scarica l'app
MENU
Chiudi
07/05/2020

Burocrazia pubblica affondata

ItaliaOggi - DOMENICO CACOPARDO

Non è mai stata così lontana (e anche indifferente) alle esigenze del Paese e della gente
Sono riusciti a distruggere anche la fi gura del prefetto
Si dice in Toscana che «per i bischeri non c'è medicina», mentre il grande intellettuale tedesco Friedrich Schiller sostiene che «contro la stupidità anche gli dei lottano invano». Carl von Clausewitz rilevò che, nell'organizzazione militare, il peggiore elemento è lo stupido volenteroso. Constatazioni del genere si sono scritte sin dall'inizio della storia dell'umanità. Gli italiani, se si guardano in giro in questi drammatici giorni, possono rendersi conto di quanto stiano incidendo nei disservizi, negli errori, nelle decisioni inapplicabili, gli stupidi volenterosi che occupano le stanze del potere statale e regionale. C'è, tuttavia una categoria addirittura peggiore dello stupido volenteroso: è il delinquente stupido. E anche di esso qualche piccolo saggio l'abbiamo avuto e, probabilmente, passata la buriana, gli uffici giudiziari ne scoveranno un'ampia messe. Se rifl ettiamo sull'oggi, ci rendiamo conto di quanto noi italiani siamo stati pazienti e solerti nell'applicare le norme dell'emergenza, senza mai porci il problema della loro razionalità o della loro utilità. Emerge, in questo frangente, quanto sia deteriorato l'apparato burocratico dello Stato e di quanto lo siano quelli regionali che, nati come un ulteriore bastione della stolidità umana, nella versione gogoliana del pubblico impiegato, si sono costituiti in ostacolo strutturato a ogni iniziativa imprenditoriale, alla libertà d'intrapresa e, infi ne e ben più grave, a ogni esigenza di politica congiunturale. In Italia, dal 1978 almeno (anno della terza implementazione dei poteri regionali) è impossibile che lo Stato possa realizzare una qualsiasi manovra anticongiunturale che, in defi nitiva e classicamente, è costituita da massicci investimenti in opere pubbliche (strade, case, scuole, ospedali). La caratteristica principale di una manovra del genere è l'immediatezza: nel contesto pubblico regionalizzato invece dallo stanziamento passano almeno due anni per vedere posarsi la prima pietra. E questo prima di quel colpo di genio amministrativo che è rappresentato dall'introduzione del Codice degli appalti di Graziano Delrio, per il quale i tempi di avvio di un'opera si raddoppiano anche se, la migliore opzione, è rinunciarvi. È questa diffi coltà ontologica che valorizza la funzione finanziaria di un paese e, quindi, la sua fi nanziarizzazione, che presenta pericoli ben più devastanti di una normale congiuntura negativa. Fra le burocrazie devastate, una delle più sofferenti è rappresentata dalla categoria prefettizia, un tempo fi ore all'occhiello dell'apparato statale. Un po' il mutamento dei tempi, un po' l'opzione poliziesca che ha trasformato funzionari di Polizia e generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza in prefetti, insomma, il sistema ha perso le sue fi nalità. Nel nostro ordinamento il prefetto non è il «prefetto di polizia» francese, è il rappresentante territoriale del governo e riassume in sé le competenze complessive dell'esecutivo, coordinando le varie amministrazioni. La crisi del ruolo e della sua funzione spesso salvifi ca in regime regionalizzato è rappresentata da un semplice elementare esempio. Sul confine tra l'Umbria e la Toscana corre la strada Fondovalle che collega Fabro a Chiusi. Essa è umbra, salvo duecento metri che costeggiano la zona industriale dell'antica città etrusca di Porsenna. Pertanto, chi si reca da Fabro a Chiusi, a un certo punto esce dall'Umbria, percorre 200 metri di Toscana e poi rientra in Umbria. In quei 200 metri c'è l'accesso alla zona industriale e commerciale che comprende una grossa struttura d'ingrosso, frequentatissima dagli operatori toscani e umbri. Ebbene, sia in fase 1 che in fase 2, pattuglie di forze dell'ordine sistematicamente si appostano nei 200 metri di cui sopra ed elevano salatissime multe a chi li percorre. In passato, in mancanza di buon senso tra gli operatori e i comandanti delle forze dell'ordine sarebbe bastata una telefonata tra i prefetti di Siena e di Perugia per chiudere una stupida, inutile e vessatoria vicenda. Insomma, l'esecuzione meccanica e tabellare degli ordini anche assurdi, pretesa da un esecutivo nel quale molti danno ragione a Schiller, von Clausewitz, ai toscani dei bischeri di cui sopra e, infi ne, a chi sostiene che la mamma degli imbecilli è sempre incinta, prevale sulle residue capacità di qualche grand commis di affrontare le situazioni risolvendole per il meglio. Nell'antinomia, ampiamente teorizzata tra diritto formale e diritto sostanziale, i prefetti, un tempo, sostenevano la delicata parte di mediatori operativi nell'interesse dello Stato e dei suoi cittadini. Ruolo ormai perduto e sacrifi cato al demone di un potere dequalifi cato, affi dato a gente incapace. Quanto ai bischeri, occorre segnalare oggi la questione del reddito di emergenza. Fa coppia col reddito di cittadinanza. In entrambi i casi soldi dati a parassiti perché rimangano tali. In questa crisi epocale, provocata dal Corona Virus, i soldi gettati per questi redditi farlocchi (non sono redditi ma sussidi) andrebbero meglio spesi affi dandone l'erogazione ai Comuni per un utilizzo sociale: nel senso che questa gente potrebbe/ dovrebbe essere chiamata direttamente dalle amministrazioni comunali perché sia impegnata in lavori urgenti di pubblica utilità. Un'operazione effettuata nel 1946/1953 con successo. Come sempre, il futuro è nelle nostre mani, non in quelle delle istituzioni. © Riproduzione riservata

Ci rendiamo conto di quanto noi italiani siamo stati pazienti e solerti nell'applicare le norme dell'emergenza, senza mai porci il problema della loro razionalità. Emerge, in questo frangente, quanto sia deteriorato l'apparato burocratico dello Stato

Gli apparati regionali che dovevano snellire la macchina dello Stato si sono costituti in ostacolo strutturato ad ogni iniziativa imprenditoriale, ad ogni intrapresa e, infi ne, e ben più grave, a ogni esigenza di politica congiunturale