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02/12/2018

Cantieri, maxi stallo 140 miliardi bloccati

Il Mattino

Oltre ai ritardi burocratici pesano le verifiche predisposte dal governo
I PROGETTI
Nando Santonastaso
Dice Amedeo Lepore, storico economico e già assessore regionale allo Sviluppo economico della Campania, che le risorse previste per i Contratti di sviluppo nel prossimo anno sono al momento irrisorie. «Pochi milioni per una misura che ha inciso moltissimo sulla crescita dell'industria e dell'occupazione in Campania tra il 2015 e il 2017», aggiunge. È un segnale, uno dei tanti purtroppo, di come l'allarme recessione, certificato l'altro giorno dall'Istat con i dati del Pil del terzo trimestre 2018, non sia affatto improponibile per l'economia nazionale. Lo stallo c'è e come anche se, paradossalmente, i recentissimi investimenti annunciati e in parte già realizzati da colossi dell'industria come ArcelorMittal a Taranto per l'acquisizione dell'ex Ilva o di Fca per il nuovo piano industriale in Italia (il totale fa oltre 10 miliardi tra i due gruppi) sembrerebbero dimostrare il contrario. La realtà, oggi, è raccontata efficacemente dal clima di sfiducia che da mesi caratterizza imprese e famiglie (anche in questo caso parliamo di dati Istat). Un clima così trasversale al sistema sociale ed economico del Paese che solo in parte si giustifica con la delicata fase congiunturale dell'economia europea e internazionale, sicuramente in rallentamento: pesano decisamente di più i fattori endogeni, anche quelli che al grande pubblico forse dicono poco ma che in realtà misurano bene l'esistente.
L'ALLARME DAI NUMERI
Qualche esempio: nel 2018 sono nate poche società di capitali (l'1,3% contro l'8,2% del 2017), il che vuol dire nuova debolezza per il sistema economico di fonte privata. Sono aumentate al contrario le pmi uscite dal mercato perché, spiega il recente Rapporto Cerved, «i margini attesi sono giudicati non adeguati dagli imprenditori a proseguire l'attività». E le abitudini di pagamento hanno invertito la tendenza: nel senso che crescono i giorni medi di ritardo e le situazioni che sfociano prima o poi nel default dell'impresa.
Ma sono come sempre i grandi numeri a certificare meglio lo stop del Paese. A partire dalla perdurante incertezza sugli investimenti, specialmente in infrastrutture, al cui confronto appare quanto meno singolare e controproducente la decisione di valutare per opere già in corso, come la Tav Torino-Lione, il rapporto costi-benefìci prima di decidere se andare avanti o meno con i lavori. In Italia, come ha documentato l'ormai noto rapporto dell'Ance, sono già 270 le opere pubbliche ancora bloccate e tra esse compaiono tante, troppe scuole. Basta clikkare sul sito Sbloccacantieri.it dove semplici cittadini, imprese e rappresentanti degli enti locali, possono segnalare i cantieri fermi, per rendersene conto. Parliamo di un insieme di opere che vale complessivamente 21 miliardi di euro (alcune da sole sono valutate tra i 2 e i 5 miliardi) e che, se venisse sbloccato, garantirebbe un ritorno di 75 miliardi di euro, generando circa 330 mila nuovi posti di lavoro. Ma a peggiorare un quadro già storicamente preoccupante contribuisce la crisi di alcune grandi imprese finite in procedura concorsuale che mettono a rischio cantieri per un valore di circa 10 miliardi di euro, e anche in questo caso parliamo di opere già in corso o pronte per essere avviate. Il tutto in uno scenario a dir poco desolante per l'edilizia italiana con 120 mila pmi già espulse dal mercato sulle circa 630mila censite dieci anni fa.
LE GRANDI OPERE
Il fermo delle opere pubbliche è quasi il paradigma di ciò che sta succedendo al Paese: un quadro pesante, il pericolo che i cantieri oggi fermi possano in futuro diventare ufficialmente opere incompiute è praticamente dietro l'angolo. II paradosso è che non siamo in presenza di un problema di risorse: secondo i costruttori, infatti, ci sono già 140 miliardi stanziati per questi cantieri ma a bloccarli contribuirebbero verifiche e dubbi del governo a parte la complessità delle procedure burocratiche, Codice degli appalti in testa. Come a proposito delle scuole, le più penalizzate dai cantieri bloccati: il 30% dei casi segnalati sono infatti opere di manutenzione e messa in sicurezza di edifici scolastici che pure provvedimenti come la Buona scuola dei governi precedenti avrebbero dovuto garantire. Ma al Sud, dove la crisi dell'edilizia resta particolarmente profonda, il freno riguarda anche altri settori, come i lavori di gestione delle acque, per non parlare di quelli pure previsti ma mai attuati della manutenzione delle strade.
A rendere più complicata la situazione ci sono poi decisioni, come quella del governo che ha deciso di tagliare 1,8 miliardi all'Anas per investimenti 2018 in infrastrutture stradali spostandoli all'anno prossimo, che di sicuro hanno fatto discutere. Le risorse in questione facevano infatti già parte dell'Accordo di programma sottoscritto dal governo Renzi e dall'Anas e con tanti cantieri fermi potevano essere utili già adesso per rilanciarne l'attività. Il taglio risponde al tentativo di interrompere il disallineamento tra i tempi delle risorse pubbliche e quelli degli investimenti privati che mette sempre più le imprese in condizioni finanziarie precarie: ma i dubbi sull'efficacia della decisione restano.
Lo stallo dell'Italia è però anche altro. E la rinnovata prudenza, ad esempio, delle imprese a programmare nuove assunzioni, laddove ovviamente ne ravvisassero l'esigenza. Le incognite sulla decontribuzione, che potrebbe rilanciare il pacchetto assunzioni soprattutto nel Mezzogiorno, non sono state ancora dissolte «La sola Campania ha attivati 126mila posti di lavoro in più in tre anni - ricorda Lepore utilizzando leve nazionali e regionali che oggi sono rimesse in discussione». Il credito d'imposta, ad esempio: è una delle misure che hanno dato ossigeno alle imprese nel 2018 ma sulla quale pesa l'incertezza sul rifinanziamento 2019.
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