodo giolittiano finché siamo ancora in tempo. STEFANO MASINO GEOMETRA, ASTI