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11/10/2018

Cantieri bloccati e opere mai nate il freno è la burocrazia, specie al Sud

Il Mattino

IL FOCUS
Nando Santonastaso
I casi più significativi li ha ricordati in un'intervista di qualche mese fa al Foglio un'autorità morale indiscussa come il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese. Richiesto di spiegare perché tante opere pubbliche in Italia sono ancora bloccate, ricordò l'apparente paradosso dei dati Istat secondo cui «gli investimenti pubblici sono diminuiti del 5 per cento nell'ultimo anno, anche se gli stanziamenti sono aumentati. Il progetto di un lotto della statale Jonica è tornato al Cipe cinque volte in dieci anni. La gara per un lotto di un raccordo autostradale è stata indetta nel 2007 e aggiudicata nel 2016. I lavori per una tratta dell'alta velocità hanno richiesto più di quattro anni solo per l'assegnazione delle risorse e l'approvazione formale del progetto». Ma c'è molto altro, aggiunse Cassese: «A Roma non si trovano i commissari per aggiudicare i lavori di manutenzione stradale. La combinazione di procedura negoziata e aggiudicazione al prezzo più basso, vietata nel 2017, è stata permessa successivamente dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e dall'Anac. Gli operai che lavorano alla Tap, in Puglia, vanno in cantiere in autocolonna, con l'accompagnamento delle forze dell'ordine».
Tra pastoie burocratiche enormi e lunghissime e immancabili veti politici, dalla Torino-Lione al gasdotto appunto del Tap, l'Italia delle opere incompiute e degli investimenti mai completati viaggia che è un piacere (si fa per dire), da Nord a Sud e viceversa. L'Ance, l'Associazione nazionale dei costruttori edili, ha calcolato che tra ponti, strade, scuole e altro ci sono 270 cantieri fermi a vario titolo per un valore complessivo di 21 miliardi di euro, più della metà della contestata manovra del governo. In base alle segnalazioni giunte al sito Sbloccacantieri.it (che all'Ance fa capo), sarebbero 330mila i posti di lavoro e 75 i miliardi di euro di ricadute che lo sblocco di queste opere pubbliche garantirebbe all'economia nazionale.
LE SCUOLE
Nell'elenco c'è davvero di tutto e colpisce la circostanza che a pagare maggiormente le spese dei cantieri bloccati soprattutto a causa di ritardi e farraginosità burocratici (ma non solo) sono gli interventi per le scuole. Il 30% dei casi segnalati al portale dei costruttori si riferisce infatti a opere di manutenzione e di messa in sicurezza di edifici scolastici. Subito dopo, con il 29%, ci sono le segnalazioni per la gestione del ciclo delle acque, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno, e ancora più giù gli interventi per la viabilità e le opere idrogeologiche. Per questi ultimi, sempre più necessari alla luce dei tanti, troppi dissesti che mettono a nudo la fragilità territoriale del Paese (come quelli che hanno colpito la Calabria nei giorni scorsi) i numeri sono impietosi: a fronte di 7,8 miliardi stanziati, la spesa nel 2017 è stata di appena 527 milioni. E per restare ancora sull'edilizia scolastica, dei 6,2 miliardi messi in campo da Palazzo Chigi tra il 2015 e il 2018, lo scorso anno ne erano stati spesi solo 608 milioni.
Colpa della burocrazia, certo, o secondo molti del nuovo Codice degli appalti. Ma c'è chi punta l'indice anche sulle procedure dell'Unione europea, considerando che soprattutto al Sud gli investimenti programmati dagli enti locali hanno attinto a piene (e in fondo anche uniche) mani dei fondi strutturali. Ma è proprio così? Difficile rispondere con certezza almeno per valutare l'incidenza delle procedure sui tempi di realizzazione delle opere. Di sicuro l'Ue per il 2014-2020 ha assegnato all'Italia 2,5 miliardi per le strade e le ferrovie, 12 miliardi di fondi strutturali per aiutare le regioni più povere e, come precisato dal commissario al Bilancio Gunther Oettinger, altri 8,5 miliardi per la spesa nazionale.
Dunque, i soldi c'erano e ci sono ancora perché il ciclo 2014-2020 è appena iniziato. Ma per spenderli, creando occupazione e sviluppo, bisognerebbe rimuovere anche ostacoli non necessariamente imputabili alla burocrazia.
IL MEZZOGIORNO
È il caso ad esempio dei Patti per i Sud che hanno impegnato con appositi accordi con l'ultimo governo di centrosinistra i governatori e i sindaci di 15 tra Regioni e Città metropolitane meridionali. Metterli d'accordo su un elenco di priorità da portare avanti (nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di opere infrastrutturali e ambientali) con la disponibilità di risorse europee e del Fondo sviluppo coesione, garantite dall'esecutivo sempre nell'ambito del ciclo 2014-2020, è stata una faticaccia bestiale (ne sa qualcosa l'ex ministro per il Mezzogiorno Claudio de Vincenti). Ma il loro futuro, pur essendo stati sbloccati ben 9 miliardi di investimenti pubblici, sembra già segnato. Contrario alle grandi infrastrutture, il nuovo governo pare aver messo gli occhi addosso al crono programma di quegli impegni e soprattutto alle risorse già fissate per i prossimi anni. Visto il clima e considerate le esigenze di copertura della manovra, sarà molto difficile che dei Patti si troverà ancora traccia tra qualche mese.
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