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03/09/2018

Appalto Palazzo Centi, inchiesta in archivio

Il Centro

tribunale L'INDAGINE SI SGONFIA
Il gip scagiona definitivamente D'Alfonso, Ruffini e altri dodici: mancano elementi per sostenere l'accusa in un processo
di Giampiero Giancarli L'AQUILA Il giudice per le indagini preliminari, Mario Cervellino , ha definitivamente mandato in archivio il filone principale dell'inchiesta su presunte irregolarità nel mega-appalto per i restauri a Palazzo Centi, sede della giunta regionale fino al sisma del 2009. SCAGIONATI. Il provvedimento, con data 27 agosto, scagiona, sulla scorta della richiesta del pm Fabio Picuti , il senatore Luciano D'Alfonso , ex presidente della Regione; l'ex segretario generale dell'ente, Claudio Ruffini ; l'ex dirigente dei beni culturali, Berardino Di Vincenzo ; suo figlio Giancarlo , giovane architetto; i costruttori Giancarlo Di Persio e Mauro Pellegrini ; i componenti della commissione aggiudicatrice, Giancarlo Misantoni, Roberto Guetti, Silverio Salvi ; il funzionario regionale Carlo Giovani ; il tecnico Carlo Ciabattoni ; l'imprenditore Eugenio Rosa ; Sabatino Cantagalli e Roberto Orsatti , funzionario Soprintendenza. IL DOCUMENTO DEL GIP. «Per quanto riguarda D'Alfonso e Ruffini», dice il giudice per le indagini preliminari, «va segnalata l'assenza di condotte rilevanti con riferimento alla gara d'appalto. Dal contenuto delle telefonate intercettate emergono attività lecite integranti l'esercizio dell'attività amministrativa e doverosa sorveglianza mancando in modo assoluto pressioni illecite. Non sono emersi contatti tra i due indagati e le imprese partecipanti alla gara nonché i progettisti dell'opera. Le telefonate oggetto di captazione non forniscono prova di alcuna attività criminosa». «Per quanto riguarda i Di Vincenzo, i titolari della Dipe, Pellegrini e Di Persio, ditta partecipante alla gara d'appalto», scrive ancora il giudice, «mancano elementi idonei a sostenere le accuse di corruzione. Gli indagati hanno fornito esaurienti spiegazioni dei contatti intercorsi. Sono state fornite giustificazioni credibili dei contatti tra gli amministratori della Dipe e Giancarlo Di Vincenzo dovuti a pregressi rapporti professionali. Peraltro, Pellegrini e Berardino Di Vincenzo vantano lontani rapporti di amicizia in quanto coetanei e originari dello stesso paese, Caporciano». LE ALTRE POSIZIONI. «Quanto a Misantoni, Guetti e Salvi», dice il giudice, «accusati di falso, va esclusa la sussistenza di elementi idonei. In capo agli indagati manca qualsivoglia interesse di natura economica atto a giustificare le condotte di falso. Eventuali inesattezze devono ricondursi a negligenza o leggerezza». «I tre indagati», scrive ancora il giudice, «sono stati accusati anche di turbativa d'asta, asseritamente consumata nel maggio 2015 all'Aquila in relazione alla quale, tuttavia, risultano palesemente estranei essendo lo stesso reato ascrivibile ai soli Gianluca Marcantoni e Alessandro Pompa , per i quali il pm ha proceduto in via separata, nell'ambito del procedimento originario». Nel provvedimento di archiviazione, comunque, compaiono anche i nomi di Marcantoni e Pompa, probabilmente per altre contestazioni che sono finite nel nulla. Valutazioni molto simili, ovvero totale assenza di indizi, sono state fatte anche per gli altri indagati con accuse più lievi. I sospettati, infine, sono stati assistiti dagli avvocati Antonio Milo, Emilio Bafile, Antonio Valentini, Riccardo Lopardi, Gennaro Lettieri, Roberto Madama, Massimo Costantini .

Foto: Finisce la vicenda giudiziaria anche per i noti imprenditori aquilani Di Persio e Pellegrini e per l'ex dirigente del Mibact, Berardino Di Vincenzo e il figlio Giancarlo


Foto: Palazzo Centi, storica sede della giunta regionale. A destra Luciano D'Alfonso

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