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23/03/2021

Brait attacca: «Violenza giudiziaria» Ma per la procura ignorò 46 violazioni

La Provincia Pavese - Maria Fiore

Pavia, il manager ospedaliero arrestato: «Infangato e mai ascoltato dal pm». La replica: tante infrazioni della ditta vincitrice
Maria Fiore / PAVIA«Un atto di violenza giudiziaria infondato e irragionevole». Così Michele Brait, 54 anni, definisce il suo arresto. Attraverso gli avvocati Marco Casali e Luca Angeleri il direttore generale (ora sospeso) di Asst Pavia, accusato di avere condizionato l'appalto da 2,3 milioni per i trasporti sanitari assegnato alla società First Aid One Italia, passa al contrattacco. Lo fa dalla sua abitazione di San Donato, dove è ai domiciliari da giovedì mattina. «Le esigenze di custodia cautelare sono inconcepibili - dice -. Dell'indagine ho saputo dieci mesi fa quando è stata effettuata la prima acquisizione documentale dalla Guardia di finanza negli uffici di Asst, e quindi avrei avuto tutto il tempo di inquinare le prove essendo rimasto al mio posto». Sull'altro fronte ci sono le contestazioni della procura: Brait, tra le accuse che gli vengono rivolte, non avrebbe tenuto conto di 46 segnalazioni di violazioni commesse dalla First Aid. Di queste, 31 infrazioni a quanto previsto dal contratto sarebbero arrivate durante il periodo di prova: ambulanze in ritardo, anche nei pronto soccorso, o mancati trasporti di pazienti.l'accusa di avere truccato la garaLe segnalazioni, secondo l'accusa, avrebbero dovuto portare alla revoca dell'appalto. E invece dopo i tre mesi di prova l'appalto, secondo quanto ricostruisce la procura, fu prorogato e poi assegnato alla First Aid in via definitiva, con delibera di Brait. Ma l'accusa di turbativa d'asta, che è contestata anche al funzionario di Asst Davide Rigozzi, 39 anni, responsabile del procedimento (anche lui agli arresti domiciliari), si basa però anche su un'altra circostanza, che è il cuore dell'inchiesta del magistrato Roberto Valli. La gara, infatti, sarebbe stata bandita in modo da escludere già in partenza le altre associazioni (tra cui la Croce Rossa) che avevano svolto il servizio negli anni precedenti. La base d'asta, infatti, era stata ribassata del 25% e per le associazioni la partecipazione era diventata antieconomica, perché l'importo non riusciva più a coprire i costi per fare il servizio. È lo stesso Rigozzi, in una intercettazione telefonica, ad ammettere di «avere smontato con la mia base d'asta tutto il castello ventennale che c'era», riferendosi forse al fatto che i servizi erano stati sempre eseguiti, per anni, dalle stesse associazioni.La frode della societàMa con il mancato intervento Brait e Rigozzi avrebbero avuto un ruolo anche nella frode nelle pubbliche forniture messa in pratica, secondo l'accusa, dalla società First Aid. Di questa contestazione devono rispondere i fratelli di Messina Francesco e Antonio Calderone (anche loro agli arresti), considerati i veri amministratori, mentre Francesco Di Dio (solo indagato insieme a un altro amministratore, Salvatore Pepe) sarebbe stato soltanto una testa di legno. Circostanza di cui Brait e Rigozzi sarebbero stati a conoscenza, visto che alle riunioni in Asst avrebbero partecipato proprio i fratelli Calderone.«avevo denunciato il caso»Allo stesso modo, secondo la procura, Brait e Rigozzi sapevano che la società First Aid non aveva i requisiti per poter mantenere l'appalto, poiché utilizzava propri dipendenti anche come volontari (il che è vietato dalla legge) e non aveva sedi operative in provincia (tranne a Mede) obbligatorie per posteggiare i mezzi di soccorso e per la sanificazione. Ma il manager non ci sta. Sempre attraverso i suoi legali dice: «Non capisco come si possa contestare un reato di tipo fraudolento a me, che quando ancora non era concluso il periodo di prova di First Aid, nel novembre 2017, avevo trasmesso tutta la procedura di gara ai carabinieri per loro valutazione, e non ho in seguito ricevuto alcun rilievo, come ho scritto in una memoria difensiva che pare non sia stata letta bene». Poi, però, rivendica di avere fatto una procedura «che ha dato un servizio facendo risparmiare soldi pubblici». E prosegue: «Si infanga la mia reputazione come uomo e come manager e alla fine nessuno risponderà del male fatto a me e alla mia famiglia. E non capisco per quale motivo, nonostante io ne avessi fatto richiesta per ben due volte, il pubblico ministero non mi ha mai interrogato nel corso delle indagini, il che mi induce a pensare che sia stata una scelta premeditata». L'interrogatorio, per precisione, era stato concesso davanti alla finanza nel corso delle perquisizioni. «Ringrazio i tanti - conclude - che mi hanno inviato messaggi di vicinanza a cui purtroppo non posso rispondere per il divieto del magistrato». --