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14/11/2020

Cantone: «Pandemia, fari puntati sugli appalti E stavolta no a strumenti emergenziali»

QN - La Nazione

di Erika Pontini PERUGIA «Monitoraggio costante sul sistema degli appalti perché questa seconda ondata era stata annunciata e quindi non si potrà ricorrere a strumenti emergenziali» e «attenzione alta ai segnali di malessere sociale dovuti alla pandemia, che possono essere sfruttati in situazioni di pericolo». A quattro mesi dal suo arrivo come procuratore capo della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone, ex presidente dell'Anac, accetta di rispondere a 'La Nazione' per la prima intervista dal suo insediamento. Procuratore Cantone, teme che anche qui il disagio sociale possa sfociare nelle piazze? «Ho un contatto continuo sia con il questore di Perugia che di Terni. La situazione perugina è migliore: ad oggi questo disagio non ha comportato segnali di pericolo. Più delicata la vicenda di Terni perché già si sono verificati disordini. Questa regione il Covid non lo aveva quasi conosciuto. Adesso invece ci troviamo dinanzi una situazione sanitaria complicata e inattesa su un tessuto economico che aggiungendo limitazioni al lockdown precedente, può portare danni concreti». Ha sentore di illeciti sotto il profilo della gestione sanitaria o sotto quello economico-speculativo? «Con una prima fase meno problematica non ci sono state denunce nemmeno, ad esempio, sotto il profilo infettivo all'interno delle Rsa, ma adesso è troppo presto per rispondere: non abbiamo segnali specifici. Con le forze di polizia abbiamo però detto di controllare per evitare eventuali speculazioni economiche e monitorare il sistema degli appalti. In una prima fase altrove gli approvvigionamenti sono avvenuti con regole poco rispettose. Ora bisogna essere molto più attenti: questa emergenza era stata annunciata». Il rischio che dietro all'emergenza si forzi la mano sugli appalti? «Era più giustificabile nella prima fase, meno adesso. Pensiamo a quanto avvenuto con l'acquisto delle mascherine». Quattro mesi dal suo arrivo a Perugia, che situazione ha trovato? «In procura non avrei potuto chiedere di meglio: ambiente e clima positivi. Il procuratore aggiunto è un punto di riferimento irrinunciabile. Qualche carenza di organico che ci preoccupa ma nei colleghi e nel personale ho trovato grande disponibilità. Sul fronte della criminalità mi aspettavo questa situazione: abbastanza tranquilla sotto il profilo del crimine organizzato ma una serie di problemi che devono essere affrontati». Uno deI più sentiti non solo a Perugia, è lo spaccio di droga. Le forze dell'ordine hanno intensificato i controlli ma la magistratura cosa può fare? «E' un tema molto sentito dai cittadini: lo spaccio avviene sotto gli occhi di tutti. Noi possiamo fare molto. Ho già affidato a Petrazzini (il procuratore aggiunto, ndr) il coordinamento: quasi sempre gli spacciatori rispondono di piccole quantità ma il rischio vero è che le vicende restino frammentate. L'obiettivo è quello di mettere i singoli episodi 'a sistema': se uno spacciatore viene arrestato dieci volte con una stecchetta o una bustina di droga non possiamo trattare quel caso come fossero dieci vicende autonome, serve distinguere ipotesi lievi vere da quelle 'finte'. E poi lavorare nell'ottica dell'individuazione delle organizzazioni utilizzando al massimo lo strumento dell'associazione finalizzata al traffico. Dobbiamo aggredire il fenomeno andando a monte». Quali fenomeni meritano maggiore attenzione? «Dobbiamo essere molto attenti sul rischio di infiltrazioni criminali anche se non credo che il livello sia alto ma ci sono segnali che non vanno sottovalutati come gli illeciti in materia economica. L'impressione è che ci sono moltissime tipologie di illeciti dietro ai quali si possono nascondere fenomeni di infiltrazioni. I fatti di criminalità economica possono non essere collegati a comportamenti individuali ma un cavallo di troia della criminalità organizzata». A cosa si riferisce? «Evasioni fiscali, frodi carosello, mi sembrano classiche attività fatte da singoli ma con un Know-how della criminalità organizzata». Tanti processi sono andati in prescrizione o sono a rischio: è solo colpa dell'inefficienza del sistema? O a livello locale si può fare qualcosa di più? «Qualcosa si può fare: è un problema di organizzazione. Ho trovato grande disponibilità da parte della presidente del tribunale con la quale abbiamo definito protocolli specifici per rendere più efficiente l'udienza: sarebbe ingeneroso dare la colpa solo ai giudicanti. ll problema andava affrontato in termini complessivi in modo da responsabilizzare di più anche i pubblici ministeri. Abbiamo già varato un accordo con il tribunale, avallato dall'Ordine degli avvocati, per far sì che ad ogni udienza andasse un solo pm che poi portasse avanti tutti quei fascicoli. Io ho preteso di essere inserito nella turnazione. L'altra questione è il ridotto numero di procedimenti speciali (riti abbreviati, patteggiamenti) che deriva anche dall'ampia prospettiva della possibilità di prescrizione. Abbiamo pensato di prevedere una linea di velocità maggiore per i processi recenti: così Difesa e imputati saranno più portati a scegliere riti alternativi. II problema è che ora dobbiamo fare i conti con il Covid». Si aggiunge il problema delle strutture... «Paghiamo uno scotto pesante con aule dislocate in posti diversi e limiti di capienza malgestibili con l'epidemia. La presidente è stata costretta a individuare l'aula di una scuola tra le critiche di tutti». La cittadella giudiziaria? «Perugia è l'unica sede Distrettuale senza un 'palazzo' e il Ministero l'ha messa tra le priorità. Ho già partecipato a due riunioni, c'è grande interesse della Regione e del sindaco. Per la prima volta è venuto il vertice dell'Agenzia del demanio che ha avuto input forte da parte del Ministero e ha già avuto stanziamenti per la progettazione. Sarei entusiasta di vedere al più presto partire i lavori. Durante la riunione si è chiesto di portare un progetto di massima su come poter trasferire gli uffici di primo grado». In Umbria pesa l'assenza di una Rems e nelle carceri ci sono molti detenuti psichiatrici. E' un problema che si è posto? «Ne ho subito parlato con la presidente della Regione, appena arrivato ma non voglio prendermi meriti non miei: era una questione già trattata. In una regione che ha una sua tradizione culturale l'idea che i malati di mente sottoposti a procedimenti giudiziari siano sostanzialmente in carcere e quindi ci sia stato addirittura un peggioramento delle condizioni rispetto agli ospedali psichiatrici giudiziari è uno scandalo. I primi passi sono stati fatti, ora a causa del Covid bisognerà capire come proseguire». L'indagine sull'esame di Luis Suarez ha fatto parecchio rumore. State indagando anche su persone riconducibili a società sportive? «Non risponderò, è evidente. L'indagine non si è fermata nemmeno un minuto, per me ha rappresentato un dato paradigmatico anche per l'attenzione al principio inderogabile della riservatezza nella fase delle indagini». E' stata criticata la sua frase di 'stop alle indagini'. Cosa l'ha indotta a farla? «Sarà stata criticata ma è stata molto efficace. Da quel momento in poi non è trapelato più nulla e le assicuro che siamo andati avanti. Io ho solo chiesto di sospendere una serie di atti che sono stati spostati di pochissimo e di cui nessuno ha saputo niente. Comunicazione forse non perfetta ma esiti ottimi». Ha ereditato l'indagine su Luca Palamara che ha messo in crisi la magistratura. Lei ritiene che si estenderà molto il novero degli indagati? «Nessun maxi-processo. Noi non processiamo la magistratura ma procediamo per singoli reati, corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio, i fenomeni resteranno fuori, come la questione delle nomine. L'indagine Palamara ha avuto un aggravio pesantissimo sull'Ufficio, non solo in termini psicologici ma per esposti collegati, richieste di atti e interlocuzione con la procura generale. Devo dire che il lavoro fatto prima che arrivassi è stato stato egregio e devo riconoscere il coraggio dei due colleghi Miliani e Formisano e l'ottima conduzione dell'Aggiunto». Il trojan: è veramente indispensabile? «E' uno strumento utile da utilizzare con grande parsimonia, non è un caso che il legislatore lo ha previsto per i reati contro la pubblica amministrazione visto l'enorme dark number di casi. Quasi mai reati del genere sono oggetto di denuncia. Il trojan è particolarmente invasivo ma se utilizzato solo quando necessario diventa utilissimo». La sua nomina ha spaccato il Csm. Quanti le si sono opposti hanno ravvisato un rischio di interferenza della politica nel suo mandato. Lei non ha mai risposto. Intende farlo ora? «No, lo dimostrerò con i fatti. Non credo che in sé la spaccatura al Csm sia un dato negativo. L'unanimismo di per sé non è un valore. Credo di aver dimostrato nell'esperienza all'Anac di essere indipendente e vorrò dimostrarlo, con i fatti, anche in procura. Sarebbe troppo semplice assicurare l'indipendenza. Voglio essere giudicato per quello che faccio». Di lei hanno detto che non poteva diventare procuratore perché ha trascorso troppi anni lontano dalle aule. Eppure spesso è in udienza. Perché? «Tornare in udienza è stata un'esperienza bellissima: ho chiesto io di aggiungermi ai turni. Volevo capire realmente come funziona il sistema-Perugia: se non individui i problemi è difficile trovare soluzioni. Poi a me mancava. Per la requisitoria di Gesenu ho fatto 3-4 giorni di studio matto e disperatissimo».