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05/02/2021

Cambia l’appalto di servizio e la Città della Salute perde 9 mediatrici culturali

Corriere della Sera - Lorenza Castagneri

Il caso
Licenziate da «Senza frontiere» nonostante il divieto
È una vicenda che coinvolge la Città della Salute, due cooperative, l'assessorato alla Sanità e la consigliera regionale del Pd, Monica Canalis. Ma finora nessuno ha trovato una soluzione al problema delle nove mediatrici culturali della principale azienda sanitaria piemontese, licenziate a fine 2020, nonostante la stessa Città della Salute abbia già convocato un tavolo per affrontarlo e la promessa di attenzione della Regione.

Il caso nasce dal cambio appalto del servizio. Dopo una decina d'anni, la cooperativa Senza frontiere di Torino deve lasciare l'attività. Il capitolato prevedeva la clausola sociale a garanzia dell'occupazione del personale. «Così, a fine anno - spiegano dalla Senza frontiere - abbiamo licenziato le nostre collaboratrici perché potessero essere assunte dalla nuova coop ».

Ma la legge di Bilancio estende il blocco dei licenziamenti fino al 31 marzo. Una norma «ignorata», secondo la Città della Salute e l'assessore alla Sanità, Luigi Icardi. Aspetto su cui Senza frontiere non risponde: «Ne stiamo discutendo con i nostri avvocati» .


I mpossibile, invece, contattare la cooperativa Euro Street di Biella. È quella che si è aggiudicata l'appalto. Ieri pomeriggio i suoi uffici erano chiusi, ma i responsabili avrebbero comunque promesso collaborazione alla Città della Salute.

Intanto, l'unica certezza è che le storiche mediatrici culturali dell'azienda sanitaria sono a casa. Senza frontiere, invece, si è accaparrata un altro contratto. «Ma anche lì c'era la clausola sociale - spiegano - e abbiamo assunto i lavoratori della ditta precedente».


Del caso si è discusso in un question time presentato in Consiglio regionale da Monica Canalis. Che tuona: «La mediazione culturale non è mero interpretariato. Perché la Città della Salute, oltre a non tutelare l'occupazione, la colpisce?».


Sullo sfondo, infatti, ci sono anche critiche al nuovo capitolato di gara. In base all'andamento delle richieste, il testo ha previsto una minor presenza fissa dei mediatori in reparto a favore di interventi su chiamata «in presenza attiva o da remoto», considerate anche le restrizioni imposte dal Covid.


Modalità che il neonato comitato torinese per la Tutela della mediazione interculturale critica. «Il mediatore - sottolinea Zola Iaradji - deve essere in reparto per garantire una vera presa in carico del paziente, che non può rischiare di dover raccontare la storia della sua malattia a persone sempre diverse, magari al telefono
» .

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