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19/07/2018

Borsellino ucciso per «Mafia-appalti»

Il Tempo - Luca Rocca

La ricorrenza Il depistaggio sul pentito Scarantino e la patacca della «trattativa» L'ultima sentenza: Cosa Nostra temeva le conseguenze dell'inchiesta del Ros L'altro movente I corleonesi sapevano che avrebbe arrestato gli assassini di Falcone
Lo uccisero, Paolo Borsellino, non perché aveva capito che lo Stato stavo «trattando» con la mafia, ma perché Cosa nostra, colpita al cuore dal Maxiprocesso e assetata di vendetta, lo temeva; lo fecero saltare in aria, insieme ai cinque agenti di scorta, perché la «cupola» era certa che sarebbe andato fino in fondo nell'inchiesta mafia-appalti condotta dal Ros di Mario Mori; lo ammazzarono perché i corleonesi sapevano, soprattutto dopo il pentimento di Gaspare Mutolo, che in un modo o nell'altro avrebbe consegnato alla giustizia gli assassini che a Capaci gli avevano portato via l'amico Giovanni Falcone; gli piazzarono il tritolo in via D'Amelio, infine, perché i boss erano terrorizzati dall'idea che potesse andare a guidare la Procura nazionale antimafia. È per questo che nel maggio del 1992, dopo la strage di Capaci, Totò Riina decise una «repentina accelerazione» dei tempi di esecuzione, approfittando di un'altra inquietante circostanza: l'isolamento di Borsellino all'interno della magistratura e della procura di Palermo guidata da Pietro Giammanco. IL BORSELLINO QUATER Oggi, dunque, a 26 anni da quel maledetto 19 luglio 1992, giorno della strage di via D'Amelio, chi ricorda quella tragica mattanza non dovrebbe fare a meno di leggere ciò che la Corte d'Assise di Caltanissetta, depositando le motivazioni del processo «Borsellino quater», ha messo nero su bianco; motivazioni che definiscono il falso pentimento di Vincenzo Scarantino «uno dei più grandi depistaggi della storia» e che poggiano anche sulle rivelazioni del pentito Nino Giuffrè, secondo il quale Riina aveva deciso di «scatenare una guerra» contro Falcone e Borsellino; guerra totale dopo le condanne dei boss, in primo e secondo grado, nel Maxiprocesso dei due amici magistrati; guerra inevitabile, perché fra novembre e dicembre del 1991, quando la Commissione provinciale di Cosa nostra si riunì per gli auguri, Totò 'u curtu sapeva già che i suoi sforzi per aggiustare le cose in Cassazione sarebbero stati vani. Falcone, infatti, come affermato dalla Corte d'Assise d'Appello di Catania nella sentenza che nel 2006 portò alla condanna dei mandanti delle stragi, aveva raggiunto il «picco della sua pericolosità» quando andò a dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia, da dove fece di tutto per «garantire l'imparzialità dell'esito» del Maxiprocesso, poi affidato al giudice Arnaldo Valente e non a Corrado Carnevale, sul quale, per Mutolo, erano riposte le aspettative di Riina (ma Carnevale è sempre stato assolto). E Totò «la belva» questo non poteva permetterlo, ne andava del suo prestigio. E non tanto per le condanne, quasi scontate, quanto perché con quel processo veniva finalmente riconosciuta la struttura verticistica di Cosa nostra, dunque la responsabilità, nei delitti più gravi, non solo dell'esecutore materiale, ma anche di chi rivestiva ruoli direttivi, quindi dei membri della Commissione. Ecco perché Riina, in quella riunione di fine '91, annunciò che la morte di Falcone e Borsellino non era più rimandabile. Le stragi, infatti, furono realizzate pochi mesi dopo la sentenza definitiva della Cassazione del 30 gennaio 1992. Maxiprocesso a parte, però, a convincere Cosa nostra della assoluta necessità di ammazzare, dopo Falcone, anche Borsellino, c'era il timore dovuto al fatto che quest'ultimo, come sottolineato dalla sentenza del «Borsellino ter» richiamata dai giudici nisseni, nel gennaio del 1992 «si era insediato nel nuovo ufficio di procuratore aggiunto» di Palermo. E l'arrivo di Borsellino, come disse il pentito Pino Lipari, uno degli uomini più fidati di Riina e Bernardo Provenzano, avrebbe creato delle difficoltà a «quel santo cristiano di Giammanco», con il quale Falcone si era scontrato al punto da decidere di lasciare la Sicilia per Roma. Ma, ancora di più, Cosa nostra temeva la prospettiva che Borsellino potesse andare a guidare la Procura nazionale, «per la quale - annotano i giudici - veniva autorevolmente proposta la sua candidatura anche pubblicamente». A convincere Cosa nostra ad accelerare i tempi dell'esecuzione, poi, come affermato nel «Borsellino ter», c'era il «particolare interesse» mostrato dal giudice per le «inchieste riguardanti il coinvolgimento» della mafia «nel settore degli appalti, e ciò non solo perché lo riteneva di fondamentale importanza per quella organ i z z a z i o n e , ma anche perché convinto che potesse lì rinvenirsi una delle principali ragioni della strage di Capaci». La mafia sapeva che Borsellino avrebbe fatto di tutto per braccare gli assassini di Falcone, e temeva che Mutolo gli avrebbe consegnato le chiavi per mettere le mani sui mandanti. In quei 57 giorni intercorsi fra la strage del 23 maggio 1992 e quella di via D'Amelio, Borsellino manifestò pubblicamente, scrive la Corte d'Assise nissena, «la propria volontà di collaborare» all'inchiesta sulla morte di Falcone. Un contribuito che sarebbe potuto essere determinante, vista la sua esperienza professionale e le confidenze ricevute dal suo amico. Ma la procura di Caltanissetta, titolare delle indagini, non lo ascoltò mai. Era evidente, dunque, come evidenziano le motivazioni del «Borsellino quater», il «difficilissimo clima» nel quale Borsellino «dovette svolgere la sua attività» di contrasto a Cosa nostra, tanto che, nella decisione di eliminare sia lui che Falcone, «aveva avuto un peso proprio il loro isolamento»; da qui la conseguente convinzione di Borsellino che «la sua uccisione sarebbe stata resa possibile dal comportamento della stessa magistratura». LA NOTA SEGRETA Di certo c'è che quando il ministro Salvo Andò gli riferì che una fonte confidenziale gli aveva parlato di un attentato dinamitardo nei suoi confronti, e che al riguardo era stata inviata una nota alla procura di Palermo, il magistrato rimase di sasso. Nessuno lo aveva avvertito. Non ne sapeva nulla. Eppure quella nota era arrivata sulla scrivania di Giammanco (che non fu mai sentito). L'indomani Borsellino incontrò il procuratore capo, che si giustificò affermando che la lettera era stata inviata alla magistratura competente. Borsellino andò su tutte le furie. E fu sempre Giammanco, come ha rammentato in queste ore Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, a negare al giudice ammazzato in via D'Amelio il coordinamento delle indagini su Palermo, concedendoglielo, con una strana telefonata a casa alle 7 del mattino, solo il 19 luglio del 1992. Era domenica. Ed era troppo tardi.

Foto: Figlia Fiammetta Borsellino durante l'audizione in Commissione antimafia

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