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19/03/2021

«Benotti non può più fare reati perché Arcuri è stato rimosso»

La Verita' - GIACOMO AMADORI

La clamorosa ordinanza di revoca della misura cautelare per il mediatore d'oro
• La revoca delle misure cautelari nei confronti della presunta cricca delle mascherine cinesi poteva sembrare un punto a favore degli indagati, ma probabilmente non è così. E anzi l'ordinanza contiene una critica neppure troppo velata alla gestione delle forniture di dispositivi di protezione da parte dell'ex commissario straordinario per l'emergenza Domenico Arcuri. (...) segue a pagina 9 Segue dalla prima pagina (...) Venerdì il giudice per le indagini preliminari Paolo Andrea Taviano aveva annullato l'arresto, da lui stesso disposto appena due settimane prima, per l'ecuadoriano Jorge Solis e l'interdizione a svolgere attività d'impresa e a ricoprire incarichi per altri quattro indagati, tutti accusati di traffico illecito di influenze alle spalle di Arcuri: Andrea Vincenzo Tommasi, proprietario della Sunsky Srl, il giornalista Mario Benotti, la compagna Daniela Guarnieri, titolari della Partecipazioni Spa e della Microproducts It, e l'avvocato Georges Fares Khouzam, presidente della stessa Partecipazioni Spa. Ricordiamo che le società sopra citate, per gli inquirenti, sarebbero state utilizzate per veicolare le provvigioni ai mediatori dell'affare da 1,25 miliardi di euro (per 801 milioni di dispositivi di protezione) concluso dalla struttura del commissario straordinario con tre consorzi di broker cinesi. A dicembre i pm avevano chiesto le manette per Solis, Tommasi e Benotti e, due mesi dopo, il 24 febbraio, il giudice le aveva concesse unicamente per l'ecuadoriano, mentre per gli altri aveva scelto la strada delle interdizioni. Ma il 12 marzo, dopo soli 16 giorni, lo stesso gip ha deciso di revocare le misure. Come è stato possibile? Che cosa è successo nel frattempo? La risposta più semplice sarebbe che sia stato convinto dalle dichiarazioni degli indagati che, tra il 2 e il 3 marzo, sono stati sottoposti agli interrogatori di garanzia, magari ritenendo che di fronte alla loro collaborazione il Tribunale del riesame avrebbe comunque preso una decisione analoga. Ma, a ben leggere le motivazioni contenute nell'ordinanza di revoca, questa interpretazione potrebbe essere fuorviarne. Per esempio nel provvedimento relativo a Benotti vi è scritto che «i gravi indizi di colpevolezza [...] hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio di garanzia». In pratica, secondo la toga, gli interrogatori a cui gli indagati hanno accettato di sottoporsi su consiglio dei legali, sarebbero stati un autogol. Nell'occasione l'unica ad avvalersi della facoltà di non rispondere e, quindi, a non cadere nella trappola è stata la Guarnieri (difesa dall'avvocato Alessandro Sammarco). Gli altri, secondo Taviano, prestandosi a rispondere alle domande avrebbero rafforzato l'ipotesi accusatoria. Parlare con il gip e ottenere la revoca delle misure è stata una vittoria di Pirro? La risposta arriverà con il prosieguo dell'inchiesta. Nel frattempo a colpire è la spiegazione data da Taviano per chiarire la sua scelta, delucidazione in cui è implicito un giudizio estremamente negativo sull'operato di Arcuri. Infatti a parere del giudice a giustificare la decisione di alleviare la presa sugli indagati ci sono due motivi principali. Il primo è il sequestro, confermato, di quasi 70 milioni di euro di provvigioni «inerenti i contratti conclusi grazie allo sfruttamento di rapporti preferenziali occulti, derivanti da conoscenza pregressa, di taluni indagati con [...] Arcuri», mossa che avrebbe evitato «l'aggravamento degli effetti dannosi del reato». Il secondo è la decisione del premier Mario Draghi di «sostituire il commissario Arcuri e la compagine dell'organo commissariale con altri funzionari», vale a dire una «circostanza che non rende più attuali e concrete le esigenze cautelari poste a base del provvedimento cautelare in atto, inerenti il pericolo di reiterazione» di reati del tipo di quelli per cui si procede, «essendo radicalmente mutata la situazione di fatto che ha consentito la commissione del reato proprio attraverso i rapporti con l 'Arcuri non più utilizzabili per la rimozione dell 'Arcuri dall'incarico». In sostanza per la toga il traffico illecito di influenze non può più essere perpetrato perché il commissario è stato allontanato. Ricordiamo che Arcuri il 9 novembre scorso era stato iscritto sul registro degli indagati con l'accusa di corruzione e che il 24 novembre, dopo una serie di scoop della Verità che avevano svelato l'esistenza di un'inchiesta sulla fornitura da 1,25 miliardi, l'allora commissario aveva scritto alla Procura per verificare la bontà delle notizie da noi pubblicate e mettersi a disposizione degli inquirenti. Dopo neanche nove giorni la Procura ne aveva chiesto l'archiviazione. Ma il gip non ci risulta abbia ancora accolto, a distanza di oltre tre mesi, l'istanza di proscioglimento. Arcuri, lo ricordiamo, si è sempre professato innocente e anzi vittima di un raggiro, una versione avvalorata dalla stessa Procura. Eppure, a giudizio del giudice, solo l'allontanamento di Arcuri dalla stanza dei bottoni impedirebbe agli indagati di reiterare il reato. Peccato che il presunto passe-partout degli affari della cricca fosse a conoscenza dell'indagine da novembre (addirittura Benotti sostiene che il commissario sarebbe stato messo sul chi vive dalla Presidenza del Consiglio a maggio) e da dicembre avesse assistito all'escalation giudiziaria, fatta di perquisizioni, sequestri, arresti, interdizioni. Taviano, nell'ordinanza di misure di febbraio, aveva scritto che la banda avrebbe approfittato della sospensione del codice degli appalti per la pandemia e della conoscenza-di Arcuri da parte di Benotti («persona politicamente esposta per essere stato già consulente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e vari Ministeri») per portare a casa almeno 72 milioni di provvigioni: «Il sopra riportato quadro normativo dei poteri conferiti all'organo Commissariale ed il rapporto personale con il commissario Arcuri», si legge nel provvedimento, «creano una contingenza particolarmente favorevole da sfruttare per fare affari, occasione che il Benotti non si lascia sfuggire». Una cuccagna che gli indagati avrebbero voluto protrarre nel tempo: «Nel corso dell'attività di intercettazione è emerso che il Benotti, dopo aver ampiamente lucrato illecitamente per i contratti di fornitura delle mascherine, non pago di quanto sino ad allora ottenuto, aveva intenzione di continuare a proporre ulteriori "affari" al commissario Arcuri». Anche perché il commissario, in un'intercettazione, veniva descritto come uno che acquistava «a occhi chiusi». Una facilità di firmare lucrosi contratti con la pubblica amministrazione che, sempre a parere del giudice, sarebbe venuta meno con la rimozione dell'ad di Invitalia.

Foto: RIMOSSO L'ex commissario straordinario contro il Covid, Domenico Arcuri (foto Ansa). A fianco, il passaggio dei giudici sulla revoca della misura cautelare per Mario Benotti