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14/09/2018

Caos buoni pasto, la società fallisce Conto da 2 milioni per 750 esercenti

Eco di Bergamo - Sergio Cotti

Il caso «Qui Group» La vertenza il 20 settembre sarà sul tavolo del ministro dello Sviluppo economico L'allarme dell'Ascom: «Situazioni di crediti insoluti fino a 7-8 mila euro». Ticket sostituiti per i dipendenti Pa
Un'azienda in fallimento, che ha lasciato per strada debiti per decine di milioni di euro, di cui circa un paio in provincia di Bergamo, quasi tutti sulle spalle di bar, ristoranti e negozi di alimentari, che fino a qualche settimana fa hanno continuato ad accettare i suoi buoni pasto. L'azienda in questione è Qui Group, l'emettitore di ticket che aveva vinto l'appalto nientemeno che per la distribuzione dei buoni pasto per tutti i dipendenti della Pubblica amministrazione, circa 900 mila persone, vale a dire la stragrande maggioranza di coloro (un milione e 100 mila) che in Italia beneficiano dei ticket. Una partita enorme, che per l'azienda ligure valeva un miliardo di euro in due anni, ma che in realtà si è rivelata la causa di una fine ingloriosa. I curatori fallimentari sono al lavoro da qualche giorno per analizzare i conti dell'azienda; il 20 settembre la vertenza, che riguarda anche 600 dipendenti, approderà al tavolo del ministero dello Sviluppo economico. Il «giro»

Intanto con il fiato sospeso ci sono anche centinaia di commercianti bergamaschi, che in questi giorni stanno prendendo d'assalto i centralini dell'Ascom, per chiedere informazioni sui loro crediti. In provincia di Bergamo sono circa 750 le imprese che accettano i buoni pasto: 200 tra ristoranti, trattorie e pizzerie, 120 negozi di alimentari e grandi magazzini e 430 bar. Di questi, più della metà (410) sono concentrati in città.

«Abbiamo scritto agli esercenti, informandoli sullo stato di difficoltà dell'azienda, facendo capire loro che ci si stava avviando in un tunnel nel quale non si vedeva la luce - ha detto il direttore dell'Ascom, Oscar Fusini -. Molti hanno iniziato a non accettare più i buoni pasto, rimanendo però con le fatture pregresse non pagate e oggi abbiamo situazioni di crediti insoluti fino a 7-8 mila euro». A una media di 3 mila euro per commerciante, il totale potrebbe superare i 2 milioni; ma si tratta di una stima che potrebbe essere considerata persino ottimistica. «Se la situazione si sta normalizzando per i lavoratori della Pubblica amministrazione, che hanno già iniziato a ricevere i buoni pasto di un sostituto di Qui Group (la francese Sodexo, ndr), la situazione resta drammatica per i pubblici esercizi - ha aggiunto Fusini -. Il sistema ha salvato la parte di componente pubblica della filiera, lasciando da soli tutti gli esercenti che hanno crediti insoluti». Qualche lavoratore con i buoni in mano, senza la possibilità di spenderli, potrebbe ancora esserci, ma si parla di cifre risicate, nell'ordine di alcune decine di euro e in attesa della nuova gara d'appalto, la supplenza di Sodexo sta comunque garantendo la continuità del servizio.

Gare al ribasso

Le prime avvisaglie di un problema che con il passare dei mesi ha assunto dimensioni catastrofiche per Qui Group, si erano registrate già all'inizio dell'anno, con ritardi nei pagamenti a bar e ristoranti di 2-3 mesi, al punto che alcuni commercianti avevano cominciato a rifiutare i buoni pasto dell'azienda genovese già quest'inverno. «Abbiamo da subito espresso la nostra preoccupazione in merito a questa vicenda - ha detto ancora Fusini - vista la normativa della gara d'appalto, che impone il criterio del massimo ribasso. In altre parole, il buono pasto può essere venduto a monte per un valore più basso del suo valore nominale, attraverso un meccanismo che consente allo Stato e alle imprese di guadagnare in media fino al 18,8%, ma deve essere accettato dagli esercenti per il suo valore facciale». L'ultima gara d'appalto è stata aggiudicata a Qui Group direttamente dalla Consip (la società del ministero dell'Economia che gestisce le gare d'appalto per la Pubblica amministrazione), con sconti fino al 20,75%, a fronte di commissioni a carico dei commercianti, non superiori al 5,32%. Giochi di percentuali che hanno creato una distorsione, per cui l'azienda emettitrice è costretta a pagare di più ai commercianti, rispetto a quanto ha ricevuto dallo Stato. E ciò nonostante i servizi aggiuntivi messi in campo per alzare le commissioni, con percentuali che per bar e ristoranti arrivano a superare abbondantemente il 10%.

Un controsenso che ha portato all'annunciato fallimento dell'azienda.

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