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23/01/2021

Blitz anti ‘ndrangheta decapita l’Udc Il Parlamento trema

La Verita' - FABIO AMENDOLARA

GIOCANO SULLA NOSTRA PELLE
Maxi operazione con 48 arresti. Indagato Cesa, che si dimette La Procura: avevano nel mirino le commesse dei grandi enti
Volevano metII tere le mani sulle commesse dei | | grandi enti. Apj palti milionari, i capaci di scatenare più di qualche appetito. Anche nelle fila di una delle famiglie più potenti della 'ndrangheta calabrese, la cosca capeggiata da Nicolino Grande Aracri, il boss di Cutro che ha nel curriculum l'esportazione del suo modello in Emilia Romagna. Per centrare l'obiettivo, l'uomo indicato come l'imprenditore del clan, tale Antonio Gallo da Sellia Marina (Catanzaro), detto «Principino», aveva recepito i consigli di due politici locali e di un finanziere del Gico: doveva rivolgersi a Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc, che è accusato di aver preso parte all'associazione di stampo mafioso, e a Pier Ferdinando Casini (non indagato). L'uomo che avrebbe dovuto fare da gancio, invece, sarebbe Franco Talarico, segretario calabrese Udc e assessore regionale al Bilancio (per lui sono scattate le accuse di associazione mafiosa e di scambio elettorale ed è finito ai domiciliari). Forniture di dispositivi anti infortunio, caschi e guanti, e in cambio c'era un bel pacchetto di voti. Ma anche una stecca del 5 per cento sulle commesse. La maxi operazione con 48 arresti (13 in carcere, 35 ai domiciliari, più un obbligo di firma e un divieto di dimora) porta la firma del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, con intercettazioni datate 2017 e fatti risalenti anche al 2016, che da una parte stanno facendo storcere il naso ai difensori degli indagati e dall'altra stanno creando un'aria da inchiesta a orologeria per la discovery che coinvolge Cesa proprio a ridosso del voto al Senato. Ma a parte le solite coincidenze in stile calabrese, che hanno prodotto le dimissioni da segretario di Cesa (che si è dichiarato «totalmente estraneo»), poco dopo la perquisizione nella sua abitazione, ci sono 124 capi d'imputazione pregni di storie da 'ndrangheta 2.0. Niente morti ammazzati. Niente coppole e lupare. Solo business. E per questo Gratteri ha ribattezzato l'indagine «Basso profilo». L'intercettazione attorno alla quale gira tutta l'accusa politica, un'ambientale captata col trojan, vede il 9 luglio 2017 allo stesso tavolo Gallo, l'assessore comunale di Simeri Crichi (Catanzaro) Saverio Brutto, il capogruppo Udc al Comune di Catanzaro Tommaso Brutto, il maresciallo del Gico Ercole D'Alessandro e suo figlio Luciano, giovane imprenditore con velleità di avviare un'impresa in Albania. I cinque (Gallo e i due D'Alessandro sono in carcere, i due Brutto ai domiciliari) conversano su come ottenere entrature utili ai loro affari «per il tramite di Cesa e di Casini». È D'Alessandro ad affermare: «Io l'altro giorno quando sono andato a Roma, mi sono incontrato anche con Casini che questo amico mio che stiamo andando il giorno 12, praticamente è il braccio destro suo per quanto riguarda l'estero... e mi ha detto Casini che io, qualsiasi cosa avete bisogno, in Albania io... capito?». E quando Gallo racconta i problemi che riscontra con gli appalti, il maresciallo gli consiglia di interessare l'allora presidente dell'Anac Raffaele Cantone e finanche il già procuratore di Roma Giuseppe Pignatone («intendimento mai attuato, per quanto si evince dagli atti», sottolinea l'accusa). Ed è a questo punto che viene tirato in ballo Cesa: «Oltre agli appalti presso Enel, Eni, Arpa Calabria, Calabria verde e Tim, la carica di parlamentare europeo di Cesa», si legge nella richiesta di misure cautelari firmata da Gratteri, «attirava l'attenzione di tutti gli interessati per investimenti in Albania». E siccome l'assessore Talarico «avrebbe effettivamente», sostiene l'accusa, «promosso un incontro tenutosi a Roma» con Cesa, è scattata l'accusa. La condotta del segretario dell'Udc, secondo la Procura, è questa: «Si impegnava ad appoggiare il gruppo per soddisfarele mire dei sodali nel campo degli appalti». E insieme a Talarico e ai due Brutto, Cesa è sospettato di aver contribuito «a salvaguardare gli interessi delle compagini associative di tipo 'ndranghetistico di riferimento». Il maresciallo D'Alessandro, invece, è finito in carcere anche per aver «venduto», sostiene l'accusa, informazioni riservate al comitato d'affari, in cambio del coinvolgimento del figlio nell'affare albanese. La costruzione alla base del provvedimento d'arresto, insomma, vede Gallo, definito da Gratteri «un imprenditore eclettico», alla ricerca di canali politici per truccare le gare per le forniture di materiale antinfortunistico, i due Brutto (padre e figlio) fare da tramite con l'assessore Talarico che, stando agli atti giudiziari, era in cerca di supporto elettorale per le politiche del 2018 (era candidato alla Camera). In cambio Talarico avrebbe garantito i canali politici che servivano, per dirla alla Gratteri, all'eclettico Principino. È dell'imprenditore che Talarico parla con i Brutto in una chiacchierata intercettata: «Queste cosette, secondo me a Roma pure con questo ragazzo (Gallo ndr) le facciamo... gli passiamo qualche commessa importante. Che poi lui gli fa capi'», dice Talarico. «Lui», secondo l'accusa, sarebbe Cesa. Ma il carico da 90 sul politico dell'Udc ce l'ha piazzato Gratteri in persona, parlando di un incontro a pranzo: «Non potevamo documentarlo perché all'epoca, siamo nell'estate 2017, Cesa era parlamentare. È grazie ad un'intercettazione ambientale che abbiamo capito che Gallo avrebbe dovuto pagare il 5 per cento di provvigione». Nelle intercettazioni è finito anche il lobbista Francesco Simone (vicino alla famiglia Craxi, già arrestato e poi prosciolto nell'inchiesta sulla Cpl Concordia). Con lui, consulente di Gallo, «veniva fatta allusione a percentuali e a provvigioni». Un contesto nel quale il Principino esaltava i suoi rapporti con l'ex senatore Antonio Caridi (esponente di Forza Italia, arrestato per associazione mafiosa), «evidenziando che sostanzialmente aveva la chiave di accesso al Senato». Il giro d'affari è stato stimato in 250 milioni di euro. Sotto sequestro sono finiti società, autoveicoli, conti correnti e oggetti preziosi (rolex e lingotti d'oro), oltre a immobili per 80 milioni di euro. «Un reale Recovery fund che deve essere sempre attivo», ha commentato il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra. Che suo malgrado è finito in una intercettazione tra il maresciallo D'Alessandro e un avvocato, che gli investigatori hanno riassunto così: «D'Alessandro racconta di aver detto a Nicola Morra che mentre era con lui ha parlato con Bonafede (verosimilmente il ministro della Giustizia) sulla necessità di mettere mani alla Giustizia civile». L'interlocutore è d'accordo e dice: «Il problema è la giustizia, perché, credimi Ercole, io ti dico una cosa: se loro non gli imporranno delle responsabilità ai magistrati e dei tempi che devono rispettare, non si va da nessuna parte... guarda, già oggi, il fatto stesso che è arrivato Gratteri, ormai sarà un anno, più 0 meno, che è qui... Io dico, lui ha cambiato tutto... è bastato un uomo, che ha cambiato tutto. Se ci fosse al civile un presidente del Tribunale, no? Come Gratteri, cambierebbe pure tutto, il problema è che poi alla fine, che vuoi Ercole, poi ognuno fa quel... il cazzo che vuole».

Foto: INCHIESTA


Foto: A sinistra, il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, titolare dell'indagine nominata «Basso profilo». A destra, il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, indagato e dimissionario [Ansa]