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18/09/2020

Ca’ della Robinia, Milanese: «Ho sbagliato ma ho pagato a sufficienza per i miei errori»

Corriere del Veneto - Milvana Citter

In tribunale
In aula le accuse dell'ex presidente della coop
NERVESA DELLA BATTAGLIA La supertestimone ha parlato, ribadendo le sue accuse contro quelli che ha sempre definito i «veri registi di un'operazione che mi ha rovinato la vita». Bruna Milanese è stata sentita in aula nel processo per Ca' della Robinia, la coop che ha ricevuto dalla Regione un finanziamento di 3,4 milioni per realizzare una fattoria didattica nell'ex Disco Palace di Nervesa della Battaglia nel Trevigiano, trasformata invece in birreria e finita in un fallimento che ha dilapidato il finanziamento pubblico. Processo che vede imputati l'ex assessore regionale ed ex europarlamentare di Forza Italia Remo Sernagiotto, l'allora dirigente dei servizi sociali Mario Modolo e il proprietario della discoteca Giancarlo Baldissin accusati di truffa aggravata e corruzione. Imputati anche il consulente finanziario Egidio Costa e l'ex consigliere Pierino Rebellato. Bruna Milanese era la presidente della cooperativa. Ed è ora il punto di forza dell'accusa: è stata lei con la sua confessione a puntare il dito contro gli imputati. «Ho fallito come madre, perché ho coinvolto i miei figli in questa vicenda. Ho sbagliato ma ritengo di aver pagato a sufficienza», ha esordito in aula, la donna che è già uscita dal processo con un patteggiamento a 2 anni e 4 mesi senza sospensione condizionale. Pena che ha scontato con un programma di affidamento in prova. Per oltre tre ore ha risposto alle domande di giudici e legali degli imputati, confermando quanto dichiarato a guardia di finanza e procura: «Mi sono fidata di Sernagiotto e Modolo. Mi hanno coinvolta in una cosa più grande di me pur sapendo che non avevo gli strumenti per gestirla. Poi venduta la discoteca, sono spariti lasciandomi sola». Un atto d'accusa contro gli imputati che, secondo l'impianto accusatorio del pm Gabriella Cama, avrebbero costruito una finta cooperativa per ottenere a tempo di record un finanziamento per un progetto sociale che già sulla carta non stava in piedi. Perché l'unico obiettivo di Sernagiotto e Modolo sarebbe stato sistemare l'amico Baldissin (difeso dall'avvocato Massimo Benozzati) facendogli vendere l'immobile a un prezzo più alto di quello di mercato. A provarlo quattro assegni per 63mila e 680 euro firmati da Baldissin e intestati all'Immobiliare L'Airone Blu, società di cui erano soci Sernagiotto e Modolo. Che sarebbero serviti per «asservire la propria attività funzionale a interessi personali privati mediante il compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio». Milanese in aula è apparsa molto provata: «È una vicenda che l'ha segnata per sempre - spiega il suo avvocato Aloma Piazza - soprattutto per il fatto di aver coinvolto i figli nel cda della cooperativa». Anche i figli Stefano e Selene Bailo e il consigliere Roberto Ferro, che hanno patteggiato 1 anno e 8 mesi, 2 anni, 1 anno e 6 mesi, sono stati sentiti. Contro le accuse Sernagiotto, difeso dall'avvocato Fabio Crea, si dice pronto a spiegare in aula: «Il bando non era stato costruito per vendere la discoteca di Baldissin, ma a favore di molte associazioni che ancora oggi ne beneficiano». Ma cosa ne è stato dell'ex tempio della Disco Dance trevigiana? L'edificio che avrebbe dovuto ospitare laboratori e alloggi per disabili è sempre più fatiscente. L'immobile venduto da Baldissin per 2 milioni e 176 mila euro, dopo il fallimento della coop nel 2016 è finito tre volte all'asta. Con un prezzo che è ora arrivato a poco più di 530 mila euro. Denaro che, se incassato, andrebbe a parziale risarcimento per la Regione. E proprio per il danno erariale patito dall'ente, è in corso un procedimento alla Corte dei conti che ha citato Sernagiotto, Modolo, Baldissin e i responsabili della coop al pagamento di 3 milioni e 96 mila euro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: Nel degrado L'ex discoteca (Balanza)