scarica l'app Telemat
MENU
Chiudi
22/07/2021

Borsellino e il rapporto mafia appalti

La Ragione

C'è da sapere non da celebrare
Dopo ventinove anni no, non ci uniamo alle celebrazioni per la morte di Paolo Borsellino e di quanti lo accompagnavano. Perché c'è poco da celebrare e c'è da impedire che il tutto venga consegnato alla sterile ritualità e alle rotonde parole vuote. Se ne usino di urticanti. Dopo ventinove anni ancora non sappiamo come sia stato possibile che il rapporto "Mafia Appalti" - voluto da Giovanni Falcone e poi da Borsellino, preparato dal Ros dei Carabinieri - sia stato insabbiato. Borsellino chiese alla Procura di Palermo e al suo capo di potere continuare quell'indagine: permesso negato. Poi gli fu concesso, poche ore prima che saltasse in aria. In compenso poche ore dopo il botto quel rapporto venne smembrato, affidato a più Procure, condotto alla sepoltura. Di lì a poco i vertici del Ros finirono sul banco degli imputati, accusati di avere collaborato con la mafia. Il che comporta anche un giudizio d'inettitudine o deficienza in capo a Falcone e Borsellino, che di quelle persone si fidavano. Ventinove anni dopo su tutto questo è ancora il buio. E per avere luce sarebbe utile dirigerne un fascio sulla cupola mafiosa che mosse esplosivi e uomini, ma è indispensabile, irrinunciabile, ineludibile accendere un abbagliante sulla Procura di Palermo. Come fu possibile? Si sono inventati complotti e patti oscuri, pur di lasciar ben chiuse le stanze di una Procura dove Falcone era detestato, Borsellino impedito, i loro collaboratori imputati. No, non c'è da celebrare: c'è ancora da sapere.