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30/05/2020

Appalti truccati per favorire le cosche le indagini portano anche in Valdicecina

Il Tirreno - s. c.

Tre imprenditori finiti sotto inchiesta. La Finanza sequestra quote societarie e conti correnti, perquisita la Granchi srl L'inchiesta
POMARANCEAppalti pilotati per favorire la'ndrangheta. In mezzo alle carte di una lunga e complessa indagine chiusa con un'ordinanza di più di 110 pagine e 14 arresti (ai domiciliari) c'è il nome di una famiglia di imprenditori, i Granchi che costruiscono strade e ponti da 50 anni, molto conosciuta in provincia di Pisa e in particolare in Valdicecina. Tra gli indagati ci sono Marzia Granchi, sottoposta alla misura cautelare dell'obbligo di presentarsi alla Pg, oltre ai cugini Iacopo e Rossano Granchi, entrambi sottoposti al divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale. Ai tre imprenditori la guardia di finanza del comando provincia di Pisa ha sequestrato conti correnti (quelli con depositi superiori a tremila euro) e quote societarie, cercando di bloccare l'attività della società Granchi srl, collegata ai tre indagati, che risiedono e lavorano tra Pomarance, Volterra e Montecatini Valdicecina. La maxi-operazione, che ha avuto il via all'alba di ieri, ha interessato più regioni. Sono in tutto 63 le misure cautelari eseguite (ma gli indagati sono oltre 70) dai finanzieri del comando provinciale di Reggio Calabria, insieme al Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata, nell'ambito dell'operazione "Waterfront" , che coinvolge imprenditori e pubblici ufficiali ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d'asta, frode in pubbliche forniture, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (reati aggravati dall'agevolazione mafiosa) nonché abuso d'ufficio e corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio. 100 milioni il valore degli appalti ottenuti illecitamente, scoperti nel corso delle indagini (partite nel 2017) condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dalla Dda di Reggio Calabria che hanno portato alla luce un cartello composto da 57 imprenditori che, con attraverso turbative d'asta aggravate dall'agevolazione mafiosa, si sarebbero aggiudicati almeno 22 gare ad evidenza pubblica, frodando la Regione Calabria e la Comunità Europea. Le gare investigate dai finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico finanziaria di Reggio Calabria e dello Scico, sono state bandite tra il 2007 e il 2016 dalle stazioni appaltanti dei Comuni di Gioia Tauro e Rosarno, nonché dalla Stazione Unica Appaltante di Reggio Calabria. Così facendo, le imprese avrebbero agevolato l'attività del clan Piromalli di Gioia Tauro che si sono assicurati una rilevante «tangente ambientale», garantendo la realizzazione dei lavori. Gli appalti, secondo le accuse, venivano ottenuto tramite offerte precedentemente concordate e se il cartello non risulta vincitore, venivano effettuati subappalti o procedura di nolo per ottenere comunque l'esecuzione dei lavori. Tra gli appalti finiti nel mirino degli investigatori anche quelli di riqualificazione del lungomare di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando in attuazione di Progetti Integrati di Sviluppo Urbano finanziati da fondi europei. Numerose le irregolarità riscontrate, sempre secondo le accuse, la percezione di somme non dovute, liquidazioni di spese non dovute, distorto utilizzo di "varianti in corso d'opera" , difformità nei progetti, omessi collaudi statici, prove non eseguite sulla qualità e sullo spessore degli asfalti bituminosi. -s. c.